“Commenti” Concertazione o dialogo purché resti liberale – di O.M.Petracca

23/10/2002




          23 ottobre 2002

          ITALIA-POLITICA
          Concertazione o dialogo purché resti liberale


          di Orazio M.Petracca

          Visto che in tanti propongono un rilancio della concertazione – da ultimo, con l’autorità della sua carica, anche il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini – può essere utile fissare qualche concetto che serva da punto di riferimento in un dibattito dove c’è stata sempre troppo confusione. In parte dovuta a calcoli di convenienza politica per cui ognuno disegna, in positivo o in negativo, una figura della concertazione confacente al suo modo di intenderla. Ma anche, in gran parte, confusione di idee, "sincera" ignoranza di principi e modelli istituzionali, da cui non sono immuni molti degli stessi addetti ai lavori. Per cominciare, bisogna distinguere tra la concertazione come strumento delle relazioni sindacali e la concertazione quale metodo di governo. Non solo sono due cose diverse, ma sono due fattispecie che, sotto il profilo istituzionale, rappresentano l’una l’opposto dell’altra: anche se, in termini di contenuti, spesso risultano contigue e non mancano aree di overlapping. Sul piano sindacale c’è concertazione quando il potere politico, in pratica il Governo, interviene attivamente in quella sfera delle relazioni tra le parti sociali (per esempio in un contratto collettivo), che per definizione – anzi per natura – sarebbe riservata alla loro autonomia. Quale metodo di governo, invece, c’è concertazione quando sono le parti sociali che intervengono attivamente in quei processi decisionali che, nel tradizionale ordinamento liberaldemocratico, sarebbero riservati alla competenza del potere politico (Governo e Parlamento). Due fattispecie di concertazione, dunque, che a loro volta presentano ciascuna due varianti. E sono proprio le varianti che fanno la differenza. Nel campo delle relazioni sindacali, perché l’intervento del Governo sia politicamente legittimo, occorre che sia giustificato da un motivo di interesse generale: o per favorire la conclusione di una trattativa che, se diventasse troppo impervia o comunque andasse troppo per le lunghe, finirebbe col danneggiare gravemente interessi degni di tutela (la pace sociale, un buon andamento della produzione, eccetera); oppure per evitare un accordo tra le parti che corrisponderebbe bensì alle loro rispettive aspettative, ma finirebbe per compromettere interessi pubblici (ad esempio il contenimento dell’inflazione). Interventi del primo tipo, che in concreto vanno a gravare sulla finanza pubblica, in Italia si sono ripetuti frequentemente durante gli anni 60 e 70, fino al cosiddetto "lodo Scotti" del 1983 mentre interventi del secondo tipo, dopo la svolta del 1984 – quando il Governo Craxi impose una pur minima riduzione della scala mobile – hanno segnato l’andamento delle relazioni sindacali in tutto l’arco degli anni 90, a cominciare dal "patto sociale" siglato nel luglio 1992 sotto l’egida del Governo Amato. È in questi casi che la concertazione può diventare un metodo di governo. Ma anche della concertazione intesa appunto quale metodo di governo, e come tale praticata, anzi due fattispecie dato che la loro diversità ha anche uno spessore politico-istituzionale. Nel contesto di un modello "neo-corporativo" la concertazione è un metodo per cui il Governo prende certe decisioni solo se e quando siano d’accordo le parti sociali, cui viene così riconosciuto un potere di veto. Si tratta di un modello che sembrava sul punto di affermarsi come archetipo istituzionale alla fine degli anni 70, quando le democrazie liberali apparivano destinate a subire una irrimediabile crisi di governabilità, teorizzata nel famoso rapporto della Commissione Trilaterale. In seguito, però, è stato abbandonato quasi dovunque, seppure con qualche eccezione, per esempio in Austria. Nel quadro di un normale sistema liberaldemocratico, invece, la concertazione è solo un metodo di consultazione per cui il rapporto tra le rappresentanze degli interessi economico-sociali e il Governo, in quanto rappresentante e tutore dell’interesse generale, viene reso esplicito, trasparente, ma ciascuno conserva la propria identità. Viene salvaguardata l’autonomia delle parti sociali che possono essere o no d’accordo sulle decisioni governative. E vengono salvaguardate le prerogative del Governo, che prende liberamente le sue decisioni, col solo vincolo di ottenere – quando sia necessario – l’approvazione del Parlamento. Già rispettato dal Governo Dini, con la riforma delle pensioni attuata a suo tempo, questo è il modello cui si ispirò il Governo Ciampi nel varare quel patto sociale del luglio 1993 che resta, con la sua politica dei redditi, un patrimonio prezioso da non disperdere. Vuol dire, sul piano istituzionale, che la concertazione può prescindere benissimo dal modello neo-corporativo e non rappresenta perciò un’alternativa al metodo di governo tipico delle democrazie liberali, ma invece ne costituisce una utile integrazione. E conta poco, anzi non conta affatto, che qualcuno preferisca oggi chiamarla con un’espressione antiquata come quella di "dialogo sociale".