“Commenti& Analisi” Sua Maestà l’Economia – T.Vettor

16/06/2003


      sabato 14 giugno 2003

      l’opera al nero
      Sua Maestà l’Economia.
      Ma i diritti di chi lavora?
      Tiziana Vettor

      Èdi questi giorni la notizia dell’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri
      dello schema di decreto di attuazione della cosiddetta legge Biagi approvata lo scorso febbraio (v. l. n. 30/2003). Il provvedimento, alquanto poderoso (è composto da
      quasi novanta articoli), sostanzialmente prosegue l’opera di consegna ai privati dell’attività di intermediazione della domanda e offerta di lavoro, nonché prevede l’istituzione di nuovi contratti atipici, oltre a ritoccare in più punti significativi quelli già esistenti. In
      questo senso, è del tutto nuova la parte dedicata al lavoro «a progetto» che, nelle intenzioni del legislatore delegato, dovrebbe costituire una risposta efficace al problema
      dei «finti» lavoratori e lavoratrici autonomi/e, e, principalmente, quelli/e la cui prestazione di lavoro viene dedotta nella forma della collaborazione coordinata e
      continuativa (i famosi co.co.co.) (Il Sole-24 Ore, 7 e 8 giugno 2003).
      «Ora con questa riforma il mercato del lavoro in Italia è tra i più flessibili in Europa», così l’autorevole commento del Presidente del Consiglio in occasione della presentazione dello schema del maxidecreto (Corriere della Sera, 7 giugno 2003).
      Detto in altri termini, il diritto del lavoro si è fatto strumento, una volta di più, di traduzione dei risultati dei modelli economici ispirati all’economia di mercato.
      Questo comporta l’affermarsi, nel processo di elaborazione di principi e regole giuridiche, della centralità della categoria economica dell’efficienza del lavoratore e dell’efficacia del risultato, con il conseguente prodursi di una perdita progressiva delle ragioni storiche
      del diritto del lavoro: salvaguardare il lavoratore e la lavoratrice riequilibrando la disparità
      contrattuale esistente tra questi e il datore di lavoro.
      Il problema della soggezione del diritto del lavoro alle pressanti pretese dell’economia non è nuovo; esso semmai si è recentemente aggravato, inducendo chi, come me, allo studio del diritto del lavoro dedica parte di sé, a cercare un punto di fuga, una via d’uscita, capace di sottrarre questo insieme di regole a tali pressanti pretese, cercando, al contempo, un loro rilancio in termini di rinnovata progettazione.
      Più precisamente, lo stato attuale di crisi del diritto del lavoro mi induce a pensare che la capacità di sopravvivenza del diritto del lavoro non possa più giocarsi solo spingendo sul pedale della tradizione (il perseguimento dell’uguaglianza sostanziale, o l’eguagliamento
      delle condizioni sociomateriali): esso ha bisogno di un rinnovamento e di una capacità
      di reinvenzione più profonda.
      Puntare soltanto sulla riaffermazione della strutturale eccedenza o irriducibilità del diritto nei confronti dell’economia – l’economia risponde all’efficienza, il diritto
      alla giustizia; ciò che per l’economia è semplicemente inefficiente (si pensi al dibattito in tema di tutela in caso di licenziamento ingiustificato) per il diritto è semplicemente «giusto», rispondendo alla salvaguardia della dignità personale nel lavoro non è più, io credo, il più importante ed unico punto della questione oggi cruciale: l’insufficienza
      del diritto in un epoca in cui vige il primato culturale del pensiero economico.
      In questo senso riesco a scorgere una possibile via d’uscita, capace di ridare fiato alle regole lavoristiche – quindi, oltre il loro classico orizzonte segnato dall’affermazione
      della giustizia sociale – solo se i giuristi/e (ma anche i politici) per un momento, riuscissero a distogliere l’attenzione dal problema dei «diritti» negati, e/o ridotti, nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici e della loro difficile compatibilità con l’economia
      di mercato, verso altri «luoghi» e, precisamente, ponendosi la seguente questione: chi sono oggi i lavoratori?
      La domanda non è peregrina, anzi: essa si inscrive pienamente in un’epoca, quella attuale, dominata da grandi trasformazioni e segnata da crisi di certezze; trasformazioni
      e crisi da cui il sistema di regole lavoristiche è a sua volta investito.
      Essa ha, infatti, il pregio di mettere al centro della riflessione tanti e complessi fenomeni, non ultimo quello della sempre maggiore presenza femminile nel mercato del lavoro, un fenomeno che ha comportato la manifestazione di nuovi bisogni e desideri nella
      relazione con il lavoro.
      Ebbene, che cosa esprime oggi il diritto del lavoro relativamente a questi desideri e bisogni soggettivi? Penso ad esempio al bisogno, molto sentito da alcune donne,
      di vivere il proprio lavoro in modo non alienato, ovvero la possibilità di poter decidere qualcosa del proprio lavoro, privilegiare la competenza professionale e la formazione
      culturale più che la competizione.
      Di questi elementi non vi è traccia nel sistema di regole lavoristiche. Esse, infatti, si sono
      principalmente limitate a esprimere la differenza sessuale tra uomini e donne disciplinando le conseguenze che lo stato di gravidanza produce sul rapporto di lavoro.
      Donne che, una volta uscite da tale stato, ridiventano uguali agli uomini davanti alla legge in forza del principio di parità formale.
      Penso allora che, per costruire nuovi argini alle tiranniche pretese dell’economia e nuove e degne risposte ai nuovi bisogni e desideri di chi lavora, occorra un cambiamento e un allargamento di prospettiva: accanto alle imprescindibili esigenze di giustizia e di
      tutela, chi progetta le regole dovrebbe saper accogliere la soggettività intera di chi lavora.