Comincia a farsi largo la riforma della contrattazione

08/06/2007
    venerdì 8 giugno 2007

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      CONTRATTI. IL GOVERNO CI STA LAVORANDO, IN TESTA LETTA, DAMIANO, VISCO (E TPS)

        Comincia a farsi largo la (silenziosa) riforma della contrattazione

          Di Ettore Colombo

            È una di quelle riforme destinate, ove si facesse, a cambiare la faccia e la storia delle relazioni sindacali del nostro Paese, ma (per ora) «non fa notizia». Si tratta della riforma della contrattazione e, in particolare, del potenziamento della contrattazione di secondo livello, argomento di cui le parti sociali hanno già discusso una prima volta, con il governo, lo scorso 17 maggio, naturalmente a palazzo Chigi. Se ne tornerà a parlare a partire dal 14 e 15 giugno e cioè negli stessi giorni in cui – dopo la faticosissima chiusura del rinnovo del contratto del pubblico impiego e la burrasca, già montante, su quello della riforma del sistema pensionistico – gli stessi attori (governo, sindacati, Confindustria) si guarderanno in (forte) cagnesco su tutti gli altri fronti caldi aperti, a partire dalla riforma delle pensioni, vera «araba fenice» del confronto.

            A dire la verità, anche la riforma della contrattazione (o «tavolo sulla produttività», come si chiama ufficialmente), è uno di quei temi che – da molti anni, se non da sempre – divide il fronte sindacale. E vede Cisl e Uil da una parte, e cioè a favore, e la Cgil – dove, però, di recente le posizioni si sono di molto smussate – contro, mentre Confindustria è, a parole, favorevole. E tutti ancora ricordano la famosa volta (correva il luglio del 2004) in cui il segretario della Cgil Guglielmo Epifani prese il cappello, si alzò e se ne andò, al solo sentir sollevare l’argomento, in occasione di un vertice con Montezemolo, Angeletti e Pezzotta che doveva addirittura servire a scrivere un nuovo «patto sociale» dopo quello – che ormai ha largamente fatto il suo tempo, a detta di tutti i suoi attori (Cgil, in parte esclusa), del 23 luglio 1993. I protagonisti sono praticamente gli stessi di allora (e cioè di una giornata che equivale, per i cronisti che seguono il “sindacale”, a una crisi di governo «a freddo»), tranne due, ma si tratta di quelli decisivi. La Cisl, infatti, è passata dalla guida di Savino Pezzotta, oggi leader dei cattolici del Family day, a quella di Raffaele Bonanni attraverso un congresso e un consiglio generale che, nel 2005-’06, ne ha ridisegnato completamente la geografia interna. E il governo, che era di centrodestra, è diventato di centrosinistra. Fatto non trascurabile, per la Cgil, che della teoria del «governo amico» ha fatto la sua stella polare, all’ultimo congresso (e, volendo dare un giudizio post quem, si potrebbe aggiungere che «mal gliene incolse»).

            I risultati, almeno sul piano della riforma della contrattazione, arrivano al pettine oggi: la Cisl, che dell’idea dello spostare il peso (e i benefici) della produttività «là dove si produce», e cioè al «secondo livello», aveva fatto una bandiera ideologica e propagandistica più che una proposta concreta, con la segreteria Pezzotta, oggi ha smussato i toni e modificato l’approccio, specie nei confronti della Cgil. La Cgil, invece, può iniziare ad aprire oggi (come sta facendo anche sul terreno della riforma del sistema pensionistico, peraltro) quello che mai si sarebbe sognata di concedere ieri. E questo nonostante la sua ala sinistra interna, ancora molto forte e capeggiata dalla Fiom del duo Rinaldini&Cremaschi, si opponga strenuamente a tale, decisivo (e, a nostro modesto avviso, necessario), «cambio di fase» in nome della salvaguardia del contratto nazionale che – temono i radical di corso Italia – verrebbe depotenziato, se non direttamente «svuotato» dalla riforma. I riformisti interni della Cgil, però, ora spalleggiati (almeno su questo punto) forse dallo stesso Epifani, starebbero per vincere le (molte) resistenze della sinistra interna (comprese quelle dell’area dei filo-mussiani, forti soprattutto nella Funzione pubblica e nella scuola) e imporre il loro punto di vista. Non a caso, il recente – e sofferto – accordo raggiunto a palazzo Chigi sul rinnovo del contratto degli statali, ha portato a questi ultimi non solo ben 101 euro di aumenti salariali ma anche una modifica – pur se in via «sperimentale», per ora – della contrattazione, visto che i contratti dei dirigenti pubblici passeranno, a partire dal 2008, dai due anni di durata a tre, soluzione che a Carlo Podda, segretario della Fp-Cgil, non è affatto piaciuta: c’è voluto del buono (e delle ore), per convincerlo che la triennalizzazione dei contratti «s’aveva da fare», nella Pa.

            Eppure, quando Cgil, Cisl e Uil firmarono, già lo scorso 18 gennaio, il memorandum d’intesa che definiva la loro posizione comune e che indicava che la Cgil aveva, di fatto, «cambiato linea», sul punto, in pochi se ne accorsero. In quel documento, è infatti scritto nero su bianco che il sindacalismo confederale chiede «il potenziamento della contrattazione di secondo livello, anche per via fiscale». Compromesso di mediazione tra Cgil da un lato e Cisl e Uil dall’altro che passa soprattutto per uno strumento, la detassazione degli straordinari, molto caro alla Uil e in particolare al segretario Angeletti.

            Poi ci sarebbe Confindustria, che – specie dopo le ultime uscite “politiche” del suo presidente Montezemolo, ha bisogno come il pane di portare a casa risultati, come chiede con insistenza il suo vicepresidente (e in pole position per succedere a Montezemolo) Alberto Bombassei. Peraltro, se a viale dell’Astronomia hanno avuto sempre un certo timore, nel potenziare il secondo livello di contrattazione, i medi e piccoli imprenditori non vedono l’ora di veder premiata (e redistribuita) la produttività là dove essa viene prodotta. Infine, c’è, naturalmente, il governo. I partiti della coalizione (tranne Rifondazione, che è contraria, come ha detto più volte il ministro Paolo Ferrero) non sono particolarmente sensibili al tema, ma a palazzo Chigi hanno capito l’importanza della partita sia Prodi che Letta (da sempre favorevole), ma anche Padoa-Schioppa e il suo discusso viceministro Visco. Proprio a lui toccherà il compito di trovare le risorse. Due, infatti, sono gli strumenti oggi allo studio, da parte del governo, al fine di operare una significativa redistribuzione della produttività a livello sia territoriale che aziendale: la detassazione degli straordinari e la decontribuzione degli oneri sociali. Entrambi hanno un (discreto) costo e richiedono aiuti e incentivi, soprattutto di natura fiscale, da parte dello Stato. A questo stanno lavorando Visco e i tecnici del ministero dell’Economia (trovare la necessaria copertura finanziaria in cambio dei ventilati sgravi fiscali), ma anche il ministro del Lavoro Cesare Damiano, da sempre a favore della riforma della contrattazione, per la parte che riguarda gli oneri sociali. Ove la riforma prendesse il largo, gli scenari che si aprono sono molti e di portata epocale: la durata dei contratti nazionali potrebbe essere allungata erga omnes e riguardare solo il recupero dell’inflazione mentre a livello aziendale e territoriale non avverrebbe più solo la redistribuzione della produttività ma una vera e propria contrattazione «di categoria», più stringente ed efficace di quella nazionale. Alla fine di questo percorso, ove si realizzasse sul serio, i più ottimisti credono che si potrebbe anche (e finalmente) mettere mano a una ridefinizione delle regole della rappresentanza, pur se per via di accordo tra le parti sociali e non certo per legge (come vorrebbe la Cgil ma che, sul punto, sconta la ferma contrarietà della Cisl). Una cosa è certa: il primo governo di centrosinistra allargato nella storia della Repubblica sta aiutando, per una volta, una riforma (“vera”) a venire alla luce. La stessa riforma, sia detto per inciso, che il nuovo presidente francese, il conservatore Sarkozy, nel suo Paese ha già promesso e sta per varare.