Come è cambiato il lavoro: meno tecnici più badanti

16/12/2013

Tra il 2001 e il 2011, in Italia, il numero di occupati è cresciuto moderatamente mentre è cambiata profondamente la composizione strutturale dell’occupazione. Gli occupati nelle imprese e nel non-profit, infatti, sono aumentati, mentre è diminuito sostanzialmente il numero di occupati nel settore pubblico. La dinamica positiva dell’occupazione nelle imprese, però, non è stata omogenea in tutti i settori ma ha riguardato prevalentemente i servizi, mentre l’industria ha visto una contrazione. Più nello specifico sono aumentati gli occupati nei settori a basso contenuto qualificato, mentre sono diminuiti quelli ad alta specializzazione. Per semplificare, ci sono più badanti e meno tecnici, più estetiste e meno tornitori. La componente strutturale della crisi si specchia senza equivoci nel crollo del manifatturiero: -19,9% di imprese e -19,1% di occupati in dieci anni. Ed è nelle aree più industriali del Paese, nordovest e nordest, che si registra la contrazione maggiore, con un calo rispettivamente del 22,1% e del 21,7% delle attività. Una contabilità in rosso che si contrappone a quella degli altri settori, cresciuti del 12,6%. Una compensazione però fragile, perché defluisce su imprese prevalentemente più piccole e verso settori che propongono un valore aggiunto relativamente più basso. Basti pensare, infatti, che il settore manifatturiero, rappresenta il 10% delle imprese ma esprime il 35% del valore aggiunto, con una capacità di induzione dello sviluppo economico molto più alta di altre attività. Dopo dieci anni, quindi, l’Italia si scopre più debole e più povera, non solo per colpa della congiuntura recessiva mondiale, ma per una crisi strutturale che proprio nel manifatturiero ha la sua cartina tornasole. Un settore fondamentale che, nonostante le difficoltà, resta comunque il motore dell’economia, tanto che un lavoratore su quattro è occupato nelle imprese manifatturiere e una quota analoga di lavoratori è impegnata nei servizi destinati al settore. Pensare di uscire dalla crisi facendo a meno dell’industria manifatturiera è impensabile. E l’Europa stessa, con i suoi 20 milioni di imprenditori, rischia di diventare una minaccia anziché un serbatoio di opportunità con una platea di ben 500 milioni di consumatori. Fino alla fine degli anni Novanta, il sistema manifatturiero italiano – in particolare il mondo delle Pmi – ha dato buona prova di sé, non solo nei settori più tradizionali del Made in Italy,ma anche in quelli ad alto valore scientifico e tecnologico, come il farmaceutico e l’ingegneristico. Le onde anomale della crisi hanno colpito più duramente proprio le paratie del manifatturiero a causa della fragilità degli argini che il «sistema Italia» è stato in grado di offrire. Ciò ha comportato un rapido collasso della produzione, seguito da un momentaneo recupero e da una seconda crisi, altrettanto acuta, aggravata dal crollo dei consumi interni e dalle scelte di politica fiscale che hanno fatto crescere la pressione sul settore. Il sistema manifatturiero del Paese, oggi, non sembra in grado di ripartire e di ritornare competitivo senza quei cambiamenti che chiamano in causa la politica, nel momento in cui si tratta di progettare il futuro del nostro Paese. E bisogna avere ben chiaro che senza industria l’Italia rischia di non avere futuro. Per recuperare il terreno perduto deve affermarsi la consapevolezza della necessità di rimettere l’industria al centro dei processi di crescita, applicando coerentemente il principio del «pensare prima in piccolo», facendo leva su iniziative a sostegno delle Pmi, visto che il tessuto industriale italiano è composto per il 99% da imprese con menodi 50 dipendenti. E questa consapevolezza è fondamentale quando si parla d’industria, perché sono state proprio le piccole e medie imprese, in questi anni, a soffrire di più e ad avere meno attenzione da parte della politica. Non serve annunciare buoni principi ma occorrono interventi concreti, perché la competitività delle imprese dipende dalla qualità dei prodotti ma anche dall’efficienza dei servizi, dalle infrastrutture nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni. È necessario eliminare le strozzature nelle normative, migliorare i collegamenti, potenziare le reti energetiche intelligenti, agevolare l’integrazione delle energie rinnovabili, garantire un mercato interno pienamente funzionante, agevolare l’accesso al credito, abbassare la pressione fiscale. Senza questi interventi è impossibile
invertire il piano inclinato del Paese. La modernizzazione della base industriale e dell’infrastruttura su cui essa si poggia, richiede importanti iniezioni di capitale per investimenti produttivi. E, anche in questo campo, considerate le politiche restrittive che riguardano la spesa pubblica, sono necessarie iniziative che favoriscano gli investimenti dei mercati finanziari, anche esteri, nell’economia reale. È proprio nell’accesso ai finanziamenti che le nostre imprese, in modo particolare le Pmi, scontano un prezzo altissimo rispetto a quelle di altri Paesi avanzati. È ovvio che per far fronte alle sfide poste dalla concorrenza a livello Europeo e mondiale, è indispensabile perseguire l’eccellenza nell’innovazione. Ma servono politiche di accompagnamento, perché nell’economia moderna, caratterizzata da un’intensa interazione, il successo dipende dalla capacità di far leva su catene di valore globali.
Naturalmente anche una nuova consapevolezza della responsabilità sociale delle imprese può contribuire alla concorrenzialità e alla sostenibilità dell’industria italiana. La crisi ha dimostrato che occorre un nuovo approccio per garantire un equilibrio tra la massimizzazione dei profitti nel breve termine e la creazione di un valore sostenibile nel lungo periodo. Ed è proprio in questo campo che gran parte delle imprese hanno dato il meglio, nonostante le difficoltà in cui si sono trovate a operare. Solo attraverso un governo dello sviluppo, le imprese possono farsi carico del contributo che sono in grado di fornire alla crescita economica e alla creazione di posti di lavoro. Una solida etica imprenditoriale e valori ben radicati possono agevolare il superamento della crisi, ma per fare questo «salto di qualità» occorrono iniziative concrete che favoriscano l’incubazione di buone pratiche. Serve, cioè, una politica che decida e governi lo sviluppo, in primo luogo quello industriale. Ciò che manca da troppo tempo al nostro Paese.