Colf: uno studio del Cnel

12/09/2003


Giovedì 11 Settembre 2003

1- UNO STUDIO DEL CNEL
2- Più sfruttamento al Nord, meno soldi ma più aria di casa al Sud
3- Ma solo il 10 per cento vuole rimpatriare


UNO STUDIO DEL CNEL

LE COLF straniere sono diplomate o laureate e guardano gli italiani con severità. Bocciano infatti i loro datori di lavoro. Figli troppi viziati dai genitori al punto da non dare né a mamma né a papà stima e riconoscenza; anziani abbandonati da figli e nipoti; il lavoro che viene prima della famiglia: ecco la fotografia dell’Italia egoista e ipocrita raccontata dalle colf straniere in una ricerca del Cnel realizzata, insieme alla Fondazione Andolfi, su 400 donne provenienti da sette Paesi (Filippine, Perù, Polonia, Capo Verde, Eritrea, Etiopia, Somalia). Un’indagine che sfata il luogo comune del basso livello di istruzione della categoria e differenzia fortemente le colf straniere dalla gran parte delle colleghe italiane assegnando loro un ruolo insolito rispetto alla formazione e ai compiti svolti nelle nostre famiglie: 3 colf su 4 hanno infatti una laurea o un diploma. Il 73,5% delle colf straniere sono venute in Italia da lontano, spinte ad emigrare per bisogno economico, ma non sempre per fuggire da una situazione di precarietà. Hanno, infatti, un buon livello di istruzione (il 27,1% ha una laurea, il 46,4% un titolo di studio superiore, l’8% addirittura un diploma post-laurea): solo il 7,1% non ha alcun titolo di studio. Nel paese d’origine, il 40,2% faceva l’impiegata, il 14,6 la libera professionista, l’1,8% la dirigente, mentre il 10% era casalinga e il 21,5% disoccupata. Nel 56% dei casi sapevano però che in Italia avrebbero fatto le colf, ma hanno scelto di partire per migliorare la loro condizione, per sé (32,7%) e per aiutare la famiglia e in particolare i figli (66,8%). Per il 75,1% di loro la vita è cambiata in meglio: una colf mantiene, in media, con la sua paga italiana, 6-10 membri della famiglia in patria.
E i giudizi delle colf sulla famiglia italiana raccontano anche le profonde differenze culturali tra i datori di lavoro e queste donne che si prendono cura della casa, dei figli e degli anziani, e alle quali si delega gran parte dei compiti familiari quotidiani. Gli italiani – dicono le colf – sono liberi nelle espressioni delle emozioni, ma ipocriti verso gli estranei. Lo straniero è infatti visto, nel 52% dei casi, come un portaguai. Per gli italiani è più importante spendere il tempo per il lavoro che non per la famiglia. In Italia, secondo il 72% delle colf, la vita deve essere progettata ed organizzata, mentre solo il 22,7% afferma che gli italiani vivono giorno per giorno, filosofia che invece fa parte del bagaglio culturale del 35% delle intervistate.
I rapporti umani non sono un granché fra datori di lavoro e colf: circa il 30% dice di sentirsi umiliata e, a parte le filippine, che si sentono a loro agio in famiglia, la gran parte vive in un clima di «forte gerarchia e subordinazione». Solo il 29,1% delle donne interpellate dichiara di essere stimata e rispettata dai datori di lavoro. Il 77% delle intervistate ha una posizione regolare, mentre non è in regola il 23%. La percentuale più alta di irregolari si riscontra tra peruviane e polacche (40%) mentre per i Paesi africani è minima o inesistente. Il 28,7% , inoltre, è soddisfatta del lavoro che ha e non desidera cambiarlo (il 35,8% ricopre ruoli di collaborazione domestica e di cura a bimbi o anziani. il 29,2% si definisce tuttofare), il 24,5% ne preferirebbe un altro, il 17,6% indica un’occupazione specifica, il 16,3% un impiego adeguato agli studi e il 12,9% vorrebbe quello svolto nel Paese di origine.
Nel tempo libero? La maggioranza delle colf frequenta luoghi dove è quasi assoluta la presenza di altri stranieri. Nel 42,2% dei casi, le colf straniere vivono presso la famiglia in cui lavorano, in particolare capoverdiane, somale e polacche.

Più sfruttamento al Nord, meno soldi ma più aria di casa al Sud

È soprattutto nelle regioni settentrionali che i datori di lavoro trascurano i diritti delle colf. Al Nord, infatti, le lavoratrici domestiche sono impegnate in media più di 8 ore al giorno (55,6% contro il 36,4% del centro e il 51,1% del sud) ma gli straordinari spesso non sono pagati (solo il 42,9% contro il 72,7% e il 55,6%). Inoltre, è diffusa l’abitudine di richiedere loro flessibilità e disponibilità che le costringono a saltare di frequente le giornate di riposo. Sempre nel settentrione, la malattia non è pagata nel 75 per cento dei casi (contro il 19% e il 22,2%). Nonostante tutto, per il 75,1% delle colf, la vita in Italia è cambiata in meglio: una lavoratrice straniera è in grado infatti di mantenere mediamente, con la sua paga italiana, 6-10 familiari in patria.
L’ambiente dell’Italia del Sud, più orientato verso i bambini e le parentele, appare più vicino alla cultura delle colf «perché assomiglia ai paesi di origine: ci sono meno soldi, ma le reti familiari sono più forti». «Al Sud prevale un modello familiare caratterizzato da ”coabitazioni intergenerazionali” – conclude Andolfi – mentre al nord si interessano di più alla cultura d’origine delle badanti, ma è diffusa una cultura del lavoro basata su pianificazione, ordine e disciplina, in cui al lavoratore non si regala niente».

Ma solo il 10 per cento vuole rimpatriare

E il futuro? Appemna poco più del 10 per cento delle colf straniere intervistate dice di aver intenzione di voler tornare nel proprio Paese, mentre il 14,4% ha giù deciso di volersi stabilire definitivamente in Italia. È indecisa e rimanda nel tempo il 36,2%; il 5% vorrebbe invece emigrare in un altro Paese.

C’è anche un test «made in Italy» per fare la diagnosi precoce del virus della Sars. Messo a punto dai ricercatori del Dipartimento di Malattie infettive e parassitarie dell’Istituto superiore di Sanità, il kit diagnostico è stato il primo nel nostro Paese ad ottenere la validazione dell’Organizzazione mondiale della sanità che lo ha definito «eccellente», «altamente specifico e sensibile».
Quello italiano è un test veloce: i medici dovranno aspettare appena 6-8 ore per sapere se il paziente sospetto è veramente stato contagiato dal coronavirus della polmonite atipica. «Una equipe dell’Istituto – spiega il ricercatore Antonio Cassone – ha lavorato per 4-5 mesi sul materiale che ci è stato inviato dalla rete internazionale dei laboratori di riferimento per la Sars». I campioni di virus sono infatti pochissimi e gli studiosi, visti anche i pochi casi che si sono verificati in Italia, hanno dovuto importarli dall’estero. Ora, di fronte al nuovo caso di Singapore – il microbiologo 27enne che potrebbe aver contratto la polmonite atipica in laboratorio – che ha ridestato la paura di una ripresa autunnale dell’epidemia, i medici potranno distinguere la normale influenza da una eventuale Sars, analizzando i campioni organici del paziente attraverso il test. Per ora i laboratori dove potrà essere utilizzato il test sono, oltre a quello dell’Istituto Superiore di Sanità anche quelli dello Spallanzani di Roma e del Sacco di Milano. «Ma il test – ha aggiunto Cassone – potrà essere anche adottato in altri centri, con costi piuttosto limitati, simili a quelli di altri esami come quello per l’epatite».
Commentando positivamente la notizia da Bruxelles, il ministro per la Salute Sirchia ha ammesso che casi isolati di Sars, come quello di Singapore, «sono nello scenario dell’atteso» per l’autunno e l’inverno. Circa i filtri negli aeroporti di Malpensa e Fiumicino sui voli in provenienza da Singapore, il ministro ha indicato che rimarranno finchè non si avranno indicazioni precise dall’Oms. Nel 2005, intanto, ha confermato Sirchia, dovrebbe nascere il centro europeo che darà l’allarme e delineerà scenari di intervento in caso di nuovi rischi infettivi su larga scala, come quello rappresentato dalla Sars, o dovuti al bioterrorismo. Il centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, che dovrà nascere fra due anni, avrà il mandato, ha spiegato Sirchia, di «valutare quello che accade nel mondo, definire scenari di rischio e proporre procedure di allerta rapida, e di intervento immediato».