Coin: Un manager negli affari di famiglia

28/01/2002

Il Sole 24 ORE.com






Il caso Coin - Il passaggio generazionale nel gruppo è stato accompagnato da dirigenti esterni in posizioni strategiche
Un manager negli affari di famiglia
Manager esterni in posizione chiave accanto agli imprenditori? Una formula vincente, ma delicata e complessa da realizzare. Spesso anche un elemento decisivo che, oltre a favorire la staffetta generazionale, consente anche di far decollare l’internazionalizzazione. È il caso del gruppo veneto Coin dove la quarta generazione si sta facendo le ossa all’estero prima di venire inserita in azienda. Con la strada spianata dalla presenza di manager esterni alla famiglia in posizione chiave e dalla quotazione in Borsa. Ma raccontata così, chiediamo al presidente del gruppo veneto, non sembra una case history da scuola di management costruita a tavolino? Vittorio Coin, 62 anni ben portati, ammette: «Devo dire che siamo stati anche molto fortunati». Il presidente, che da alcuni anni non ha più cariche esecutive dopo che la terza generazione era entrata decisamente in scena nel ’74, sorride e mostra un quadretto con tre paginette fitte scritte a mano dal nonno. Sotto il titolo «Le mie memorie» ci sono "le radici" della storia Coin. A cominciare dai primi anni del secolo scorso quando il capostipite Vittorio, anche lui rimasto orfano in giovanissima età, faceva l’ambulante (con licenza ottenuta a Pianega) per i mercati vicino a Venezia con una cassetta di aghi e filo e una licenza da merciaio, mentre la nonna rimane a casa riuscendo ad allevare i figli mentre gestiva una piccola trattoria. «Da allora di strada – riconosce il presidente – ne abbiamo fatta parecchia. Anche se le piccole attività imprenditoriali della famiglia sono state azzerate un paio di volte dalle due guerre mondiali. Ma noi siamo andati avanti forse proprio perché sempre legati alle nostre radici, a una "formula" distributiva che affonda le sue radici nei bisogni quotidiani della gente comune». Non per niente il marchio Oviesse si posiziona nel segmento del risparmio identificato come «Every day, low price». E un discorso analogo vale per l’internazionalizzazione dopo l’acquisto della rete tedesca Kaufhalle (che sarà convertita all’insegna Oviesse entro il 2003) e le operazioni svizzere in partnership con il gruppo Migros. Il tutto non ha però impedito alla Coin di chiudere il 2001 con un giro d’affari in crescita che gli analisti stimano in oltre 1,55 miliardi di euro. Nonostante lo sbarco in Borsa, la terza generazione Coin controlla saldamente il gruppo: il 70% delle azioni è in un’accomandita in mano ai fratelli Piergiorgio (vicepresidente) e Vittorio che spiega: «Quando diciamo che la nostra è una storia di tre generazioni di imprenditori che, dal 1916 a oggi sono state animate dai medesimi principi e dallo stesso spirito mercantile non facciamo un’agiografia da brochure, ma raccontiamo semplicemente la nostra storia». Una saga decisamente a tinte rosa che, fin dall’inizio, ha sempre visto una famiglia molto numerosa selezionare attentamente gli eredi (alcuni erano stati indirizzati verso la carriera religiosa) e a separare la proprietà dalle gestione. A cominciare dal nonno che, «ancora relativamente giovane – racconta il nipote Vittorio – si ritirò dal business attivo lasciando la gestione ai figli e limitandosi a incassare l’usufrutto. Ma nella storia della famiglia c’è stata anche una specie di selezione darwiniana, con numerosi "abbandoni" e anche spin-off, qualcuno anche di una certa rilevanza. Devo dire che il pragmatismo ha "semplificato" molto la situazione e aiutato chi credeva nel business tradizionale a mantenere il controllo e a sviluppare l’attività. Voglio però sottolineare un altro elemento chiave, il largo ricorso ai manager esterni, una tradizione che è ormai entrata nel nostro Dna» (da cinque anni Ricotti è amministratore delegato). Forse anche il tipo di business, e le modalità con il quale si gestiva nei tempi passati, ha aiutato queste scelte. La famiglia, che nel frattempo aveva aggiunto l’attività all’ingrosso a quella tradizionale del dettaglio, ha infatti sempre tenuto in mano una funzione chiave, quella degli acquisti dei tessuti (che venivano anche tagliati direttamente prima di affidare il confezionamento a laboratori esterni). Nel 1957 vengono acquistati, anche perché c’erano agevolazioni fiscali, i magazzini austriaci Ohler che «serviranno a fare le "prove generali" del successivo – e per allora coraggioso e rivoluzionario – sbarco a Milano, nel 1962, in piazza Cinque giornate, ancora oggi esistente. L’operazione venne in gran parte gestita da un manager esterno, Vittore Collavo». Intanto decollava un nuovo settore merceologico, quello della confezione pronta: «Facemmo anche – ricorda Vittorio – una società con un signore che si chiamava Achille Maramotti di Reggio Emilia, che allora stava muovendo i primi passi; la joint venture rimase in piedi per diversi lustri». Curiosa anche la storia del marchio Oviesse che nasce dall’impasto tra un cattedrattico di Harvard, le lezioni di Applebaum sulla teoria di Mc Nair chiamata «The wheel of retail», e l’intuito imprenditoriale del giovane Vittorio. In origine, nel 1972, voleva dire Organizzazione vendite speciali (Ovs) e serviva a commercializzare a basso costo il tessile-abbigliamento in locali molto simili agli attuali hard discount alimentari. Non per niente Piero Coin, figlio di Vittorio e l’unico dei quattro pronipoti del capostipite che entrerà in azienda, si sta facendo le ossa da Gap, il colosso Usa del retail. Franco Vergnano

Lunedí 28 Gennaio 2002

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