Coin: storie di commesse da buttare (N.Dalla Chiesa)

04/10/2005
    martedì 4 ottobre 2005

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    "IL REPORTAGE"
    Coin, storie di commesse da buttare

    Cambio stagione da Coin
    Benservito alle commesse

      COIN DI PIAZZALE LORETO A MILANO è un luogo che è il contrario esatto delle risaie contadine. Un grande magazzino tutto vetrine e luci, cinque piani di abbigliamento, arredi, profumi e altre merci assortite. Le commesse che ci lavorano hanno ricevuto in estate l’annuncio del licenziamento.

        di Nando Dalla Chiesa

          Le mondine, ricordate le mondine? Ricordate il «sior paron dalle belle braghe bianche?». Silvana Mangano, le immagini in bianco e nero dei documentari storici, la letteratura e la cinematografia. Un’epopea finita, sepolta sotto la mole di mezzo secolo di modernità straripante. Tutto passato. Eppure qualcosa di allora torna, senza neppure il fascino o la nostalgia dei tempi che furono, quando si incrocia una delle vertenze sindacali che stanno segnando la vita di Milano.

            Sul piede di guerra sono le donne (e i pochi uomini) di tutti i negozi milanesi della catena: corso Vercelli, piazza Cantore e piazza Cinque Giornate. Per solidarietà con le loro colleghe più sfortunate. Ma anche perché hanno rifatto a tutte d’imperio gli orari di lavoro, sconvolgendone in molti casi la vita quotidiana, già grama di suo per chi prende mille euro al mese. Perciò hanno aperto un gazebo davanti a Cinque Giornate, chiedono ospitalità alle tivù locali, sono andate a fare un presidio davanti a Palazzo Marino senza il bene di essere ricevute da un qualsiasi assessore. E finalmente hanno fatto scattare anche le prime interrogazioni parlamentari su questa vicenda che sta diventando doppiamente simbolica: della crisi di consumi della “quarta settimana” nella capitale del governo; e della estrema fragilità delle conquiste femminili di questi decenni.

              Raffaella, Gianni e Giovanna sono tre delegati gentili e battaglieri. E raccontano la storia, le storie umane di questa vertenza. Inizia tutto in primavera. I fratelli Coin hanno fatto investimenti sbagliati in Germania e vanno perciò alla ricerca di nuovi partner. E ne pescano uno in Francia, la Pai, un fondo investimenti pensioni. Che acquista la maggioranza della società e ci tiene subito a mettere in chiaro chi comanda. Soprattutto a metterlo in chiaro ai dipendenti. In luglio arriva l’annuncio che lo storico negozio di piazzale Loreto verrà chiuso. Un annuncio freddo, perfino ridicolo nella sua freddezza. Il latinorum dei potenti di una volta è sostituito dall’inglesorum dell’aziendalismo raffazzonato d’oggi. Bisogna trasformare, si dice, l’attuale «format commerciale» in un «nuovo concept» per ottenere «significative modifiche nei category» e per contrastare la negatività delle «performances conomico/organizzative». Ridicolo ma la sostanza sono 37 licenziamenti. E a fine luglio un apposito ordine di servizio annuncia pure che negli altri negozi entrerà in vigore un nuovo orario. In ogni caso l’azienda fa capire che se i dipendenti di tutti i negozi accetteranno il lavoro domenicale obbligatorio (con riposo in altro giorno della settimana), per i licenziamenti di piazzale Loreto si potrà sempre vedere. Insomma, si annusa aria di pressione un po’ ricattatoria, dicono i sindacalisti.

                Sono necessari o no i licenziamenti? Si vuole agitare lo spettro della disoccupazione degli uni per ottenere dagli altri quel che non è concesso né previsto dal contratto? Fatto sta che le dipendenti di tutti i negozi rifiutano l’imposizione del nuovo orario. Sono 63 i lavoratori e le lavoratrici in corso Vercelli, più di cento in Cinque Giornate, quasi 50 in piazza Cantore, e 37, appunto, in piazza Loreto. E il 29 agosto, alla ripresa dopo le ferie, si presentano ai loro soliti turni. E qui accade quello che non si pensa mai che possa succedere in una città come Milano. Le fessure per la timbratura dei cartellini sono ostruite con del robusto scotch. Ma soprattutto sono presidiate, a garantirne l’inutilizzabilità, da guardie private venute dall’esterno. Le dipendenti si trovano insomma davanti degli sconosciuti che vietano loro con la forza di registrarsi sul posto di lavoro. Chiedono agli sconosciuti chi sono. Uno risponde di essere un poliziotto. Ma alla richiesta di esibire il tesserino, risulta taroccato. Viene chiamata la polizia vera. La quale dà ragione alle lavoratrici e ingiunge di rimuovere ogni impedimento.

                  «Perché ci siamo opposti al nuovo orario? Prima di tutto perché gli orari si concordano. Noi abbiamo un contratto e non possono cambiarcelo d’autorità il 30 luglio per il 29 agosto. Noi siamo disposti a discutere, non è che non ci rendiamo conto che l’azienda può avere dei problemi. Ma anche noi li abbiamo. Li vuole sentire?». A parlare così è Raffaella, delegata di piazzale Loreto, un viso mite con occhialini sottili e capelli biondi fini. Ha una delle maggiori anzianità di servizio. «Trentaquattro anni esatti di servizio. Sono arrivata in Coin il 4 ottobre del ’71, di anni ne avevo diciassette, nemmeno sapevo parlare». Era un’altra Milano. Sull’onda lunga del Sessantotto i diritti sindacali crescevano e arrivavano dappertutto, dalla grande industria alla pubblica amministrazione al commercio. Ora Raffaella è qui a fronteggiare la vecchia prepotenza di un tempo, mentre si trova una figlia ventiquattrenne laureata in legge assunta come interinale in un’assicurazione, centotrenta interinali su duecento dipendenti. «Vede, noi abbiamo sempre funzionato su quattro turni. C’è chi ha il tempo pieno e chi il part-time, e anche il part-time non è uguale per tutti, perché cambiano il numero totale delle ore settimanali e il modo in cui sono spalmate sulla settimana. Sono turni che abbiamo concordato, sulla base delle nostre possibilità ma anche delle necessità aziendali. E da lì siamo partite per organizzare negli anni la nostra vita, per trovare il modo, spesso difficile, di conciliare lavoro e famiglia. Ora ci dicono che i turni diventano solo due. Il part-time è solo quello dall’una alle quattro di ogni giorno. E il full time va su tutto il giorno comprendendo una pausa non retribuita di tre ore; già, la pausa dell’intervallo di pranzo. Tre ore senza fare niente, così arrivi al mattino presto e te ne vai a sera. Ma come si fa? Ci creda, è difficile organizzarsi quando si prendono mille euro al mese, io con trentaquattro anni di anzianità ne prendo 1120. Non può arrivare la direzione aziendale e dirci: “quello che ti sei faticosamente costruito in tanti anni per campare io te lo butto all’aria senza neanche interpellarti”. Perché noi il tentativo di metterci d’accordo lo abbiamo fatto, sa? Sono loro che nemmeno ci ascoltano». Gianni è un delegato di piazza Cinque Giornate. Ha il fisico massiccio e i neri capelli spartiti da una riga in mezzo. Viene dalla Standa, dove faceva il magazziniere, mentre in Coin fa il commesso. Lui di euro ne riceve 950 facendo il tempo pieno e prende con passione le parti delle sue colleghe: «Che cosa le diciamo alla Anna? Certo lei non la conosce, ma Anna è una ragazza full time che ha un bimbo piccolo. È divorziata, vive sola, è monoreddito e ha pure una malattia per la quale non si dovrebbe stressare. Mi chiede come fa adesso con il bambino? Questo non lo sappiamo. Per adesso sta solo piangendo. E la Sandra? Ha un marito con un Alzheimer progressivo e non ha ancora l’anzianità per andarsene in pensione. Deve portare il marito in istituto, tenerlo lì perché se no non ce la fa, ma l’istituto alle 19 chiude e lei deve andare a prenderlo in tempo a Lambrate. Per lei è impossibile questo nuovo orario. C’è poi una mamma che ha un figlio piccolo, già suo marito deve stare fuori casa tutto il giorno. È una full time, il bimbo si fa già prescuola, scuola e doposcuola. Ora che cosa dovrà fargli fare in più per tirare le otto di sera?». Gianni si accalora: «Hanno azzerato la vita dei full time (full time, part time, diventano in questi discorsi categorie umane a pieno tondo). Ma sa a che ora usciamo da casa e a che ora torniamo con questo orario con la pausa di tre ore in mezzo? Mica penserà che viviamo tutti a Milano? Sì, con l’affitto che si paga qui». Giovanna è un’altra delegata di Cinque Giornate. Ha i capelli ramati e il viso magro, un golf nero sulle spalle. Diciassette anni di anzianità e 850 euro al mese per un part time di trenta ore che le consente di fare alcuni lavoretti. Lei è fortunata, perché abita in città, in via Sarpi. «Ma è l’ultimo anno che ho questa fortuna, se è fortuna una stanza in via Sarpi. Ora ho lo sfratto e anch’io l’anno venturo dovrò cercarmi una casa fuori Milano». Gianni riprende il suo cronometro: «Vivo a San Giuliano. Per essere qui alle dieci del mattino devo uscire di casa alle otto e mezzo. Se esco di qua alle otto di sera, rientro a casa alle nove e mezzo. Stanco, dovendo ancora cenare. Qui finisce la mia giornata. E io vengo e torno in auto. Ma per certe destinazioni i mezzi pubblici la sera sono una rarità».

                    «E la Wilma che ha due figli e non sa dove metterli? Aveva chiesto il part time fatto in un certo modo proprio per poterli gestire. Vede, prima c’era il part time verticale, quello che fa fare due o tre giorni di lavoro alla settimana, che uno si organizza per quei due giorni con i vicini o con i parenti. Poi recupera. Ma così, con tre ore tutti i giorni obbligatori, poi giusto a metà giornata, che non hai né la mattina né il pomeriggio liberi, come fai? E c’è dell’altro: uno a volte fa il part time perché poi ha un altro lavoro, del tutto legalmente. Ma se ti cambiano la struttura del part time ti salta l’altro lavoro, e tu resti a terra, ti trovi di colpo con metà reddito, e magari c’hai un mutuo da pagare, ma come si fa a non capirlo? Qui io le sento le mie colleghe. Il loro stipendio lo gireranno alle baby sitter. Sembra che venire a lavorare diventi un lusso».

                      La famiglia, il lavoro, i figli, il marito. Torna di continuo il discorso della famiglia. Perché è la grande preoccupazione di tutte, è l’ansia collettiva. Il lavoro messo di punto in bianco contro la famiglia. Lo hanno scritto in un grande manifesto piazzato all’incrocio di corso di Porta Vittoria: «Coin è contro la famiglia». Sembra che le conquiste di decenni siano solo nominali per queste donne che d’improvviso scoprono che basta un cambiamento d’orario per fargli saltare le più certosine strategie per una vita dignitosa e capace di affetti. Fino alle scoperte più radicali. «Ma come faccio ad avere un bambino con mille euro al mese?», ho sentito chiedere prima del nostro incontro “ufficiale” da una giovane delegata.

                        Ecco dunque la miscela che ha fatto scattare una protesta sindacale che, nonostante i bassi salari, ha soprattutto una radice ideale. Orgoglio, coscienza dei propri diritti, voglia di non farsi piegare come cose inanimate. «Ma lo sa? “Poca roba”, sì, ha detto proprio “poca roba” di noi l’amministratore delegato, questo Stefano Beraldo che sulla stampa si vanta di avere mandato via seicento persone quand’era alla De Longhi, quella dei pinguini e dei frigoriferi. Trentasette licenziate, donne e uomini con famiglia, con decenni di servizio leale, chiamati “poca roba”. Ma che termini sono, ma che rispetto c’è dietro queste parole?». Ecco perché queste mondine del Duemila hanno messo insieme, dal 30 luglio ad adesso, la bellezza di più di cento ore di sciopero. Ecco perché a settembre non prenderanno quasi nulla di stipendio. Ricevono aiuto dai clienti e dai passanti. «Anche dai clienti anziani, anche da quelli che hanno problemi di reddito simili ai nostri, ma che ci lasciano qualcosa nella grande boccia in cui stiamo raccogliendo i contributi di solidarietà. Troviamo anche pezzi da 50, 100 euro. Milano ci sta stupendo in questo. Guardi questa lettera. L’hanno scritta due clienti, marito e moglie; l’hanno mandata alla direzione della Coin di piazzale Loreto. Per difenderci e per ricordargli l’amore con cui abbiamo svolto il nostro lavoro. E di lettere come questa ne sono arrivate tante».

                          Già, perché una cosa c’è da dire. Che queste signore che con tanta tenacia difendono i loro diritti dalle alzate d’ingegno ottocentesco della proprietà, sentono per l’azienda e il proprio servizio un attaccamento perfino viscerale. Dora, la sindacalista della Cgil che con Maria Carla, anche lei della Cgil, e con Gualtiero della Cisl, sta assistendo ogni giorno le delegate, confessa di essere rimasta incredula nel sentirle parlare. «Io vengo dal settore metalmeccanico e non ci ero abituata. Ma loro dicono “il nostro o il mio negozio”, come fosse loro davvero». Raffaella conferma, a metà tra l’autoironia e la malinconia. «Insomma, ma lei lo sa che quando ci siamo messi a smantellare il mio reparto in vista della chiusura di Loreto, per mandare le merci alle altre filiali, io piangevo? Piangevo nel vedere quelle merci che avevo sempre trattato e venduto che se ne andavano imbustate, per me era come dar via le tazzine della nonna. Lo so, una sindacalista non dovrebbe, ma io mi sentivo così. Persa… ». Gianni si scalda di nuovo. «Vede? Noi siamo così. Perché un commesso un cappotto può venderlo o no. E noi lo vendiamo. Dipende dal rapporto con il cliente. Ma se lo vendiamo, poi non ci possono dire che siamo delle “spese”. Sarà, ma siamo le “spese” che gli consentono di guadagnare».

                          A questo punto sbotta l’interrogativo. Ma perché un’azienda deve trattare con tanta arroganza dei dipendenti così? Perché, sia pure tenendo conto dei bilanci, non cerca una via d’uscita indolore e rispettosa? «Perché qui si gioca una partita ben più importante», spiega Gualtiero con Dora e Maria Carla, che il commercio se lo seguono su tutta Milano. «Questa è la punta di un iceberg. Vogliono mano libera nel commercio, a partire dagli orari, che in questo momento sono il vero terreno di contrattazione. L’Upim ha disdettato gli accordi sugli orari. La Rinascente ci sta arrivando. Ma le pare normale che non abbiano tentato nemmeno una via alternativa al licenziamento, che – per quel che sappiamo – scatterà il 23 ottobre? Che non abbiano tentato nemmeno la Cassa integrazione? Le pare normale che non abbiano cercato la via del consenso? Ci hanno detto che ce n’erano solo due disposte a trattare la messa in mobilità. E noi sindacalisti invece ne avevamo trovate una ventina… ». Incalzano Gianni, Giovanna e Raffaella: «Le pare normale che stiano anche per toglierci il ticket del pranzo nell’intervallo, perché hanno pure fatto i calcoli che nelle tre ore obbligatorie di pausa potremmo tornarcene a casa, magari, chissà, a Saronno, in Brianza, ad Abbiategrasso? Ma si rende conto? Ma che cosa abbiamo fatto per essere trattate così? Così da un padrone che non sappiamo nemmeno come è fatto e che non vedremo mai in faccia, che non potremo mai guardare negli occhi».

                            La proprietà francese che fa quello che vuole. Che spiega a una delegata di Genova che ha vinto una causa in Cassazione per comportamenti antisindacali che a loro di quella sentenza gli frega poco perché continueranno a fare esattamente quello che hanno fatto, e lei passi pure altri cinque anni a fare un’altra causa. Le leggi e i contratti che non valgono. Milano civile e solidale ridotta a sfavillante landa delle ferriere. I vestiti modesti e dignitosi con qualche meraviglioso cenno di femminilità e perfino di civetteria portati all’illusorio presidio davanti a Palazzo Marino, dove una commessa chiede: «Ci chiamano risorse umane, ma umane dove?». La fierezza di chi sa di avere lavorato e di avere al tempo stesso cresciuto una famiglia. Negli stessi giorni in cui il traffico del centro milanese va in tilt sotto i riflettori magici della settimana della moda, le donne della Coin e i loro sparuti colleghi maschi indicano il punto da cui il centrosinistra che ambisce a governare dovrà ripartire. Il lavoro e il diritto ad avere una famiglia. Che nessuno dei due diventi un lusso per le donne. O per la povera gente che il mercato quota, se gli va bene, a 900-1000 euro al mese.