Coin, Ricotti punta a comprare l’azienda

17/12/2002





FINANZA
lunedi 16 Dicembre 2002
pag. 34

Secondo diffuse indiscrezioni l’amministratore delegato starebbe studiando un management buy out sul prestigioso marchio. I successivi passaggi sarebbero l’uscita del fratello maggiore Piergiorgio e il lancio dell’opa sul gruppo

Coin, Ricotti punta a comprare l’azienda


VITTORIA PULEDDA


Quando, in autunno, Vittorio Coin fu nominato dal consiglio coamministratore delegato del gruppo, molti saltarono sulla sedia: come mai Paolo Ricotti, un manager lungamente apprezzato — all’interno e dal mercato, proprio per la sua indipendenza dalla proprietà — viene affiancato da un esponente della famiglia? E a lungo erano circolati dubbi sulle ragioni di una scelta apparentemente poco comprensibile, che poteva essere letta alternativamente come una sorta di messa sotto tutela del top manager o, al contrario, come la decisione propedeutica all’uscita dal gruppo di un amministratore stanco delle lotte tra i due fratelli Coin.
Ma la realtà — se verranno confermate dai fatti le ampie indiscrezioni che circolano sulla piazza finanziaria — è mille miglia lontana da entrambe le ipotesi: Ricotti è stato affiancato da Vittorio Coin perché entro pochi mesi, diciamo nel primo trimestre del 2003, da manager diventerà azionista del marchio Coin, scorporato dal gruppo e rilevato con un classico management buy out insieme al fondo di private equity Bridge point.
Le incognite sono ancora molte, anche perché i passaggi tecnici per arrivare allo scorporo e alla vendita sono numerosi, ma se tutto filerà liscio Ricotti rileverà i 72 punti vendita Coin e con il ricavato Vittorio pagherà il fratello Piergiorgio, rilevandone le quote nell’accomandita di famiglia che controlla il gruppo. Sul titolo verrà poi lanciata l’opa: già un anno e mezzo fa infatti la Consob aveva informalmente chiarito che se fosse cambiata la composizione azionaria dell’accomandita a monte della società quotata doveva essere lanciata un’offerta rivolta a tutto il mercato.
E proprio questo scoglio ha congelato a lungo le trattative tra i due fratelli: Vittorio infatti deve trovare non solo i soldi per pagare l’altro socio, ma anche per l’opa successiva. Nel frattempo, tra scontri e avvocati, è precipitato il quadro congiunturale internazionale e l’acquisizione in Germania si è dimostrata almeno finora quasi una Caporetto. In una parola, dalla metà del 2001 i conti sono drasticamente peggiorati e la possibilità di trovare finanziamenti per pagare la quota di Piergiorgio è diventata un miraggio. Solo la terza trimestrale 2002, resa nota alla fine della settimana scorsa, mostra qualche segnale di inversione di tendenza, con un risultato operativo pari a 2,2 milioni di euro dopo un semestre in rosso, mentre il fatturato risulta di nuovo in crescita, del 5,5%, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
In questo lungo periodo, i due advisor al lavoro (Mediobanca per Piergiorgio, Livolsi per Vittorio) hanno tentato varie strade. Fino a quando è stato chiaro che l’unica soluzione era vendere alcuni asset per portare a casa risorse sufficienti a liquidare il fratello più grande. La scelta è caduta sugli immobili e sulla catena Coin, più prestigiosa anche se meno redditizia della cugina Oviesse. Ma i primi sondaggi con Zara e il gruppo Maramotti non hanno portato a conclusioni favorevoli. Fino a quando, secondo alcune ricostruzioni, si sarebbe fatto avanti lo stesso Ricotti, affiancato dal punto di vista finanziario, da fondo Bridge point, nato all’inizio del 2001 come spin off dalla Natwest in seguito all’opa lanciata da Royal Bank of Scotland. Bridge point ha quattro milioni di fondi in gestione ed è molto conosciuta sul mercato italiano: tra le ultime operazioni, la cessione del suo 75% della Longoni sport a Giacomelli e l’acquisizione da Snia della Caffaro flexible packaging.
Se riuscisse il montaggio di questa operazione si chiuderebbe una saga familiare che vede i due fratelli Coin contrapposti ormai da tempo. Il lunghissimo braccio di ferro è partito, ufficialmente, con la decisione di Vittorio (e del cda) di prendere la presidenza del gruppo al posto del fratello Pierluigi, dando il via ad un’alternanza di cariche per nulla gradita dal maggiore. Rancori, incomprensioni crescenti e alcuni manager schierati con l’uno o con l’altro, hanno avvelenato ulteriormente il quadro, fino alla rottura definitiva. Che, tuttavia, non è ancora arrivata al divorzio consensuale perché il pacchetto di controllo di Coin group è blindato in un’accomandita. Da cui è molto difficile uscire se non con l’accordo degli altri soci.