Coin e Rinascente Le dinastie contro i fondi

14/02/2011

La famiglia veneta, molto ramificata, incerta se riprendere il controllo, quella lombarda vuole stoppare l’ingresso dei thailandesi
Due imprese con una storia secolare, due insegne della grande distribuzione non alimentare divenute emblemi del Made in Italy e due dinastie al bivio. Coin e Rinascente sono in vendita e gli eredi delle famiglie fondatrici sono chiamati a decidere se restare o lasciare. In ambedue i casi ci sono fondi di private equity in procinto di liquidare l’investimento fatto cinque anni fa e due famiglie in posizione di minoranza: i Coin nell’omonimo gruppo e i Borletti nella Rinascente. Storie diverse con un epilogo ancora da scrivere. In ambedue casi si scontra la logica di corto respiro e lauti guadagni degli investitori puri contro l’orizzonte lungo delle dinastie proprietarie e dei piani industriali. Nel caso di Coin a cedere la maggioranza sono i fondi Pai. Mentre nel caso di Rinascente un gruppo di fondi immobiliari (Investitori associati, Prelios e Deutsche Bank). Nel caso di Coin fu la famiglia a fare un passo indietro nel 2005, ma non è detto che oggi sia pronta a liquidare tutto quello che le resta nell’azienda a cui ha legato il nome. In Rinascente invece è stato Maurizio Borletti, nipote del fondatore a fare un passo avanti nel 2005, ricomperando l’azienda che era stata venduta alla Fiat. Ed è sempre lui che oggi sta cercando di ricomperarla insieme ad altri soci. In cinque anni le due catene sono rinate per merito dei rispettivi manager (Stefano Beraldo per Coin e Vittorio Radice per Rinascente). Sono state ristrutturate e riposizionate sul mercato, hanno superato il periodo di crisi e hanno davanti un futuro di crescita: Coin viaggia verso i 2 miliardi di fatturato e Rinascente punta a quota 600 milioni. Resta da capire se resteranno anche i discendenti di chi le inventò un secolo fa.