Coin cambia soci e riscommette su Coin

08/09/2005
    SUPPLEMENTO AFFARI & FINANZA

      Lunedì 5 settembre 2005

      FINANZA pag.36

        Coin cambia soci e riscommette su Coin

          ALESSANDRA CARINI

            Non ha certo nove vite come i gatti. Ma dopo l’avventura tedesca, che con i suoi 400 milioni di euro di perdite avrebbe potuto uccidere anche la più vitale delle imprese, dopo gli anni delle liti e degli avvocati, che hanno portato il controllo nelle mani di Pai, fondo chiuso europeo che ne detiene il 69%, la Coin ricomincia una nuova vita. E’ la prima senza avere alle spalle la famiglia che l’aveva fondata e di cui porta il nome e che oggi è un socio finanziario di minoranza, pur avendo manifestato spesso l’ambizione di volere tornare, un giorno, in sella al controllo.

            La guida oggi con pieni poteri un giovane manager veneziano, Stefano Beraldo, con una carriera segnata dai successi alla Gs e alla De’ Longhi e che ora tenta la sfida di rilanciare un marchio consolidato, ma in alcuni punti un po’ acciaccato, della grande distribuzione italiana. Ha al suo attivo un asset sicuro: una rete di 336 negozi a insegna Coin e Oviesse: 40.000 metri quadrati di vendita che richiamano ogni anno 90 milioni di visitatori. «Ma soprattutto dice un network di qualità costituito da quella rete di 71 negozi, ubicati nel cuore dei centri cittadini e nella bellezza dei loro palazzi storici che oggi costituiscono una potenzialità di attrazione per chi cerca lo shopping cittadino e un consumo di qualità a prezzi accessibili».

            Nella sua "sporta" Beraldo porta una tranquillità finanziaria sconosciuta al gruppo negli ultimi anni e che ha reso possibile, con l’ingresso di Pai, mettere in cantiere 40 milioni di investimenti per rammodernare la rete e ridare smalto a dei marchi che hanno però anche una storia di successo resa possibile da intuizioni imprenditoriali azzeccate. E’ il caso, ad esempio di Oviesse, creato a inizio anni Settanta, il primo outlet della storia dell’allora ancora piccola distribuzione italiana (si scriveva O.V.S. acronimo che sta per OrganizzazioneVenditeSpeciali) oggi diventato per il gruppo ma anche per il consumatore, un punto di riferimento del consumo a prezzi convenienti. Oggi costituisce due terzi del fatturato Coin e un approdo per i conti, visto che la crescita delle vendite non ha conosciuto crisi in questi anni tormentati, se si mette tra parentesi l’assurda avventura tedesca che portò a comprare decine di centri commerciali costosi e inadatti come metratura per lo standard di Oviesse. In Italia è un marchio sicuro anche se con uno smalto da riverniciare. «Tutti parlano di H&M, di Zara, ma poi quando si tratta di comprare vengono da noi dice Beraldo la sfida di domani è quella di consolidare e rendere visibile questo successo nel nostro mercato».

            C’è ancora all’attivo il risultato di quella che è stata un’altra intuizione geniale della storia della Coin, primo gruppo ad avere puntato su quella che oggi si chiama l’home decoration e il benessere, materializzato nei consistenti reparti dedicati alla casa e nella più visitata rete di profumerie italiane, collocate strategicamente ai piani terra dei negozi. «E’ un esempio di come con l’innovazione, la cura del prodotto, uniti ad un buon rapporto qualità prezzo, si possa essere un punto di riferimento in un settore oggi importantissimo nel paniere dei consumi», dice Beraldo. Un esempio che potrebbe tornare utile per ristrutturare quello che è invece il comparto che soffre di più: quello dell’abbigliamento. Marchi fatti in casa per tentare di aumentare i margini, ma che non hanno avuto successo. Prodotti posizionati su fasce di prezzo troppo elevate. Politica degli acquisti sbagliata. Una confusione che il consumatore ha bocciato in pieno allontanandosi da un prodotto e da un’offerta che hanno presentato una fisionomia sbagliata.

            «Cambieremo dice Beraldo ridurremo i marchi fatti in casa concentrandoci su quelli di successo. Per il resto torneremo a girare il mondo a cercare tendenze, a scoprire piccole aziende innovative ma che non hanno una vetrina, a vendere marche che offrono lusso, ovviamente a prezzi abbordabili». Lo spazio per attrarre nuovi consumatori c’è. «E’ in quella rinascita in tutto il mondo del departement store, in quella fascia di mercato in crescita di coloro che scelgono il consumo cittadino di qualità».

            Quaranta milioni di investimenti, un’inversione di tendenza nelle vendite degli ultimi mesi, un piano di ristrutturazione delle superfici che comincia ad essere sperimentato a Mestre prima e poi a Napoli costituiscono il biglietto di presentazione della gestione Berlando i cui primi numeri si vedranno nella semestrale che verrà presentata a fine mese e che ha investito nell’azienda un pacchetto di stock option. La sorte del gruppo è nelle mani del solo management, non ci sono patti negoziati che garantiscano il riacquisto da parte della famiglia, che ha due rappresentanti dell’ultima generazione, Marta e Piero Coin, nel consiglio di amministrazione a testimoniare la sua presenza. Quanto al futuro di accordi con Rinascente o altre svolte di questo tipo si vedrà:

              «Siamo troppo impegnati con la Coin per pensarci adesso».