Cofferati vuole ricucire, ma il correntone si spacca

16/07/2002


16 luglio 2002

TRATTATIVE
Cofferati vuole ricucire, ma il correntone si spacca

I timori del Cinese: non restiamo isolati. Salvi: non voto un documento comune. I tentativi dello staff del sindacalista per incontrare Prodi

      ROMA – Sergio Cofferati aveva decretato: «tregua». L’esito delle consultazioni con i partiti dell’Ulivo l’aveva convinto che non è questo il tempo per dar battaglia nella coalizione, nel partito e a Massimo D’Alema. È vero che il leader della Cgil riceve ovazioni che fanno invidia ai dirigenti dei Ds ogni volta che si affaccia ad una festa dell’Unità, ma la Cgil è impegnata su molti fronti e, dopo la firma del Patto per l’Italia, l’Ulivo non si è spaccato e neppure gli altri sindacati. Persino il tentativo di prendere contatto con Romano Prodi, per discutere di scenari futuri, per ora è andato a vuoto: il presidente della commissione Ue non vuole impegni italiani. E a nulla sono valsi i tentativi della diplomazia sotterranea di Cofferati: è presto. Insomma: ancora troppa confusione per scendere in campo. Senza contare che la battaglia referendaria per abolire le modifiche all’articolo 18, nella quale Cofferati aveva deciso di investire i prossimi mesi, è rinviata perché la legge ancora non c’è.
      E allora non resta che la tregua, perché «altrimenti qui restiamo isolati», senza neppure più una carta da giocare. Questo ha detto nei giorni scorsi Cofferati ai dirigenti diessini del correntone. Questo ha ripetuto ieri Paolo Nerozzi, che fa parte della segreteria della Cgil e dell’associazione «Aprile», quella del correntone, nella riunione ristretta della minoranza diessina. L’esecutivo del correntone si è riunito nell’ufficio di Fabio Mussi alla Camera all’ora di pranzo. Il discorso di apertura spetta a Pietro Folena, ex veltroniano ora molto vicino a Cofferati: dice che bisogna cercare di fare un documento comune con la maggioranza, mettendo, certo, qualche punto fermo per esempio sul giudizio sul Patto per l’Italia, sulla campagna referendaria, sul Dpef. Folena ha trattato per quattro giorni con Cesare Damiano, che ha il mandato di Fassino a chiudere l’accordo. Mussi e Melandri condividono. Tocca a Paolo Nerozzi, che insieme al direttore della Cgil Achille Passoni è lì a rappresentare la linea di Cofferati, spiegare che «se anche non tutte le nostre richieste saranno accettate è necessario cercare la convergenza con la maggioranza». Dopo giorni di clima velenoso sembra una schiarita nell’orizzonte ds. Anche perché mentre il correntone discute sul che fare, al Botteghino Fassino e D’Alema si preparano a tessere la tela del documento unitario. Ma la tregua che stanno preparando Cofferati e i veltroniani (il sindaco di Roma sarebbe pronto a scendere in pista come uomo del dialogo anche tra le due sinistre) rischia di spaccare il correntone. Perché né Cesare Salvi né la sinistra ds ci stanno. «Su un documento unitario avranno comunque il mio no», è l’ipoteca dell’ex ministro del Lavoro. Nel documento preparato da Fassino (che ha in questo l’avallo di Cofferati) c’è un no netto al referendum per l’estensione dell’articolo 18 a tutte le aziende proposto da Bertinotti. E Salvi è nel comitato promotore. Ma la novità sono i dubbi della sinistra diesse: meglio, Fumagalli, Buffo e Mele chiedono che durante il direttivo di oggi non si voti alcunché, che «si apra la discussione fino alla conferenza programmatica dell’autunno». Nel mezzo della discussione arriva la voce che a nome della segreteria Vannino Chiti avrebbe detto sì al rinvio. Ma davvero il segretario dei ds può rischiare la paralisi del partito? «Meglio tre documenti piuttosto», è la risposta alla richiesta della minoranza.
Gianna Fregonara