Cofferati: tornare in piazza Ma l’opposizione latita

05/03/2010

L’invito più condivisibile per una reazione al delitto compiuto contro l’articolo 18 da parte del governo (con l’accordo di Confindustria, Cisl e Uil) ieri è venuto da uno dei «padri» delle lotte sul tema: Sergio Cofferati. Oggi eurodeputato Pd, abbastanza defilato dalla vita politica nazionale negli ultimi due anni, Cofferati era stato però il fautore-simbolo dei tre milioni in piazza il 23 marzo 2002, quando si riempì il Circo Massimo: ieri il «Cinese» ha detto che si deve organizzare «un’iniziativa di massa nelle piazze e nei luoghi di lavoro», e ha indirizzato questo invito ai sindacati – che lui spera trovino «le condizioni per un’iniziativa unitaria» (speranza vana) – e all’opposizione. E dunque? Qui si tocca il «nervo vivo »: Pd e sindacato (la Cgil, in questo caso, dato che Cisl e Uil sono d’accordo con l’arbitrato che aggira l’articolo 18) finora non si sono mossi granché sul ddl Sacconi, a parte le dichiarazioni, i convegni e magari anche la battaglia parlamentare. Ma la verità è che non hanno raggiunto, coinvolto le persone: nessuna iniziativa di massa, a differenza del «glorioso» 2002. È certo che siamo in un’Italia diversa, oppressa dalla crisi,ma dall’altro lato o davvero Pd e Cgil raccolgono l’invito a fare una lotta «di massa» per l’articolo 18, o il tema finirà in soffitta probabilmente già entro questo week end, quando i giornali e le tv passeranno velocemente a occuparsi di altre questioni. A Cofferati, comunque, costa poco fare questo appello, dato il suo passato scolpito in quel mitico 2002 e l’attuale seggio a Bruxelles: oggi quelli che fanno davvero la differenza, sarebbero nessun altro che Guglielmo Epifani e Pierluigi Bersani, e ovviamente le organizzazioni di massa che hanno dietro. Con l’aggiunta dell’Idv e i suoi legami con il popolo «viola», e la Sinistra. Il più attivo in questo senso, nella protesta partita subito dopo l’approvazione dell’odioso ddl, è stato Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione e portavoce della Federazione della Sinistra (Fed). Il gruppo dirigente di Rifonda si è avventurato in uno sciopero della fame – tipica protesta radicale oggi raccolta a sinistra per cambiare linguaggio – e ieri ha tenuto dei presìdi di fronte alle prefetture. Dall’altro lato, la Fed è pronta a proporre un referendum per abrogare questa legge e restituire all’articolo 18 la sua forza originaria (va ricordato, a proposito, che nel giugno 2003 si è tenuto un referendum per estendere l’articolo 18 alle imprese sotto i 15 dipendenti: vinse il sì, ma non si raggiunse il quorum). Lo stesso ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd), invita alla «mobilitazione sociale», ma il problema è che il Pd non si muove. Tornando ai sindacati, straordinario Luigi Angeletti: «L’articolo 18 è salvo», ha dichiarato serafico; si tratta «di un’aggiunta a una legge che resta in vigore ». Dunque, nessun problema. Anzi la Uil, come la Cisl, scalpita per andare a trattare con il governo l’applicazione del ddl. Ieri il segretario Cisl Giorgio Santini annunciava che «sarà avviato un confronto con Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali per preparare un avviso comune che disciplini la materia». «Un accordo confederale – spiega Santini – I contratti diventeranno la normativa e la fonte cui farà riferimento l’eventuale arbitro». I sindacati, dunque, vorrebbero sostituire i loro contratti – spesso «colabrodo » – alla garanzia forte e univoca di una legge come l’articolo 18. E ancora: sostituire un arbitro e i contratti cui farà riferimento, alla forza del giudice che, fino a oggi, si è rivelata ben più efficace per difendere la parte debole, il lavoratore. La prospettiva è pessima. La Cgil, perlomeno, coglie il pericolo.
Epifani dichiarava ieri alla Repubblica: «La contrattazione servirà per definire le procedure ma non certo modificare quello che stabilisce la legge. Sarà una contrattazione molto vincolata e dunque non libera». Perché, continua Epifani, «nel momento dell’assunzione il datore di lavoro può chiedere a un lavoratore di rinunciare alla tutela giudiziaria dei propri diritti. E, in quel momento, il lavoratore è più debole e "ricattabile"». Infine, «una volta imboccata la strada dell’arbitro non si può più andare dal giudice». Ecco che la Cgil propone la strada del ricorso alla Corte costituzionale, probabilmente proprio sul punto dell’impossibilità di equiparare la forza dell’impresa a quella del lavoratore. Ma sulla piazza, ancora il sindacato resta debole: ieri la mozione Due proponeva di dedicare il prossimo sciopero del 12marzo all’articolo 18,mala segreteria confederale ha risposto che «il problema non è dedicare lo sciopero a questo, visto che ha già al primo posto il lavoro». La Cgil annuncia dunque che troverà «altre forme di mobilitazione » sull’articolo 18. Tutti sperano.