Cofferati: sì al dialogo, no a scambi

25/01/2002
La Stampa web








(Del 25/1/2002 Sezione: Economia Pag. 16)
IL GOVERNO LAVORA PER RIAPRIRE IL CONFRONTO. UN PIANO PER DIROTTARE LA DECONTRIBUZIONE AI NUOVI FONDI
Cofferati: sì al dialogo, no a scambi
Oggi si fermano sei regioni

RIMINI

Segnali di dialogo tra governo e sindacati? L’Esecutivo sta lavorando sodo e a 360 gradi per tentare di riaprire un terreno di confronto ed evitare l’aggravarsi del conflitto sociale. Apparentemente, per ora non sembra praticabile la soluzione accarezzata da alcuni rappresentanti di governo: tagliare fuori la Cgil, reperendo risorse per i contratti del pubblico impiego e avviando un tavolo con Cisl e Uil. E salvare, magari limitandone l’area di intervento, la riforma dell’articolo 18 sui licenziamenti. Da Cisl e Uil si conferma la disponibilità al dialogo; ma la richiesta di fondo – lo stralcio puro e semplice della norma sui licenziamenti – resta sul tavolo. E ieri il segretario generale della Cgil Sergio Cofferati ha precisato la sua posizione, sostanzialmente allineata a quella di Pezzotta e Angeletti: la Cgil è pronta a sedersi a eventuali tavoli col governo, ma sui licenziamenti non c’è mediazione possibile. Ieri Cofferati è intervenuto in mattinata al congresso della Funzione Pubblica Cgil (prima di giungere a Rimini all’assise della Fiom). Si può avviare una trattativa sui contratti pubblici? «Noi alle trattative ci andiamo sempre – ha detto – ma si è mai visto fare una trattativa in mancanza dell’oggetto?». Come noto, i 3,8 milioni di pubblici dipendenti scioperano il 15 febbraio per protestare contro il governo, che non ha previsto gli stanziamenti per il rinnovo del contratto necessari al recupero dell’inflazione passata. Stesso discorso per il Sud: «la discussione sul Mezzogiorno – ha affermato Cofferati – si può fare e può essere produttiva se c’è un cambio di rotta visibile da parte del governo. Ma se non vengono finanziati gli strumenti della programmazione negoziata nel Mezzogiorno…» E in ogni caso, non sarà possibile uno scambio (di cui pure «a Roma si chiacchiera») tra Mezzogiorno e licenziamenti, circoscrivendo la riforma ai lavoratori meridionali. Dunque, per ora restano in piedi le iniziative di protesta già programmate: a parte lo sciopero (con manifestazione al Circo Massimo) dei pubblici dipendenti e della scuola il 15 febbraio, oggi si fermeranno per quattro ore i lavoratori di Friuli Venezia Giulia, Alto Adige, Marche, Abruzzo, Calabria e Sardegna. Il 29 sarà il turno di Piemonte, Val D’Aosta, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Basilicata, Campania. Il 30 gennaio si bloccherà il settore dei trasporti. Tra il 31 e il 1 febbraio si chiuderà con Lazio, Umbria, Trentino, Liguria, Veneto, Molise, Sicilia. Intanto, il governo ragiona anche su possibili aggiustamenti in tema di previdenza. A parte la cosiddetta «mobilità lunghissima» per i lavoratori delle aziende in crisi, ieri il sottosegretario al Lavoro Alberto Brambilla ha fatto balenare la possibilità di modificare lo schema della decontribuzione. Ad esempio, non necessariamente l’intero taglio del 3-5% previsto per i contributi previdenziali Inps dei neoassunti potrebbe tradursi in un risparmio del costo del lavoro a favore delle imprese. Lo schema su cui si ragiona al Welfare ipotizza che i contributi (o una loro parte) sottratti alla previdenza pubblica vengano girati sul fondo pensione del lavoratore. In questo modo, la pensione pubblica verrebbe ridotta; lo Stato non dovrebbe colmare la differenza; la pensione complementare sarebbe più generosa. Anche se le imprese non avrebbero più il vantaggio prima concesso. Si vedrà. E a Rimini, nella terza giornata del congresso della Fiom, il sindacato Cgil dei metalmeccanici mette a punto la strategia per riannodare i rapporti con Fim e Uilm, anche in vista della prossima stagione contrattuale, che scatterà a fine anno. Claudio Sabattini, segretario generale Fiom, invita Fim e Uilm a un confronto aperto: «Non poniamo – spiega – nessuna pregiudiziale al dialogo, né accetteremo pregiudiziali». Insomma, per arrivare a una piattaforma unitaria, bisognerà mettersi d’accordo sui contenuti. Ma anche chiudere la vicenda dell’accordo contrattuale separato con Federmeccanica, su cui la Fiom mantiene il suo giudizio negativo, e insiste a chiedere un referendum dei lavoratori. E infine, «risolvere il problema delle regole della democrazia – dice Sabattini – se non troviamo un accordo su questo, potrebbe essere difficile fare una piattaforma unitaria».

Roberto Giovannini
 

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