Cofferati: senza diritti non c’è libertà

26/04/2002



Cofferati: senza diritti non c’è libertà

di 
Oreste Pivetta


 Un’altra volta siamo a raccontare di una grande manifestazione per il 25 Aprile, oltre duecentomila persone e si sa che i conti sono sempre difficili, la verità è che il corteo che arriva in piazza del Duomo a metà pomeriggio in coda non ha ancora lasciato piazzale Loreto. È stato il 25 Aprile nella memoria, tutt’altro che spenta, dei valori della Resistenza ed è stato il 25 Aprile di Sergio Cofferati, salutato, applaudito durante tutta la strada e non soltanto perchè proprio lui ha concluso la manifestazione toccando le ragioni che, più di mezzo secolo fa ormai, spinsero migliaia e migliaia di persone a sollevarsi contro il fascismo e contro il nazismo, aggiornandole al tempo presente, riflettendo sulla realtà di un giudizio storico contro le tentazioni del revisionismo (per giustificare poi ogni aberrazione politica), collocando i problemi d’oggi (dai diritti del lavoro all’immigrazione, dall’indipendenza della magistratura alla libertà di informazione, alla pace in Israele) dentro quell’universo di regole democratiche e di sentimenti, che stavano nella Resistenza e che si ritrovano nella carta costituzionale.

Un’altra volta, dopo il Palavobis, dopo Roma, dopo lo sciopero generale, la gente si è ritrovata in strada con generosità e con entusiasmo, in una festa che ha avuto la sua colonna sonora, “Bella ciao” cantata in un lungo e in largo e come saluto finale, e le sue variopinte bandiere, quelle dei sindacati, quelle dei Ds e di Rifondazione, dell’Ulivo, di Di Pietro e delle Acli, accanto ai gonfaloni di centinaia di comuni italiani (sul palco è salito anche il sindaco di Milano, Albertini), accanto agli stendardi dell’Anpi e ai cartelli degli ex deportati, che ricordavano luoghi tragicamente famosi: da Auschwitz a Dachau. Qui e là, ma soprattutto in fondo dove si raccoglievano i giovani no global (che raggiungeranno il consolato d’Israele, poco lontano dal Duomo) i simboli della Palestina.

Cofferati ha camminato stringendo una infinità di mani e accanto a lui c’era Piero Fassino, che ha ricevuto tanti applausi, c’erano altri leader politici come Armando Cossutta, e i combattenti d’allora, come la medaglia d’oro Giovanni Pesce e Aldo Aniasi. Mentre la folla ai lati del corteo scandiva «Sergio, Sergio», Fassino ha pure risposto a una domanda un po’ provocatoria. Gli è stato chiesto che cosa pensasse della possibilità per Cofferati di diventare leader del centro sinistra: «Oggi Cofferati è il capo del più grande sindacato e svolge una funzione essenziale. È una risorsa della democrazia e del centrosinistra». Ma il «forza, forza» della gente era rivolto anche a lui. Nelle orecchie, negli occhi di tutti il voto francese: il popolo del 25 Aprile ha espresso quel senso di unità che l’antifascismo aveva saputo costruire.
In corteo camminavano Giuliano Giuliani, il padre di Carlo, ucciso a Genova durante il G8, e Olga D’Antona. Sul palco saliranno anche loro. Giuliani ha ricordato la continuità tra la Resistenza e le battaglie d’oggi per estendere la democrazia. Ha ricordato il figlio e un manifesto nella camera del figlio: la tua musica è inglese, la tua birra è tedesca, la tua macchina è giapponese… e tu pensi che il tuo vicino sia uno straniero… Olga D’Antona ha ricordato che cosa sono stati il fascismo e il nazismo, ha ricordato il terrorismo, le minacce a Marco Biagi, la sua morte, la morte del marito: «Hanno voluto uccidere le loro idee…».

Dopo di loro, Sergio Cofferati. Ha cominciato dalla Resistenza e dai pericoli del revisionismo. «La pietà per i morti, per tutti i morti di quella guerra, non deve alterare il giudizio su quella vicenda, non deve occultare le responsabilità politiche… Nessuno può accettare che chi si batteva per sconfiggere il regime fascista e la dittatura venga accomunato e confuso con chi voleva imporre e perpetuare quel regime e quell’ oppressione». Ha criticato con asprezza la decisione della giunta di Trieste di celebrare con due distinte cerimonie il 25 Aprile: «Bisogna reagire con fermezza e con gli strumenti della democrazia ad ogni atto che miri ad alterare i risultati e le conquiste di quella storia». Ed ecco il capitolo dei diritti: «Senza diritti le persone sono più deboli e non più libere». Non cita l’articolo 18 Cofferati, ma parla chiaro di riforma del mercato del lavoro e di ruolo dei sindacati: «È parte importante e vitale del tessuto della democrazia il riconoscimento e il rispetto delle funzioni di rappresentanza delle grandi organizzazioni sociali. Chi deride gli altri, chi vuole svilire per volgari ragioni tattiche dell’oggi e del quotidiano grandi funzioni di rappresentanza si assume la responsabilità di mettere in sofferenza una parte di quel tessuto. La libertà è data da meno disuguaglianza e da una lotta decisa alla povertà, non è data da meno vincoli nell’ agire delle persone». Senza diritti e protezioni, ha proseguito Cofferati, «le persone sono più deboli, non sono più libere. È mistificare l’ idea di libertà avanzare l’ ipotesi che questo possa essere un paese nel quale i diseguali, i forti e i deboli vivono allo stesso modo, hanno le stesse libertà se non sono sancite regole e condizioni materiali che aiutano chi è debole ad essere incluso e costringono chi è forte a rispettare i bisogni di chi è debole». Quindi, per quanto riguarda i giovani non va «offerto un lavoro purchè sia, un’ occasione di reddito, ma va dato loro un lavoro nel quale si sentano sicuri e realizzati». Il futuro dei giovani è più sereno, ha concluso Cofferati, quando questi «sanno di potersi realizzare nella società in cui vivono, e quando sanno di ricevere i diritti che i padri hanno conquistato e che devono essere lasciati e garantiti ai figli». Cofferati non ha dimenticato la Francia, Le Pen e Haider: «Sono un pericolo. Occorre agire nella società, diffondendo i valori della solidarietà perchè solo così si possono sconfiggere il razzismo e la xenofobia di cui Haider e Le Pen sono portatori».

Molti, durante il corteo, si sono chiesti se stessero rivivendo il 25 Aprile del 1994, anno del primo governo Berlusconi. Allora pioveva, una pioggia torrenziale, senza fine. Ieri il sole e l’afa erano quasi estivi. Contarsi era stato difficile allora e lo è stato oggi: in un caso e nell’altro una folla immensa in strada per difendere la propria democrazia. Nel 1994 c’era anche la Lega, che aveva voluto firmare così il proprio antifascismo. Adesso la Lega è al governo.