Cofferati: “Questa storia mi indigna perché i pm non mi interrogano?”

28/06/2002


VENERDÌ, 28 GIUGNO 2002
 
Pagina 3 – Interni
 
L´INTERVISTA
 
Il leader Cgil: "Chi diceva a Biagi che lo minacciavo? E perché lo faceva?"
 
Cofferati: "Questa storia mi indigna perché i pm non mi interrogano?"
 
 
 
"Con il professore non ho mai avuto una sola occasione di scontro diretto e personale"
"Le lettere sono agli atti in Procura: perché ne esistono due versioni diverse?"
 
MASSIMO GIANNINI

ROMA – Cofferati, le lettere di Biagi per la prima volta la chiamano in causa come «l´avversario che lo criminalizza», o addirittura che «lo minaccia».
«Sono indignato, e profondamente determinato ad arrivare ad un chiarimento definitivo su questa vicenda, che mi appare oscura e inquietante».
Perché oscura e inquietante? Ci sono ben cinque lettere inviate nell´estate di un anno fa dal professore, ad altrettante autorità istituzionali e politiche del Paese. Crede che siano un falso?
«No, evidentemente ci sono riscontri precisi sull´esistenza di queste lettere. Ma a questo punto è utile fare un passo indietro, capirne la genesi e inquadrarla nel contesto delle polemiche di questi giorni. La premessa è semplice: io non ho mai avuto una sola occasione di incontro diretto con Biagi negli ultimi anni, e meno che mai ho avuto momenti di polemica diretta e personale nei suoi confronti».
E le liti sul Patto di Milano? E i conflitti sul Libro Bianco?
«Ho contestato anche duramente il Patto di Milano. Ma intanto ho saputo solo dopo alcuni mesi che Biagi ne era stato uno degli estensori. E in ogni caso anche su quell´accordo, che la Cgil non firmò, io non ho mai criticato una sola volta le persone».
Sta di fatto che nella lettera al presidente della Camera Biagi scrive che lei è uno degli avversari che lo criminalizza…
«A questo punto le date diventano essenziali. La lettera a Casini è datata 15 luglio 2001. Il patto di Milano è del settembre ´99. In due anni ho polemizzato tante volte con D´Antoni, allora leader della Cisl, ma mai una sola volta ho citato il nome di Biagi, né in modo diretto né in modo indiretto. Dunque il professore, nella lettera al presidente della Camera, parla di me come uno degli avversari che lo criminalizza, senza che in quel momento vi sia stata una sola occasione, pubblica o privata, che dia sostanza ai suoi timori».
Le polemiche vere allora cominciano con il Libro Bianco. Lei polemizzò a un convegno a Torino, quando denunciò il collateralismo di chi lavorava per governo e Confindustria, e poi al congresso della Cgil, parlando di «Libro limaccioso».
«Anche in questo caso contano le date. Il Libro Bianco ci fu presentato il 3 ottobre, il convegno di Torino di cui lei parla fu successivo, e anche in quell´occasione io parlai in generale del collateralismo, e non feci mai il nome di Biagi. In quella, come in altre occasioni successive, criticai il frutto del suo lavoro, e cioè il Libro Bianco. Ma con un linguaggio e un´ottica rigorosamente sindacale, senza mai fare attacchi alle persone. Dunque non si capisce perché più di tre mesi prima il professore parlasse di me come di un suo avversario. E´ noto a tutti, come poi abbiamo purtroppo scoperto, che Biagi era angosciato per le telefonate anonime che aveva ricevuto, e per la scorta che inspiegabilmente gli avevano tolto a Milano. Ma è un fatto che il professore diventa noto all´opinione pubblica con il Libro Bianco. Tuttavia inizia a sentirsi terrorizzato diversi mesi prima. Questo per me resta un fatto inspiegabile, e inquietante».
La risposta può essere nella lettera che il professore manda a Parisi, della quale esistono due versioni. Nella prima, pubblicata da «Zero in condotta» ma misteriosamente tagliata, il professore fa un generico riferimento alle sue preoccupazioni. Nella seconda, integrale, parla esplicitamente di sue «minacce» nei suoi confronti, riportategli da «fonte attendibilissima». Come lo spiega?
«Questo è il lato più oscuro di tutta la vicenda. E su questo sono io che chiedo spiegazioni e faccio domande, alle quali qualcuno dovrà rispondere. Prima di tutto, a quel che mi risulta il floppy disk nel quale queste lettere sono contenute è agli atti, presso la Procura di Bologna. E allora, perché esistono due diverse versioni di questa lettera? Poi c´è un secondo aspetto, ancora più anomalo. Nella lettera a Casini Biagi afferma che io lo criminalizzo. Nella lettera a Parisi Biagi riferisce che qualcuno gli ha detto che io lo minaccio. Sono due cose profondamente diverse. Nel primo caso, io sarei il "mandante morale" del suo omicidio. E questo rientra nel quadro delle accuse infamanti che finora, e l´ultima volta due giorni fa alla Camera, ministri di questo governo hanno continuato a rivolgermi. Ma nel secondo caso, io ne diventerei il "mandante materiale"».
Cofferati, dove vuole arrivare?
«Io voglio sapere: chi in quei mesi disse a Biagi che io lo minacciavo? Per quale ragione gli andava raccontando che io ero l´uomo nero? E ancora: se Parisi ha ricevuto quella lettera, nella versione in cui Biagi scrive delle mie presunte minacce riferitegli da "persona attendibilissima", perché oggi ne esce anche una versione "censurata"? C´è qualcuno che vuole coprire chi strumentalizzava le paure di Biagi indirizzandole verso di me? C´è qualcuno che vuole rendere note solo le accuse nei miei confronti, contenute nella lettera a Casini, nascondendo il suggeritore di quelle accuse, nella lettera a Parisi? E comunque, visto che queste lettere sono nel fascicolo dei pm, perché i magistrati non mi convocano in Procura per interrogarmi?».
Lei non è mai stato contattato dai pm?
«Mai. Sono a disposizione, per dare tutti i chiarimenti possibili. Ma a questo punto credo che sarà qualcun altro a dover chiarire questa vicenda stranissima, e soprattutto gravissima».