Cofferati: questa Confindustria va contro i bisogni del Paese

19/03/2001

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Cofferati: questa Confindustria
va contro i bisogni del Paese

"Ci tagliano fuori, ma non staremo a guardare"
Il segretario della Cgil attacca duramente le proposte degli imprenditori: infrangono la pace sociale

MASSIMO GIANNINI


ROMA – "Questa Confindustria rompe il patto sociale. Ha un progetto che coincide con quello del Polo: chiede risorse solo per sé, esige comportamenti corrivi dalla politica, e vuole azzerare la mediazione e la rappresentanza sindacale. Mira a tagliare fuori la Cgil. Se questo è il disegno di Antonio D’Amato, sappia che io non starò né fermo né zitto". Sergio Cofferati ha seguito con attenzione le assise della Confindustria a Parma. E alla fine, il segretario generale della Cgil ha tratto le sue conclusioni: con questa Confindustria la pace sociale è in pericolo. Cofferati, cosa non le è piaciuto del convegno di Parma? "L’insieme delle analisi e delle proposte formulate dagli industriali prefigura uno scenario desolante e preoccupante. Soprattutto contrario agli interessi e ai bisogni del sistema paese. Ho letto il documento della Confindustria. Ho ascoltato le parole degli industriali italiani. Le imprese sono in evidente affanno di fronte alle sfide dell’Europa e della globalizzazione. C’è una cospicua perdita di capacità competitiva, della quale gli industriali danno una spiegazione reticente. E per questo continuano a chiedere comportamenti corrivi alla politica". Cosa la spinge ad un giudizio così severo? la naturale prevenzione del sindacalista? "Negli ultimi dieci anni, al miglioramento delle perfomance del paese, che ha compiuto il risanamento, è entrato nell’euro e ha riattivato i meccanismi di accumulazione del reddito, non hanno corrisposto comportamenti virtuosi da parte delle aziende. I vantaggi che si sono creati, grazie al miglioramento del quadro economico, sono finiti tutti in profitti. Non solo: quei profitti sono stati indirizzati quasi tutti alla rendita". D’Amato sostiene il contrario: le imprese in questi anni hanno investito molto. Ma è il sistema paese che rende l’investimento svantaggioso. "Questa è una falsità, e basta leggere le tabelle della stessa Confindustria per rendersene conto. Le imprese hanno fatto profitti, li hanno destinati a rendita e non hanno mai fatto innovazione, non si sono mai preoccupate di migliorare la qualità del prodotto e della produzione. Le cito qualche dato. vero che la spesa pubblica per ricerca e sviluppo, rispetto al Pil, è più bassa di quella degli altri paesi. Ma mentre nel resto del mondo la spesa privata su questi versanti è tripla rispetto a quella pubblica, in Italia spesa pubblica e spesa privata sono allo stesso livello. Nel 1999 Stati Uniti e Giappone hanno evidenziato una spesa privata per ricerca e sviluppo più alta del 400 per cento di quella italiana. Quella della Germania è risultata più alta del 300 per cento, quella della Francia del 280 per cento". Ora le diranno: oltre a fare il signor No, Cofferati si mette anche a criminalizzare il profitto. così? "Non criminalizzo affatto i profitti. Un’impresa che non ne fa, muore. Ma i profitti devono servire anche a fare innovazione e a valorizzare il lavoro, sul piano della qualità e sul piano della retribuzione. Torno a Parma e al documento programmatico di Confindustria. A mio parere, ricalca un vecchio schema: gli industriali prescindono totalmente dalle loro responsabilità, indicano agli altri, governo e sindacati, le azioni necessarie da intraprendere, e puntano solo a ciò che è utile per loro. Ma stavolta, devo dire, nella gestione D’Amato c’è una novità: diventa esplicito, anche nelle proposte concrete, un atteggiamento decisamente antieuropeo". E in che cosa lo legge, questo antieuropeismo confindustriale? "Le imprese italiane, finito il vantaggio della svalutazione, non reggono il passo competitivo con il resto d’Europa, cercano di sottrarsi alle sue regole. Anche questa, di per sé, non sarebbe una novità: tutti ricordano la contrarietà dell’euro di una parte consistente del sistema industriale italiano, da Romiti in giù. Quello che è nuovo, è che stavolta l’antieuropeismo diventa manifesto organico. E abbraccia tutti i campi, compresa la sicurezza e l’ambiente. Ma le faccio alcuni esempi concreti. Il fisco, prima di tutto: non contenti di esser già stati smentiti dalla commissione Ue, gli industriali italiani continuano a chiedere una riduzione rilevantissima e aselettiva della pressione fiscale sulle imprese. Sfrontatamente scrivono che questa riduzione "non deve essere condizionata ai comportamenti delle imprese" stesse, e per il Sud ripropongono pari pari la proposta di abbattimento generalizzato dell’Irpeg che è già stata bocciata da Bruxelles, che è costato a Confindustria, e quindi purtroppo indirettamente all’Italia intera, una pessima figura. Poi c’è il capitolo del mercato del lavoro…". E qui è il sindacato in affanno, visto che continua a dire no alla flessibilità, giusto? "Non è così. Di nuovo, è Confindustria che vuole utilizzare il recepimento della direttiva sul lavoro a tempo determinato come leva per aggirare le norme europee. Del resto anche questa è un’intenzione annunciata: accadde la stessa cosa anche due anni fa, quando gli industriali sostennero i referendum radicali su questa materia e furono bocciati, allora, non da un sindacato qualsiasi ma dalla Corte Costituzionale. Apro una parentesi: in quel periodo, ricordo, Berlusconi che non voleva far passare i referendum elettorali a nessun costo, disse a Confindustria: non insistete sui quesiti in materia di lavoro, tanto poi se mi farete governare quei problemi ve li risolverò io da Palazzo Chigi…". Chiusa la parentesi. Perché sul lavoro Confindustria sarebbe antieuropea? "Mentre la Ue parla dell’esigenza di arrivare a un mercato del lavoro in cui sia fondamentale il rapporto a tempo indeterminato, perché contribuisce a dare coesione sociale, e la flessibilità sia un utile corollario del sistema, nel loro documento gli industriali parlano di "realizzare un sistema di tutele a geometria variabile". Affacciano l’ipotesi di rapporti di lavoro regolati con "contratti individuali". Sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori aggiungono modifiche che dovrebbero prefigurare addirittura la liberalizzazione dei licenziamenti collettivi, e non più solo quelli individuali". Tiriamo le fila di questo lungo ragionamento analitico. Cosa ne discende, in termini di prospettive per le relazioni industriali? "Confindustria, in netta antitesi con le indicazioni europee, ha in testa un modello molto preciso di relazioni sociali, nel quale il grosso delle risorse arriva in tasca alle imprese, e questo semplice fatto dovrebbe produrre meccanicamente e automaticamente una ricaduta su tutta la società e su tutte le altre categorie, cosa della quale l’esperienza passata ci insegna l’assoluta inattendibilità. Ha in testa un modello nel quale si producono difformità e lesioni nei diritti delle persone che lavorano. E soprattutto, ha in testa un modello in cui si ridimensiona drasticamente, fin quasi ad annullarsi, il ruolo di mediazione degli organismi di rappresentanza collettiva. Uno schema insomma tipicamente thatcheriano, nel quale la società si parcellizza, i rapporti diventano personali, la mediazione sociale viene annullata. E per questa via, il sindacato non serve più, diventa solo un inutile intralcio". Secondo lei a Parma c’è stata una saldatura politica tra la Confindustria di D’Amato e la Casa delle libertà di Silvio Berlusconi? "Constato quello che ha detto lo stesso Berlusconi agli industriali: "I nostri programmi sono identici". E constato alcune obiettive convergenze. L’idea di tutele e diritti "a geometria variabile" sul mercato del lavoro si ritrova in molti documenti preparati dai centri studi della destra, come "Free". Lo schema di "contratti individuali" di lavoro è stato più volte sollevato dal Polo in questi mesi. Il progetto confindustriale di ridimensionare il ruolo del sindacato trova un riscontro oggettivo nell’ostruzionismo feroce condotto dalla destra in questi mesi sulla legge per la rappresentanza sociale. Ora, a me non pare che il Polo abbia un programma da proporre agli elettori, ma solo messaggi mediatici e propagandistici. Dice che bisogna ridurre le tasse e aumentare le pensioni, ma non spiega mai come. Tuttavia tra D’Amato e Berlusconi una qualche identità di vedute sembra di poterla cogliere". Lo stesso presidente della Confindustria ha detto che li avvicina la "cultura del fare". Lei che ne dice? "Io dico che se gli esiti di quella cultura sono quelli usciti fuori da Parma, siamo in presenza di un disegno politico pericoloso e fortemente negativo per il futuro del paese. Un disegno che crea diseguaglianze e, in presenza di regole divenute lasche o addirittura di regole inesistenti, mira a disciplinare le dinamiche sociali in virtù del solo rapporto di forza. Esattamente il contrario dello scenario prefigurato dai vertici europei di Nizza e di Lisbona". Cofferati, lei la vede nera? "Io, nella linea di Confindustria, vedo uno sbocco che ci porta dritti alla rottura della pace sociale. Allo scardinamento del sistema di regole come lo abbiamo conosciuto in questi decenni. A un uso strumentale della contrattazione, cui si ricorre solo quando e se conviene alle imprese, e dalla quale si cerca proprio per questo di escludere la Cgil. bene sapere allora che la Cgil si opporrà a tutto questo. Si opporrà sempre a un sistema di tutele e di diritti a geometria variabile. Si opporrà sempre a un quadro di relazioni sociali affidate alla contrattazione tra i singoli, perché i singoli sono più deboli, e perché tutto questo finirebbe con lo scaricarsi su un’indebita ed ingiusta penalizzazione per le generazioni future". D’Amato avrà buon gioco nel ripetere che lei pone solo veti. "Non vedo quali siano i veti. E comunque di fronte a questo scenario non starò né fermo né zitto. E non per ritorsione, perché io sono favorevole agli accordi. Ma ci sono tante strade per arrivarci, a un accordo". Secondo lei ha sbagliato Rutelli a proporre a Parma una "tregua fiscale" di cinque anni per le imprese? "Premesso che Parma non era il luogo per una trattativa politica, io credo che il centrosinistra a questa Confindustria debba proporre un quadro di politiche economiche organiche e complessive, e non spezzoni di singole proposte. So che continuo a ripetermi, ma questo, per l’Ulivo, rende urgente una volta di più la stesura di un programma che ancora purtroppo continua a mancare. Detto questo, mi aspetto che in quel programma, rispetto alle richieste della Confindustria, ci siano paletti ben precisi che rafforzino le politiche di questi anni. D’altra parte, credo che buona parte delle proposte degli industriali siano inconcepibili per culture riformistiche di matrice cattolica, liberale e laico-socialista". Così pianta lei un bel paletto per l’Ulivo. Perché però gli industriali non dovrebbero marciare da soli, "con chi ci sta", sul fronte della modernizzazione? "Perché la loro ricetta è sbagliata, nel merito e nel metodo. Senza questo sindacato, buona parte delle imprese italiane oggi forse non esisterebbe più. La riorganizzazione industriale degli anni Settanta, risolta senza conflitti dirompenti, è stata possibile grazie all’assunzione di responsabilità da parte del sindacato. L’idea che gli industriali possano "fare da soli" è già stata sconfitta dalla storia. Li invito a non ripetere quell’errore". Cofferati, la sua è una minaccia di nuovi autunni caldi? "La cultura delle minacce non mi appartiene. Io invito solo gli industriali a riflettere bene su quello che stanno facendo. Hanno deciso di rompere, hanno imboccato una strada che non porta a fare accordi. La pace sociale, a questo punto, è tutta nelle loro mani".