Cofferati polemizza anche con la Cisl

05/04/2001

Il Sole 24 ORE.com



    Il leader della Cgil boccia il manifesto delle imprese sulla competitività: «Stessa mano per i programmi del Polo e di Confindustria»

    Cofferati polemizza anche con la Cisl
    Dopo l’appello all’unità accusa il sindacato: «Stupiscono certi silenzi, non le tesi imprenditoriali»
    Massimo Mascini
    ROMA. La Cgil non ha riallacciato i rapporti con Cisl e Uil, ha approfondito le divergenze con la Confindustria, ma ha stretto i ranghi interni, anche con la propria sinistra. La standing ovation che ha salutato la conclusione dell’intervento di Sergio Cofferati all’assemblea dei quadri e dei delegati all’Eur ieri mattina e i tre minuti di applausi ininterrotti testimoniano di un’organizzazione coesa, per questo più forte della vigilia nonostante la defezione della Cisl e la tiepidezza della Uil, comunque in grado di rappresentare un preciso punto di riferimento, nella lotta sindacale e anche in quella politica. La Cgil è l’alternativa alla Confindustria, ma si pone anche e soprattutto come antagonista al Centrodestra. Del resto, nella loro visione le due posizioni non sono troppo dissimili. «Dietro i documenti di Confindustria e Polo — ha detto Cofferati — sembra di riconoscere la stessa mano, dovremmo indagare».
    È stato lo stesso segretario generale ieri a spiegarlo indicando i motivi che hanno portato a questa riunione. «Non abbiamo cercato una sterile contrapposizione — ha detto Cofferati — il nostro obiettivo è più ambizioso, è quello di mettere a punto un progetto per poter nel futuro interloquire con tutti, puntando a costruire rispetto per il valore del lavoro, elemento importante di una società complessa, una componente della coesione». Un obiettivo palesemente politico.
    Né era stato meno chiaro poco prima Claudio Sabattini, segretario generale della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici. «La globalizzazione — aveva detto — indica come condizione imprescindibile la strada del profitto e della rendita. Questa scelta può essere accompagnata dal movimento sindacale, cercando di minimizzare i danni, oppure il sindacato può tentare di entrare in questo processo trasformandone la direzione. Per noi — ne aveva tratto — non c’è alternativa».
    La via indicata dalla Cgil per la competitività è quella della qualità, per «una via alta allo sviluppo», che naturalmente si contrappone alla «via bassa» indicata da Confindustria. Come aveva già detto Guglielmo Epifani nella relazione di apertura, Cofferati ha affermato che la confederazione degli industriali si presenta vecchia, offre uno scambio antiquato, agisce come una lobby che difende interessi di parte, portando avanti tesi che mettono a rischio la coesione sociale, ma, ha aggiunto, perfino la stessa democrazia.
    Il problema comunque non era del resto tanto quello della proposta targata Cgil, già delineata nei particolari da Epifani, bensì quello delle alleanze. Cofferati forse era tentato di rispondere per le rime a Savino Pezzotta, il leader della Cisl che ha sbattuto la porta aperta dalla Cgil, ma non l’ha fatto. Ha preso atto della sua risposta «netta e negativa». Si è augurato che nella Cisl «non ci sia voglia di accentuare le differenze e che queste non si radicalizzino: sarebbe — ha aggiunto — una scelta inquietante». A suo avviso la strada per riuscirvi è quella di confrontarsi nella mediazione e, dove questa non arriva, facendo scegliere i lavoratori, accettando naturalmente la loro volontà anche quando non è condivisa.
    Ma dietro deve esserci la legge sulla rappresentanza, che Cofferati ha affermato la Cgil chiederà al nuovo Parlamento e al nuovo Governo. E ha polemizzato con la Cisl, che si oppone a questa legge, ricordando come nel 1993 le tre confederazioni erano d’acordo, tanto che al progetto delle Camere il sindacato presentò emendamenti unitari, fino a quando la Confindustria decise che non voleva quella legge. E non è questa l’unica polemica con Pezzotta, al quale ha rimproverato il silenzio che ha accolto le proposte di Confindustria «da parte di chi come noi — ha detto Cofferati — svolge una rappresentanza sociale». E del resto, si è chiesto ancora, perché, sempre a proposito della rappresentanza, non possono valere per i lavoratori privati le stesse regole che sono state trovate per i lavoratori pubblici? Che forse questi siano davvero «figli di un dio minore»?
    Giovedì 5 Aprile 2001
 
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