Cofferati: perché dico no

08/03/2001

Il Sole 24 ORE.com




    Cofferati: perché dico no
    Sergio Cofferati
    Nel suo editoriale di ieri, Aldo Carboni solleva con garbo problemi delicati relativi ai rapporti tra le parti sociali e ai loro potenziali effetti sulla politica economica del Paese. Il caso che dà origine alle sue considerazioni è la conclusione (almeno per la Cgil) del confronto tra sindacati e imprese per la ricerca di un "avviso comune" che favorisca il recepimento della direttiva comunitaria sui contratti a tempo determinato.
    Concordo con la considerazione che aiuta stare al merito delle cose e, proprio per desiderio di concretezza, credo utile offrire ai lettori qualche elemento di ulteriore valutazione. Dopo una lunga e alterna trattativa durata 12 mesi si sono di recente esplicitate le posizioni dei soggetti negozianti. La Cgil ritiene che il recepimento — nel rispetto della direttiva e dei suoi criteri generali del rafforzamento del partenariato e del non regresso rispetto alle normative vigenti — dovrebbe prevedere che la normalità dei rapporti di lavoro resti quella del tempo indeterminato; che la contrattazione collettiva nazionale definisca le causali per l’attivazione dei contratti a termine, la loro percentuale massima sull’organico d’impresa e la loro durata; che rimanga confermato il diritto di precedenza degli stagionali nel caso di assunzioni successive da parte della stessa impresa.
    Come si può vedere non c’è nessuna ostilità allo strumento di flessibilità in quanto tale ed ancor meno è carente la volontà di un confronto costruttivo visto che la discussione si è protratta ben oltre i sei mesi indicati dal ministero del lavoro quale tempo utile per cercare "l’avviso comune".
    Confindustria e le altre organizzazioni datoriali (esclusa Confapi) ritengono invece che la legge debba essere sostanzialmente esaustiva (davvero una bella idea di rafforzamento del partenariato), che i contratti non debbano più fissare causali (chissà che fine faranno quelle esistenti alla scadenza degli stessi?) e che al più si possa lasciare alla contrattazione la definizione simbolica delle percentuali. Simbolica perché al computo vengono sottratti la quasi totalità dei contratti a tempo determinato che oggi si attivano (quelli per stagionalità, quelli per andamenti ciclici della produzione, quelli inferiori ai 12 mesi, quelli delle imprese in fase di avviamento ed altro ancora). Come si può vedere il dissenso è rilevante, ma di merito. Sono convinto che la posizione delle associazioni imprenditoriali, se si traducesse in norma, lederebbe la direttiva comunitaria introducendo un’alterazione delle condizioni competitive in Europa e aumenterebbe la precarietà dei lavoratori coinvolti.
    Come si vede non attribuisco a Confindustria, come a nessuna delle organizzazioni imprenditoriali o sindacali, che condividono quel merito, delle intenzioni "politiche". È solo sostanza sindacale quella che ci divide. La politica è stata introdotta da altri, segnatamente da Confindustria. È stato il suo presidente a ipotizzare, qualche settimana fa, mentre il confronto era in corso, la possibilità di concluderlo senza la Cgil. O ricordo male? Da quel momento la trattativa ha cambiato passo, si è caricata di significati politici e simbolici inquietanti. Lunedì, davanti a richieste tra loro diverse, di modifica del testo avanzate dalle tre organizzazioni sindacali, Confindustria ha chiesto tempo per verificare la possibilità di accogliere parzialmente solo quelle avanzate dalla Cisl e dalla Uil.
    Ne abbiamo preso atto e abbiamo considerato, per noi, chiuso quel confronto. Considero legittima, ma grave e carica di conseguenze la decisione adottata da Confindustria. Quella decisione è resa possibile, tra l’altro, dalla mancanza di regole sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali e sulle modalità negoziali. Come ho detto in altre circostanze, se porterà a intese che ci escludono, non staremo né zitti né fermi, ma cercheremo con gli strumenti possibili (nessuno escluso) di creare le condizioni per soluzioni da noi condivise.
    Vorrei tranquillizzare Aldo Carboni: la crescita della nostra economia nell’ambito delle regole europee, il completamento del risanamento per dare continuità allo sviluppo, la redistribuzione equa che potenzialmente la politica dei redditi può favorire sono importanti anche per la Cgil. Dunque nessuno di noi pensa di estendere o di utilizzare strumentalmente quelli che lui chiama "conflitti locali". Non vorrei però che lui o altri si illudessero sulla praticabilità di un sistema di relazioni a "geometria variabile", nel quale la Cgil garantisce rigore nelle politiche redistributive mentre gli altri si esercitano nell’alterare le regole comunitarie o nel mortificare, nel nome della modernità, i diritti delle persone più deboli.
    Giovedì 8 Marzo 2001
 
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