Cofferati, l’ultimo congresso in Cgil “Ulivo, quanto è amara questa crisi”

06/02/2002


MERCOLED�, 06 FEBBRAIO 2002
Pagina 1 – Prima Pagina
IL DOPO MORETTI
L’opposizione del sindacato
MASSIMO GIANNINI

�Davvero c’� chi pensa che io possa essere il futuro leader del centrosinistra? Ma io non ci credo. Io non esisto pi�, come politico…�. Sergio Cofferati spende le ultime ore che lo separano dal congresso della Cgil chiuso nel suo ufficio, al quarto piano del palazzo di Corso d’Italia. Nel silenzio, il Sony irradia il �Te deum� di Giuseppe Verdi. La �carica� giusta, per l’appuntamento di oggi pomeriggio.
SEGUE A PAGINA 13
Pagina 13 – Interni
Il segretario sindacale parla oggi a Rimini, davanti a 5 mila delegati e ai leader del centrosinistra
Cofferati, l’ultimo congresso in Cgil "Ulivo, quanto � amara questa crisi"
IL PROTAGONISTA
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
MASSIMO GIANNINI

Sulla sua scrivania, ordinati, si affastellano gli atti degli ultimi congressi e i fogli con la carta intestata Cgil, che il segretario riempie con un pennarello nero, scrivendo a mano il testo della relazione che legger� oggi a Rimini, e che la fedelissima assistente Magda Skutanova viene a prelevare ogni mezz’ora, per trascriverli su computer. L’attacco � quasi un classico: �Care compagne, cari compagni, il quadro politico ed economico ci pone di fronte novit� e sfide di grande importanza…�.
Dal palco, si trover� di fronte la sua gente, parecchie migliaia di delegati che gli chiedono di restare altri due anni. Ma si trover� di fronte anche l’intero stato maggiore del centrosinistra, ancora intronato dalle sconfitte e dagli schiaffi di Nanni Moretti. Un ceto politico diviso e delegittimato, che spesso guarda il segretario del pi� grande sindacato italiano come una minaccia pi� che una risorsa. E che oggi passer� ai raggi X la sua relazione. Temendo un’altra spallata. E scrutando gli indizi di una possibile �discesa in campo�.
Non ne troveranno. Non un riferimento al dissesto politico del centrosinistra. Questo promette Cofferati. �Non posso e non voglio farlo. Quando ci ho provato l’ultima volta dopo le elezioni, proponendo il governoombra, si sono offesi e hanno detto che dovevo occuparmi solo di sindacato�. Oggi questo fa. Parla di sindacato. In un passaggio della relazione, scrive una frase che suona cos�: �Dobbiamo coniugare il massimo dell’innovazione nei contenuti con il massimo della conservazione nei valori�. Innovazione e conservazione, � la sintesi che gli pare vincente. Per il sindacato, e forse anche per il centrosinistra. Ma la ricetta, oggi, la propugna solo per il primo. Dal secondo ha ricevuto solo dispiaceri.
L’ultimo � stato giusto sabato scorso. �Che amarezza, vedere quella scena…�. Uno pensa a Moretti. E invece no. �Pi� che altro, facevano impressione "loro". Il regista pronunciava il suo atto d’accusa, e dietro al palco c’erano quei leader immobili, umiliati, a testa bassa, incapaci di replicare…�. Nessuno che abbia avvertito l’impulso di tornare sul palco, e di rispondergli qualcosa: va bene Nanni, accettiamo la tua critica ma ricordati che appartieni alle nostre stesse radici, che anche noi, con tutti i nostri errori, abbiamo speso la nostra vita per la sinistra. Niente. Solo silenzio. Cofferati capisce il disagio di persone come Moretti. Ma non condivide l’analisi politica del regista, come gi� accadde a Luciano Lama. Il suo dissenso lo raccont� all’Unit� in un caldo agosto del ’94, riguardando in tv �Palombella rossa�: �Il Michele Apicella interpretato da Moretti non capisce la svolta di Occhetto, che ha avuto il merito storico di scegliere la democrazia come valore fondante…�. Questo diceva, otto anni fa, il padre nobile del sindacalismo e della sinistra italiana.
Il suo erede Cofferati, oggi, avverte in Moretti il rischio di una deriva massimalista. Ma ancora di pi�, rimprovera ai leader dell’Ulivo l’assenza di un progetto politico, sacrificato al puro tatticismo. Non vede strategia. Valutano l’azione politica solo in base al vantaggio mediatico che possono trarne. Il caso di Genova, secondo il leader della Cgil, lo dimostra: il problema non era se andare o no al G8. Semmai era quello di presentarsi con una posizione politica chiara e precisa sulla globalizzazione. Invece hanno detto che andavano �perch� era giusto stare nel movimento�. Privi di un messaggio politico, sono stati spiazzati dalle critiche, e hanno balbettato mezze retromarce. �Risultato: la gente non ha capito niente�. Lo stesso � accaduto sul conflitto di interessi, sul Welfare e sul mercato del lavoro: pura confusione. Giusto o sbagliato, ecco ci� che rimugina il leader della Cgil e che nessuno gli sentir� gridare oggi, dal palco congressuale.
Li avr� di fronte tutti: D’Alema, Fassino, Rutelli. Non cerca rivincite. Ma a Pesaro dice di aver subito �una delle amarezze pi� profonde della mia vita�. Al congresso Ds ha rifiutato di scendere in campo, �per non andare a una conta rovinosa tra me e D’Alema, che avrebbe distrutto il partito�. E’ stato tra gli ispiratori del �correntone�, per �far valere la minoranza interna� e chiudere una volta per tutte con �il centralismo democratico�. L’ha fatto, sostiene, con il massimo del rispetto e dell’equilibrio politico. Eppure lo hanno trattato �come un appestato�, come �quello che voleva sfasciare tutto, quello che preparava la scissione militarizzando la Cgil per farne il trampolino di lancio verso la politica. Mi hanno costretto a fare un intervento per difendermi, per dire che io, sindacalista abituato a fare gli accordi, lavoro per l’unit�, e non voglio nessuna scissione. Parlavo al congresso, e quelle stesse persone si giravano dall’altra parte. Proprio loro, gente con cui ho diviso una vita, tutto sommato assai grama, ma anche una passione politica, bellissima. Che cosa penosa…�.
Il leader della Cgil dimentica che, alla vigilia di Pesaro, anche da lui arrivarono copiose le bordate contro D’Alema e i dalemiani. Ma di nuovo, il ricordo corre al predecessore pi� illustre. Al Lama del dicembre dell’85, che al Comitato centrale del Pci fu messo letteralmente sotto processo dal suo partito e dai suoi maggiorenti, prima del diciassettesimo congresso di Firenze. Dal pulpito del politburo comunista Ingrao, Cossutta e Bassolino lo accusarono con una mozione durissima di aver �messo in crisi la democrazia sindacale� e di aver �avallato una pratica oligarchica�.
A Pesaro Cofferati ha perso. Ha preferito non combattere contro la nuova segreteria di Fassino. C’� chi � convinto che l’abbia fatto scommettendo sul suo fallimento, e sullo sfascio dell’alleanza con la Margherita di Rutelli alle amministrative di maggio. Una mossa tipica da Cinese, che aspetta sulla riva del fiume il passaggio dei cadaveri del nemico, per proporsi come salvatore della patria. Lui nega. Insiste: �Sono non spendibile politicamente�. Certo, � stupito dalla gravit� della crisi ulivista. �Non pensavo che esplodesse cos� in fretta e in modo cos� traumatico�. Allora proprio il trauma e la fretta potrebbero rimetterlo in gioco. Lo scenario sarebbe questo. Cofferati resta in Cgil fino a giugno, e acclamato dai suoi 5 milioni di iscritti si ritira a guidare la Fondazione Di Vittorio. Nel frattempo, Fassino sposta a sinistra il pendolo della Quercia, sulla linea jospiniana di Cofferati, e al prossimo congresso gli passa il testimone, con il mandato di fare il partito unico con i verdi e i comunisti italiani. In questo scenario, il centrosinistra arriverebbe alla sfida contro il Polo del 2006 con Cofferati candidato premier di due soli grandi partiti, la Margherita e la nuova Quercia, e con l’appoggio esterno di Rifondazione.
Al quarto piano di Corso d’Italia, per ora, tutto questo � fantapolitica. Il �Te deum� verdiano � finito. L’ultima cartella della relazione � scritta. Parafrasando un altro regista, Dio � morto, Marx � morto, e anche il centrosinistra non si sente molte bene. Cofferati, a Rimini, vuole dimostrare di essere in ottima salute.