Cofferati: «Le mie riforme per la crisi del capitalismo»

12/11/2002


          (Del 12/11/2002 Sezione: Interni Pag. 8)

          L´EX SEGRETARIO DELLA CGIL: «ECCO COME COSTRUIRE UN RAPPORTO NUOVO CON I MOVIMENTI»
          Cofferati
          «Le mie riforme
          per la crisi del capitalismo»
          Aldo Cazzullo
          inviato a MILANO

          INNANZITUTTO: lavora davvero. Badge azzurro, con foto, da timbrare mattino e pomeriggio. Pausa mensa. In ufficio non riceve: i visitatori non sono ammessi, neppure quelli del quadro di primo livello Sergio Cofferati. Bisogna andarlo a prendere fuori dalla Pirelli, alla Bicocca, tra la Breda e via Adamo Smith. Prime nebbie. Ritorno a Milano, stesso quartiere dell’adolescenza, porta Vittoria, dove è andato a stare dal figlio Simone, trent’anni, stessi tratti stessa voce. Giornata balorda, sul lavoro. Cofferati studia l’impatto sociale delle fabbriche Pirelli nel mondo. Sono stati appena annunciati 2500 licenziamenti. Per fortuna il week end è andato meglio. Sabato, trionfo a Firenze. Domenica, soddisfacente lettura delle tesi di Prodi sulla fine del pensiero unico e degli Anni ’90, la globalizzazione democratica, la fine del mito dell’impresa. Cofferati vi si è riconosciuto. Vi ha letto un’implicita critica a parte della sinistra e un invito al cambiamento che l’ex leader Cgil non ha timore di chiamare: «Riformismo».
          «Quando dico che "riformismo" è una parola malata, intendo che viene usato troppo, in modo disinvolto, a sproposito. Riformista si dice pure Berlusconi, che annuncia "le riforme di Reagan e della Thatcher"». I tempi, sostiene, impongono altro. Cofferati si riaggancia all’analisi di Prodi e fa un passo oltre. «C’è una crisi latente del capitalismo. Intendiamoci: non è che il capitalismo scompare; è in crisi questo modello di capitalismo, cui si erano affidati quasi tutti (non io) come al più dinamico. Ci sono gli aspetti specifici, gli scandali delle aziende americane ricordati da Prodi. E c’è una crisi generale, di modello, di cui ci sfuggono gli sbocchi. E’ una crisi di fiducia, come si vede dall’impatto sulle Borse. Una parte della struttura produttiva e finanziaria è destinata a cambiare profondamente. Va rivisto il rapporto tra impresa e lavoro». Cofferati non ha timore di contrapporre Europa ed America. Se da questa parte dell’Atlantico «l’economia è ferma», dall’altra «è un intero modello ad andare in cortocircuito. Ci sono persone che hanno perso tutto: il salario perché licenziati, i risparmi perché azionisti di società fallite, la previdenza perché legati a fondi impoveriti. Uno dei punti emersi a Firenze è la fine della fede in questo modello economico come modello di sviluppo. Solo qualche anno fa a porre questo tema si veniva sbeffeggiati pensantemente. Ora ci sono le condizioni per qualche riflessione nuova. Ad esempio sul concetto di limite dello sviluppo; impensabile, quando vigeva la certezza che le economie potessero crescere indipendentemente dal rapporto con le condizioni esterne, con la comunità. Penso al tema dell’ambiente, da Kyoto a Johannesburg. Penso a quella che Prodi chiama la dottrina europea della globalizzazione democratica, l’integrazione tra le economie, un nuovo modello di sviluppo e di competizione incentrato sul sapere e sulla qualità, sulla solidarietà e sui diritti delle persone, contrapposto al vecchio modello che considerava tutto disponibile». Cofferati rintraccia echi del pensiero unico, che ieri anche Francesco Rutelli definiva superato, pure nell’ultima campagna elettorale dell’Ulivo. «C’è stato un eccesso imitativo delle idee altrui che ha prodotto qualche guasto. Il centrosinistra ha rinunciato a una ricerca magari faticosa di un proprio punto di vista e ha pensato, tatticamente spero, di giocare sul terreno della destra. L’insistenza sull’uso esclusivo della leva fiscale in alternativa alle politiche di coesione e di tutela. La retorica della sussidiarietà, che sta diventando una parola malata come riformismo, usata com’è in alternativa a qualsiasi forma di intervento dello Stato». Cofferati individua il campione di questo nuovo «pericoloso» modello nell’uomo che considera il vero ideologo del berlusconismo: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Cofferati lo accusa di abbandonarsi a «uno sproloquio ideologico», a «una deriva culturale», a «una versione domestica del capitalismo compassionevole»: «Nel documento di accompagnamento della delega per la riforma fiscale è rivendicata l’idea della filantropia. Della carità: finisce la progressività e la certezza della tassazione; i ricchi scelgono loro se e come aiutare i poveri». Alla cedevolezza di parte della sinistra e al progetto del centrodestra Cofferati indica in alternativa una «linea di cambiamento», che non ha pudore a definire anche «linea di riforma». Che non esclude riduzioni fiscali, purché selettive e non fini a se stesse, ma indirizzate al rafforzamento della protezione, all’estensione dei diritti, al riconoscimento dei nuovi lavori. Che impone una maggior spesa sociale, «poiché quella italiana è tra le più basse d’Europa». Che persegue la crescita nella nuova nozione di sviluppo, limitato e finalizzato. Che non può prescindere dal risanamento dei conti. «Il meccanismo che rende accettabile pagare le tasse è ancorato all’idea di solidarietà. La solidarietà è la nostra risposta alla filantropia di Tremonti, e può fare davvero del bene a tante persone, a cominciare da noi stessi». Non sarebbe male dare «una rispolveratina ai valori», ad esempio a quello dell’uguaglianza; ricercare idee alternative; rivendicare vecchi e nuovi diritti. E’ quasi un manifesto, quello che esce dal dialogo a distanza tra l’ex premier e l’ex sindacalista. Un progetto. Una piattaforma per dialogare oggi con no global e pacifisti, e riunificare domani il centrosinistra nella prospettiva della campagna elettorale e del governo. Già i quotidiani di ieri parlavano di «asse Prodi-Cofferati». La definizione è usata in chiave polemica sia da leader del centrodestra come Follini, che ha letto la mossa di Prodi come lo scacco matto per la leadership dell’Ulivo, sia da leader della sinistra come D’Alema, che da tempo ha lanciato un avvertimento: «Non ci si può far dirigere da due assenti». Cofferati è chiaro: «Con Prodi non ne abbiamo parlato. Non ci sono contatti formali». L’asse è in potenza non in atto. «Sono da tempo sostenitore del rapporto con i movimenti, che va costruito scontando anche la loro parzialità e radicalità. Vedo affacciarsi l’ossessione della sintesi. La sintesi non è indispensabile adesso. Verrà, più avanti. Con i movimenti bisogna evitare due atteggiamenti: blandirli; e ignorarli. Alcuni di questi movimenti sono stati a lungo ignorati dai partiti, accompagnati da atteggiamenti nella migliore delle ipotesi di sufficienza. Un errore: anche perché questi, a differenze dei movimenti degli Anni ’70, non puntano a diventare partiti. Occorre invece ascoltarli, confrontarsi con loro su un piano di parità. Molte cose sono cambiate. Non conta più la storia alle spalle, la dimensione, quel che si è stati. Conta la voglia di misurarsi. Con Prodi ci sono elementi di valutazione comune. Storie diverse, stesso alveo. A proposito di riformismo: i fili che legano e tengono insieme il riformismo laico e quello cattolico sono i valori e i diritti. Questo ci unisce». La consacrazione dell’asse da parte del popolo della sinistra è nelle cose, basta passeggiare per Bologna con Prodi e per Milano con Cofferati, assistere alla litania dei saluti e degli applausi per capire che la scelta della base è già fatta. Cofferati arrossisce quando dice con un filo di voce: «Se c’è una percezione di questo tipo nonostante non ci siano rapporti diretti tra noi, vuol dire che è bene ci siano idee in campo, è bene cominci una discussione». Non lo dirà mai esplicitamente, anzi se richiesto lo negherebbe, attende che venga il momento giusto, ma la predisposizione è chiara: ci sta. Per capire quanto Cofferati tenga al rapporto con il mondo cattolico, con gli intellettuali e i sacerdoti che sono anche abituali interlocutori di Prodi, basta scorrere la sua agenda: finito l’orario di lavoro, tre dibattiti in tre giorni, a Milano con Ermanno Gorrieri, domani sera a Torino con don Ciotti, ancora a Milano con monsignor Nozza della Caritas. Basta ascoltarlo quando parla del modello europeo, delle radici cristiane e umaniste, dei rapporti da costruire con il Sud del Mediterraneo, quello che Prodi chiama «l’anello degli amici». Con il gruppo dirigente Ds invece la freddezza è palpabile. A Fassino che rivendica di aver fatto per lo svolgimento del Forum più di molti che hanno partecipato al corteo, Cofferati ricorda che «quand’ero segretario generale la Cgil ha deciso di essere parte del Forum. E’ curioso che Piero non se ne sia accorto». Ma il vero discrimine, su cui la frattura delineatasi a Firenze tra le due sinistre è destinata ad allargarsi sino forse alla lacerazione, sarà la guerra all’Iraq. La distinzione di Fassino e D’Alema tra guerra decisa unilateralmente dagli Usa e guerra decisa dall’Onu è respinta non solo da Gino Strada e dal «movimento dei sacerdoti», ma anche da Cofferati. «La sensazione è che l’America muova verso questa guerra indipendentemente dall’Onu. Gli Usa hanno deciso l’attacco prima delle decisioni delle Nazioni Unite sugli ispettori. E’ difficile prendere per buona l’idea che l’America prepari la guerra all’Iraq per combattere il terrorismo. Mi pare che prevalga piuttosto la questione delle fonti energetiche». Guerra per il petrolio, nella visione di Cofferati e del fronte pacifista. «Il terrorismo che massacra gli inermi si combatte con azioni di polizia e prosciugando il brodo di coltura della povertà, non massacrando altri inermi. La guerra all’Iraq resterebbe sbagliata e inaccettabile anche se avesse la copertura dell’Onu». Per questo, se la guerra ci sarà, Cofferati getterà il suo carisma nella mobilitazione annunciata a Firenze da Gino Strada: «Un’eventuale partecipazione italiana deve trovare una risposta di massa. Con gli strumenti di sempre, civile, democratica, ma di massa. Non occorrono sondaggi raffinati per sapere che la grande maggioranza degli italiani è con noi». Ma in quella minoranza potrebbero esserci i dirigenti attuali dell’Ulivo.