Cofferati, la strategia di un vero leader – di Claudio Rinaldi

12/03/2002


 
MARTEDÌ, 12 MARZO 2002
 
Pagina 17 – Commenti
 
Cofferati, la strategia di un vero leader
 
 
 
 
CLAUDIO RINALDI

Sergio Cofferati continua a negare di voler entrare in politica. Si capisce: se annunciasse ora una sua personale discesa in campo, indebolirebbe la Cgil nella battaglia che sta vincendo sull´articolo 18; il mezzo insuccesso al congresso ds di Pesaro, del resto, gli ha ricordato che per chi viene da un sindacato è sempre difficile farsi largo nel vertice di un partito. Dunque Cofferati aspetta. Ma c´è da sperare che la sua ritrosia, se il paragone non lo offende, sia simile a quella di Silvio Berlusconi nell´autunno del ’93, quando già stava per lanciare Forza Italia ma ancora escludeva di volersi trasformare in uomo politico.
In queste settimane, infatti, il segretario della Cgil sta dimostrando una volta di più di non essere il grigio e spento conservatore che i cosiddetti riformisti, da Massimo D´Alema in giù, guardano con aria di sufficienza o con fastidio. Al contrario: Cofferati si sta confermando ottimo interprete di quella metà di Italia che non si rassegna allo strapotere di Berlusconi. E non soltanto perché, fra tanti sedicenti generali del centro-sinistra, è l´unico a disporre di un vero esercito. Il punto decisivo è che, con il suo stile misurato, sta impartendo almeno cinque lezioni di "savoir faire", di lucidità strategica e tattica, al rissoso e inconcludente gruppo dirigente dell´Ulivo.
SPIRITO UNITARIO. Nella Cgil Cofferati ha saputo conquistare alla sua linea il consenso di tutti, ciò che non è riuscito né a Francesco Rutelli nell´Ulivo né a Piero Fassino nei ds. Anche le divergenze con Cisl e Uil, checché se ne dica, non sono affatto una rottura, visto che gli obiettivi delle tre confederazioni sono in larga misura gli stessi e la disponibilità al reciproco ascolto c´è sempre. Un vero leader deve saper unire il proprio campo, non abbandonarsi a futili battibecchi con i concorrenti.
APERTURA AI MOVIMENTI. Lo spirito unitario fa sì che Cofferati, a prescindere dalle singole mosse compiute, sia circondato da un indiscutibile rispetto. A differenza dalla nomenklatura ulivista, può presentarsi su qualsiasi piazza senza essere fischiato o spernacchiato. E verso la gente ha un atteggiamento sano: non si dilunga in saccenti prediche alla società civile, cerca di capirla e di darle voce; non liquida i girotondi come accozzaglie di umori da depurare e soffocare.
SENSO DELLE PRIORITÀ. Con il no alla riforma dei licenziamenti, il segretario della Cgil ha scritto l´abc di come si conduce una lotta: indicando traguardi concreti, rilevanti per la vita quotidiana delle persone, e però anche carichi di valore simbolico. Mobilitarsi contro le leggi sulle rogatorie e sul conflitto d´interessi è giusto, ma non basta. Occorre concentrarsi sui problemi economici e sociali. E Cofferati li prende di petto nella loro materialità, invece di perdersi in formulette vacue come «coniugare modernità e diritti». Questa capacità di messa a fuoco è essenziale, soprattutto ora che l´intera politica economica del governo Berlusconi si rivela inefficace e grottesca: perfino un amico della Casa delle libertà come Paolo Cirino Pomicino ammette che «i conti pubblici arrancano, il sommerso stenta a emergere e i capitali clandestinamente esportati tardano a rientrare, mentre il prelievo fiscale rischia di aumentare».
CONDOTTA LINEARE. Una volta iniziata la battaglia sull´articolo 18, Cofferati l´ha combattuta senza tentennamenti. Anche sfidando l´isolamento, certo. Ma un leader è tale se guida i suoi in modo coraggioso e determinato, non se si ferma di continuo a dare retta ai cacadubbi di passaggio. Se negli anni scorsi fosse stato al vertice dell´Ulivo, probabilmente Cofferati non avrebbe lasciato marcire nell´oblio la questione del conflitto d´interessi.
LIMITI AL DIALOGO. Un sindacalista passa la vita a contrattare, a tessere intese, a siglare accordi: per decenni Cofferati non ha fatto altro; è assurdo dipingerlo come un ottuso che si arrocca sulle proprie posizioni. Se nella sinistra c´è un riformista autentico, è lui. Ma una cosa è voler negoziare, altra cosa è accettare di farlo anche quando le condizioni, come nel caso dell´articolo 18, non sussistono. Oggi sedersi placidamente al tavolo di Berlusconi e di Antonio D´Amato vuol dire soltanto perdere. Proclamando la manifestazione del 23 marzo e lo sciopero generale del 5 aprile, Cofferati ha avuto la forza di sottrarsi alla fallace teoria del dialogo obbligatorio. Troppo spesso, invece, i geniali condottieri del centro-sinistra se ne sono fatti paralizzare, partendo dal presupposto che con l´avversario bisogna dialogare sempre e dappertutto. A volte, Bicamerale docet, perseguire il dialogo a tutti i costi porta semplicemente al nulla; o, peggio, alle polemiche e alla demoralizzazione nelle proprie file.
Per questo, mentre il braccio di ferro con governo e Confindustria si avvia verso l´epilogo, chiunque simpatizzi per il centro-sinistra non può augurarsi che Cofferati torni a fare l´impiegato alla Pirelli o si rintani nella Fondazione Di Vittorio. Di fondazioni ce ne sono tante, anche pretenziose, ma non servono a molto. Per i Ds, per l´Ulivo sarebbe una follia rinunciare al talento e al prestigio di Cofferati. Ma sciocco sarebbe anche incapsularlo in qualche pletorico organo collettivo, fra persone che da lui possono soltanto andare a scuola.