Cofferati: «La riforma delle pensioni non serve»

14/01/2003

            14 gennaio 2003
In questo momento si discute di quello che non è prioritario per il Paese. Sono tutti impegnati a parlare di elezione del presidente della Repubblica
ma i problemi sono altri
L’ex segretario della Cgil non concede nulla: penso anche che l’innalzamento dell’età pensionabile sia un errore. E non è vero che ce lo chiede l’Ue
            Cofferati: «La riforma delle pensioni non serve»
            Messaggio a Berlusconi: la priorità è la legge sulla rappresentanza sindacale

            Roberto Rossi
            MILANO Nella sala della Casa della Cultura di Milano, la gente lo accoglie
            con compostezza e con un lungo applauso. Quando entra Sergio Cofferati, Gengis Khan della sinistra o Pol Pot del riformismo come è stato definito da compagni di partito, il brusio in sottofondo dei circa duecento milanesi, stipati anche sulle scale e fuori, si spegne. E si accendono i microfoni.
            Dai quali Cofferati parla, assieme a una selva di giuristi e professori
            universitari che lo affiancano al convegno su “Lavoro, diritti, Europa”, di economia e politica. Senza cadere nella trappola delle polemiche di questi giorni. Dalla previdenza alle riforme istituzionali, senza dimenticare il mercato del lavoro, il Cofferati pensiero spazia a tutto campo.
            «Serve la riforma delle pensioni?» si domanda l’ex segretario della
            Cgil. «Io penso di no». «Penso che la riforma del ‘96 va bene. Penso anche che l’innalzamento dell’età pensionabile sia un grave errore. E non è vero che questo viene chiesto dall’Unione Europea che invece ha apprezzato la riforma del ‘96». E su questo tema non si può neanche pensare una discussione con l’attuale maggioranza.
            «Non capisco – sostiene Cofferati – come si possa avere ancora fiducia in
            un presidente del Consiglio che con tanta disinvoltura ha detto quelle cose
            nella conferenza di fine anno, come per esempio il fatto che le ragioni
            del conflitto sull’articolo 18 a un certo punto sono sparite. Vedete, il tempo è galantuomo. E questo non è che uno dei tanti tasselli che ci hanno
            portato a non avere più fiducia». Ma le ragioni di un no non finiscono
            qui. «Non si può accettare continua un terreno di discussione come
            quello che propone il Governo e che è contenuto nella delega».
            E proprio sull’uso improprio della delega come strumento normativo
            da parte di Palazzo Chigi che Cofferati spinge. «Sono preoccupato del modo in cui il governo procede con la prassi nell’utilizzo della delega. Non
            ho mai visto una tale estensione. Pensate – afferma l’ex leader della Cgil – non solo alla marea di deleghe per quanto riguarda il mondo del lavoro
            ma anche a quelle sulla previdenza e sulla scuola. La delega toglie contenuto alla dialettica parlamentare e toglie anche spazio alla dialettica sociale».
            Per chi cercava oggi, dopo il bagno di folla di Firenze, dopo gli scontri
            a distanza con Piero Fassino e un parte dei Ds, la polemica viva, alla
            fine viene deluso. Cofferati non concede spazi, non ha cadute. Neanche
            quando si tocca il tema di riforme istituzionali. Anche se, ricorda, «in
            questo momento si discute di quello che non è prioritario per il Paese. Ad
            esempio sono tutti impegnati a parlare di elezione del presidente della Repubblica, ma nessuno ha pensato a una riforma che investa le legge sulla
            rappresentanza e sulla rappresentatività dei lavoratori in azienda. Una
            legge che, invece, dovrebbe essere chiara, certa e sicura».
            Anche perché i sindacati stanno vivendo una fase delicata della loro
            vita. È in atto un tentativo affinché la rappresentanza cambi natura.
            Si sta tentando di cancellare la concertazione e «come contropartita
            si permette l’ingresso in aree e servizi che erano riservati allo Stato».
            Ma la parte più corposa del suo intervento Cofferati la propone quando parla del mercato del lavoro. Che qualche tempo fa veniva racchiuso nell’espressione “articolo 18”, mentre oggi è identificato con un altro numero, questa volta progressivo: il 848 bis. Che poi altro non è se non il
            disegno di legge che il Senato sta approvando in queste ore. Un disegno
            di legge che ripropone un sistema di regole «neo corporative che modifica
            i diritti essenziali di milioni di persone e che produrrà un disastro». E per il quale, una volta approvato, potrà anche essere richiesto un referendum
            abrogativo.