Cofferati: in piazza per l’articolo 18

05/03/2010

Per Luigi Angeletti, ieri confermato segretario generale della Uil, «l’articolo 18 è salvo e l’arbitro non lede i diritti dei lavoratori». Suona, invece, la carica l’ex leader della Cgil, Sergio Cofferati, oggi europarlamentare del Pd: «Il provvedimento del governo è grave, bisogna tornare in piazza». Ma per il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi «solo la malafede e l’ignoranza della Cgil e del Pd» possono legare questa norma all’articolo 18: il licenziamento previsto in caso di giusta causa.
Dopo l’approvazione del disegno di legge sul lavoro non si placano le polemiche sulle norme che hanno introdotto l’arbitrato nelle procedure di conciliazione in tema di lavoro. La Cgil ha già in programma uno sciopero generale per venerdì 12 «e poi troveremo altre forme di mobilitazione, compreso il ricorso alla Corte costituzionale» dice il segretario confederale della Cgil, Susanna Camusso. Al centro delle polemiche è l’articolo 33 della nuova legge che prevede che le parti, in sede di certificazione del contratto, possono stabilire clausole per devolvere le controversie ad arbitri. Con questa clausola compromissoria, che può essere inserita anche nel corso del rapporto di lavoro, l’azienda può ottenere una preventiva rinuncia del lavoratore a ricorrere al giudice del lavoro in caso di controversia.
A scagliarsi contro è proprio Cofferati che sulla difesa dell’articolo 18 otto anni fa portò in piazza tre milioni di persone. «Spero ci siano le condizioni per un’iniziativa unitaria del sindacato e per un’iniziativa politica forte da parte dell’opposizione», dice l’ex leader della Cgil, secondo il quale «il provvedimento è peggiore di quello di otto anni fa», quando il governo Berlusconi tentò di apportare modifiche sui licenziamenti senza giusta causa. A difendere le norme è, invece, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che sottolinea che la Cisl, la Uil e tutte le organizzazioni dei datori di lavoro la pensano diversamente da Cgil e Pd. Sacconi ha poi precisato che «le norme non toccano l’articolo 18 e non sono operative, nonostante la legge sia approvata, perché tutto è rinviato alla contrattazione collettiva e faremo in modo che ci sia un accordo tra le parti sociali o almeno tra quelle che si ritrovano intorno a un tavolo per definire l’intesa». Il ministro conclude dicendo poi di non temere affatto un possibile ricorso alla Corte Costituzionale da parte di Cgil.
Al ministro risponde però il leader della Cgil, Guglielmo Epifani: «Non c’è una questione di soliti noti né di malafede. Ma, se si chiede ad un lavoratore che deve essere assunto di rinunciare alla magistratura per la difesa dei suoi diritti non è pienamente libero di dire di no e, se dice di sì finisce sotto schiaffo del datore di lavoro».
Ma per Angeletti, che ieri ha chiuso il Congresso, riconfermato per la terza volta alla guida della Uil, l’articolo 18 «è salvo», e l’arbitrato è «un’aggiunta ad una legge dello Stato che resta in vigore». Secondo Angeletti, non esiste il rischio che la modifica alle regole per le controversie di lavoro penalizzi i giovani alla prima firma del contratto: «Il diritto per il lavoratore di avere un giudice non viene messo in discussione». Una cosa, tuttavia, Angeletti, la sottolinea: «abbiamo letto il testo e non è scritto bene».
Tra i favorevoli alla nuova norma c’è, invece, Confcommercio che spiega: «La possibilità di risolvere le controversie dinanzi a un arbitro rappresenta una concreta opportunità per imprese e lavoratori e non certo una riduzione di tutele».