Cofferati ha sollevato la pietra dell’articolo 18 che ora Bertinotti gli fa cadere sui piedi – di S.Soave

20/01/2003

ItaliaOggi
Numero
015, pag. 1 del 18/1/2003
Sergio Soave



Cofferati ha sollevato la pietra dell’articolo 18 che ora Bertinotti gli fa cadere sui piedi

Una delle massime attribuite al presidente Mao nel Libretto rosso che ebbe una grande fortuna alla fine degli anni 60 spiegava che il reazionario solleva una grande pietra ma poi se la fa cadere sui piedi. Sergio Cofferati non è certamente un reazionario (tutt’al più, come spiega Il riformista un giorno sì e l’altro anche, è un conservatore), ma sostenendo che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori contiene un diritto universale, la sua bella pietra l’ha alzata, e ora Fausto Bertinotti, col referendum che traduce in pratica quel principio, gliel’ha fatta cadere sui piedi.

Forse nel centro-destra esagerano nel considerare sconfitto in partenza il referendum. C’è la possibilità, infatti, che diventi la sede del confronto fra posizioni estremistiche, e queste sono più forti a sinistra che a destra. Non va sottovalutato, poi, l’effetto della predicazione capillare svolta dai sindacati, prima unitariamente, poi da parte della sola Cgil, contro le modifiche all’articolo 18. È vero che il quesito non riguarda la modesta modifica concordata con il Patto per l’Italia, ma al contrario il divieto del licenziamento in tutte le imprese, anche quelle con un solo dipendente.

Ma non sarà facile far capire bene la differenza. Per questa ragione le speculazioni degli strateghi della Casa delle libertà che puntano ad abbinare il referendum con il voto amministrativo parziale di primavera sono forse viziate da un po’ di sicumera.

Dove però il quesito referendario è destinato a provocare più danni, naturalmente, è a sinistra.

Qui soprattutto si paga il tentativo di assorbire in accordi puramente elettorali e contingenti, senza riconoscergli un proprio spazio autonomo, il Partito della rifondazione comunista e le sue propaggini nel movimento no global. La stessa iniziativa di Cofferati (che già da segretario della Cgil si era rifiutato di riconoscere la componente rifondarola sostituendola con una opposizione di sua maestà capeggiata da Giampaolo Patta) era rivolta a contestare, oltre al gruppo dirigente Ds, anche quello di Rifondazione, tagliandogli l’erba sotto i piedi.

Fausto Bertinotti, che è meno naïf di quel che egli stesso non voglia far credere, ha subito l’invasione di campo finché non è riuscito a contenerla, poi, con una mossa di judo, ha usato la forza dell’avversario per spiazzarlo e metterlo in difficoltà. Proponendo, insieme ai Verdi, alla Fiom-Cgil e alla sottocorrente della sinistra Ds legata a Cesare Salvi, il referendum, è uscito dall’isolamento e ha messo il resto della sinistra e del centro-sinistra in una posizione falsa e piena di contraddizioni.

Cofferati è costretto a balbettare che il referendum è un errore, che la soluzione va trovata per via legislativa, e rischia in questo modo di dividere il ´movimento’ di cui è il punto di riferimento. Piero Fassino, preso di contropiede, si è messo a vaneggiare dell’esigenza di impedire il referendum facendo in quattro e quattr’otto una legge. Gli hanno replicato gli esponenti della Margherita che gli hanno ricordato che, per impedire il referendum, una legge deve accogliere le richieste che contiene, mentre in realtà le esigenze di flessibilità del mercato del lavoro richiedono provvedimenti di segno esattamente opposto.

Senza contare che, in questo parlamento, c’è una maggioranza che si appresta a votare i provvedimenti del Patto per l’Italia, compreso il raddoppio del sussidio di disoccupazione, esteso ai dipendenti delle imprese minori, che è una misura concreta e non demagogica per attenuare le diversità di diritti fra i lavoratori che operano in aziende di diverse dimensioni. Con la maggioranza, dunque, si può trattare solo a partire dal Patto per l’Italia, contro il quale si è spesa tutta la campagna della Cgil contro la presunta manomissione dei diritti che ora sfocia nel referendum di Bertinotti. Sono, nel loro insieme, gli effetti della rincorsa a sinistra, quella che persino Lenin (che è tutto dire) bollava come la malattia infantile della frase rivoluzionaria. Quando comincia, questo circolo vizioso raramente si ferma prima di aver travolto tutte le posizioni ragionevoli. Si comincia col sostenere che con l’avversario non si deve neppure parlare, poi per assimilare all’avversario chi, invece ci parla, si finisce per trovare qualcun altro, ancora più intransigente, che ti accusa di non esserlo comunque mai abbastanza.

Per non finire travolta da questo meccanismo infernale l’area riformista ha una sola soluzione, quella di dire di no, chiaro e tondo, senza farsi invischiare in una discussione infinita. È quello che, per ora, fa la Margherita, sostenendo in sostanza le posizioni di merito di Cisl e Uil. I Ds, che naturalmente soffrono di un complesso nei confronti della Cgil, non sembrano in grado di farlo e rischiano di finire stritolati.

La questione in sé è rilevante, visto che è stata la rigidità del mercato del lavoro a causare la propensione delle imprese italiane a investire esclusivamente in innovazione di processo a risparmio di lavoro anziché in innovazione di prodotto, con il conseguente rischio di declino generale. Per questo non potrà essere risolta senza una scelta decisa e non solo fraseologica, per la quale la sinistra italiana non sembra attrezzata.

Sergio Soave