Cofferati accusa D’Amato

05/02/2001

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Cofferati accusa D’Amato
"Confindustria fa politica, così trattare è impossibile"
Intervista al leader della Cgil: "Gli imprenditori vogliono mettere in difficoltà il governo alla vigilia delle elezioni"

di MASSIMO GIANNINI


ROMA
SERGIO Cofferati non ha dubbi: la "nuova" Confindustria ha agito in questi ultimi mesi con un disegno politico chiarissimo. Mettere in difficoltà il centrosinistra, e magari dare l’ultima spallata al governo di Giuliano Amato.
Il segretario della Cgil concorda totalmente con la critica che il presidente del Consiglio ha mosso al leader degli imprenditori giovedì scorso: "Sul trattamento di fine rapporto – dice Cofferati – D’Amato ha tentato una forzatura maliziosa, per mettere in crisi la maggioranza alla vigilia delle elezioni". COFFERATI, andiamo con ordine: la concertazione. «La concertazione? E’ chiaro come il sole che al presidente di Confindustria la concertazione non interessa affatto».
E qual è allora il punto a cui mira?
«Ricostruiamo i fatti degli ultimi giorni. Amato ha accusato il presidente di Confindustria in modo aperto e diretto di aver affossato la previdenza complementare, chiedendo come contropartita la libertà di licenziamento. E il presidente di Confindustria cosa fa? Parla d’altro, risponde con una paccottiglia di bugie. Tenta di accredoitare l’idea che se non si è arrivati a una conclusione sul tema della previdenza complementare, la responsabilità è della Cgil».
E invece non è così?
«Certo che non è così. Il presidente di Confindustria solleva tanti argomenti in modo strumentale, ma soprattutto una gran polvere, per nascondere fatti concreti e inequivocabili. La Cgil è stata sempre disponibile a una trattativa sull’uso del Tfr e lo è ancora adesso. Quello che non è disponibile a fare è di aprire un negoziato sulla modifica dello Statuto dei lavoratori e dell’articolo 18, quello che impedisce i licenziamenti senza giusta causa».
In realtà l’unico argomento forte che il presidente di Confindustria D’Amato ammette di aver sollevato nei rapporti con il governo è quello dell’emersione del lavoro nero
«Questo tema, il tema dell’emersione, al sindacato sta particolarmente a cuore e non da adesso, a differenza dell’associazione degli imprenditori. Il sindacato ha reso disponibili i contratti di riallineamento graduale per favorire la fuoriuscita dal sommerso. I contratti di emersione sono lì da oltre un quinquennio e hanno dato effetti positivi. Il sindacato ha chiesto provvedimenti per incentivare l’emersione anche sul piano fiscale e contributivo: sono stati concertati e sono diventati parte integrante dell’accordo del febbraio ‘99, e poi anche regolarizzati con l’imprimatur dell’Unione europea. Questi provvedimenti sono disponibili dal primo gennaio del 2001: ora il presidente di Confindustria li giudica inefficaci, prima ancora di averli applicati. E usando l’emersione lancia un’ipotesi che nulla ha a che spartire con il problema del lavoro nero e, cioè, il tema dell’Irpeg e degli sgravi fiscali per le imprese».
Non può negare che questo sia un problema all’ordine del giorno

«Il problema più generale della riduzione dei carichi fiscali sul mondo delle imprese è indubbiamente aperto ma l’ipotesi formulata dal presidente di Confindustria sull’Irpeg non sta né in cielo né in terra. Avrebbe alterato i meccanismi redistributivi senza premiare le aziende che innovano e assumono, ma premiando solo il profitto e alterando il divario tra Nord e Sud. Confindustria è persino indisponibile a fissare un codice di comportamento sul lavoro minorile. Su questa strada il presidente di Confindustria ha cercato di condizionare il governo e ha incassato una figuraccia in Europa».
Ma qual’è allora, secondo lei, il vero punto che sta a cuore a D’Amato? Il presidente del Consiglio gli ha rimproverato di aver puntato, nella trattativa sui fondi pensione, a uno scambio con la flessibilità: lei è dello stesso avviso?
«Quando parlano di flessibilità gli industriali hanno in mente una cosa sola: sono disponibili a qualunque soluzione, purché si consenta alle imprese di licenziare senza giustificato motivo».
E lei cosa risponde a questa intenzione degli industriali?
«Per parte mia ho detto e ripeto che considero l’argomento chiuso con la consultazione referendaria che si è svolta nei mesi scorsi. Per due ragioni: la prima, sono convinto che l’articolo 18 debba restare così com’è. La seconda, ho rispetto per quei 10 milioni di cittadini che col loro voto hanno sostenuto questa stessa tesi. L’atteggiamento del presidente di Confindustria ha una costante: l’idea di recuperare competitività, riducendo i diritti delle persone che lavorano, e ottenendo dallo Stato ingenti trasferimenti non selettivi».
Ma a questo punto, secondo lei, una trattativa sul Tfr e sull’avvio dei fondi pensione potrà mai vedere la luce?
«Di certo è un problema che dovrà essere affrontato con la nuova legislatura. Ed è un problema che si riproporrà in maniera inequivocabile al momento della verifica sulla riforma previdenziale. Sarebbe stato molto più semplice che il problema dell’avvio dei fondi previdenziali complementari estesi a tutte le categorie fosse già stato risolto. Ma visto che così non è stato, bisogna avere ben chiara in mente una cosa: la verifica sulle pensioni dovrà ripartire da lì».
Cioè? Lei vuol dire forse che prima di ragionare di come intervenire sui meccanismi della spesa previdenziale, nella verifica si dovrà parlare della dei fondi pensione per tutti?
«Non c’è dubbio. Bisogna attuare la legge del 1995 con strumenti univoci per tutti i lavoratori. È indispensabile che si compia questo passo, prima di introdurre norme che riguardano il regime delle erogazioni pensionistiche. E se i dati dimostreranno l’esigenza di intervenire sul meccanismo della spesa, allora questo intervento si potrà decidere solo dopo aver risolto il problema del Tfr».
Un’altra accusa mossa da D’Amato nei suoi confronti è quella di aver fatto da «guardia rossa» ai governi di centrosinistra che si sono avvicendati, da Prodi ad Amato. Cosa risponde a questa critica?
«Negli ultimi anni la discussione tra noi è stata più volte difficile e aspra. Ma ciò non ha impedito la realizzazione di accordi che continuo a considerare importanti. Ma siamo alle solite: si incassano i vantaggi degli accordi, e poi li si considera poca cosa, e si alza di nuovo la posta».
E oggi che impressione ha?
«Oggi ho l’impressione che la reiterata insistenza ad aprire un confronto su temi spurii e su materie come i licenziamenti avrebbe prodotto il dissenso esplicito di tutti i sindacati…».
Cofferati, dove vuole andare a parare?
«Ho la sensazione che, dietro la strategia usata finora dal presidente di Confindustria, ci sia l’intenzione maliziosa di mettere il governo in una situazione di difficile se non impossibile gestione. Altro che rilanciare la concertazione! Agli imprenditori interessa l’esatto opposto. Un confronto triangolare, che sarebbe deflagrato sui licenziamenti, avrebbe portato vantaggi alla concertazione? Avrebbe dato strumenti nuovi di intervento al governo, per rilanciare la crescita? O non l’avrebbe piuttosto messo in grave difficoltà, in una fase preelettorale molto delicata?».
Quindi lei rovescia su Confindustria la critica che D’Amato fa alla Cgil: e cioè Confindustria sta facendo politica, si sta schierando apertamente contro il governo di centrosinistra?
«Sì, mi pare proprio che la scelta degli argomenti e il tempo con cui li si prospetta non si possa considerare irrilevante. Mettiamo anche il caso che io impazzissi all’improvviso e mi rendessi disponibile a una modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: la modifica si dovrebbe fare non per accordo tra le parti, ma per intervento legislativo. E allora pongo il seguente interrogativo: un governo di centrosinistra che si presenta in Parlamento a chiedere una cosa del genere, a fine legislatura e in piena campagna elettorale, cosa produce nell’area delle forze della sua stessa coalizione, se non un totale disastro? E dunque se il presidente di Confindustria preme sul governo perché compia un passo di questo genere, contro la volontà del sindacato e di buona parte della sua stessa maggioranza, mi pare evidente dove sia la malizia, e quale sia la forzatura politica di una simile strategia».
Quindi, a suo giudizio, la Confindustria ha già fatto una scommessa sulla vittoria del centrodestra alle prossime elezioni? «Io non voglio fare il processo alle intenzioni. Ma non posso non vedere che i fatti sono questi. E mi sembrano fatti abbastanza indicativi».
Lo stesso D’Amato, peraltro, sostiene che anche voi abbiate già scommesso su una vittoria elettorale del Polo, contro il quale quindi vi accingete ad un atteggiamento di totale frontismo. Vero?
«No, per me quello che conta è sempre e soltanto il merito. E i licenziamenti non sono un tema da concertazione nella contrattazione bilaterale. Dal mio punto di vista, è semplicemente un tema non dato, e questo vale sia con un governo di centrosinistra sia con un governo di centrodestra.»
Ma a questo punto, secondo lei, la concertazione si può definire morta?
«Ho sempre pensato che la concertazione sia un metodo, che ha dato risultati importanti. Ed è anche un metodo indifferente ai cicli economici: non è vero che funziona e ha funzionato solo nel momento in cui le cose andavano male e c’erano da distribuire sacrifici. Il vero problema è la volontà dei soggetti che partecipano».
E da questo punto di vista, con questa Confindustria si può continuare a concertare, dopo le polemiche di questi ultimi giorni? «E’ evidente che la concertazione in questi mesi e in questi anni ha funzionato quando il confronto è stato leale e le materie discusse producevano forme di redistribuzione equa. Quando invece si è provato a concertare su materie che non avevano queste caratteristiche, il metodo è puntualmente fallito. Per oggi e per il futuro, quindi, quello che posso dire è che da parte nostra il tentativo di portare avanti la concertazione come metodo non cambierà. Ma per poter concertare, lo ripeto, serve la disponibilità di tutti. E al momento, io registro che da parte confindustriale non sembra esserci alcun interesse concreto a concertare».
Ma fino a quando alla Cgil si continuerà ad attribuire il «diritto di veto» su certe materie, come lamenta la Confindustria?
«Ho sempre sostenuto, anche a costo di registrare qualche polemica, che il metodo concertativo si pratica in tempi definiti: se entro una determinata scadenza si trovano ragioni di convergenza, allora tutto va bene. In caso contrario, ognuna delle parti sociali torna libera di tenere gli atteggiamenti che vuole».
In conclusione, Cofferati, lei non minaccia di far saltare il tavolo della concertazione, nemmeno in presenza di un attacco di Confindustria così pesante?
«Ripeto: sono disponibile a trattare sempre e con chiunque. Ma quello che deve essere chiaro al presidente di Confindustria, è che se lui vuol mettere in soffitta il sistema di regole che ci ha permesso di governare il cambiamento e il risanamento di questi anni, sul campo non rimane soltanto il comportamento virtuoso del sindacato e la libertà totale delle imprese…».
E cosa resta, allora, sul campo?
«Restano solo i rapporti di forza. Se è questo che il presidente di Confindustria vuole, si accomodi pure».