Cofferati, a sorpresa, sta pensando al “non sì”

28/04/2003

              26 Aprile 2003
              CATCH 18. SUL SITO DELLA DI VITTORIO IL CINESE RIBADISCE LA SUA CONTRARIETÀ AL REFERENDUM

              Cofferati, a sorpresa, sta pensando al "non sì"
              Epifani mette la Cgil nella mani di Bertinotti

              Si prepara la riunione del Direttivo del 6-7 maggio dove i fedelissimi dell’ex leader daranno battaglia

                Che la Cgil scegliesse di schierarsi per il sì nel referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nelle piccole imprese era praticamente scontato, dopo il pressing che era arrivato da diverse importati strutture territoriali e di categoria. Meno prevedibile era la posizione – che potremmo definire del "non sì" – assunta da alcuni dei segretari confederali ritenuti tra i più vicini, dal punto di vista politico, all’ex segretario generale, Sergio Cofferati, ora co-presidente di Aprile, e cioè Achille Passoni e Carlo Ghezzi, gli uomini che più hanno condiviso con il Cinese le grandi scelte della sua stagione a Corso d’Italia. Che Sergio Cofferati sia intenzionato a schierarsi per il "non sì" è certamente una notizia. Eppure questo sembra oggi – a meno di due mesi dall’appuntamento del 15 giugno – l’orientamento dell’ex segretario generale della Cgil. La sua linea – la stessa che sostenne in una lunga intervista a Rossana Rossanda per La Rivista del Manifesto un anno fa – l’ha ribadita ieri nel Forum sul sito della Fondazione Di Vittorio. Sia chiaro, Cofferati non dice come voterà perché vuole attendere la decisione ufficiale della Cgil. «Avverto – scrive – come troppo delicata la mia posizione di ex dirigente della Cgil, per condizionare, anche involontariamente il difficile dibattito che l’aspetta». Ma intanto spiega con toni e argomenti molto netti le ragioni che lo portano a bocciare il ricorso al voto referendario su un tema come quello dei diritti.
                «Il mio giudizio negativo sull’utilizzo del referendum per estendere e modulare diritti è noto. Non c’è alternativa efficace al lento e difficile percorso legislativo che la sinistra dovrebbe riproporre con grandissima decisione in queste ore, partendo dalla proposte di legge di iniziativa popolare consegnate al parlamento dalla Cgil insieme a oltre cinque milioni di firme». Insomma – spiegano i suoi uomini – Cofferati non intende piegarsi alla logica che il referendum di Bertinotti punta ad imporre. Prova – con le contorsioni che ciò impone dopo aver fatto dell’articolo 18 l’emblema dei diritti del mondo del lavoro – a prendere le distanze. O meglio a mantenere una sua, distinta, posizione. Distinta anche da quella che appare in maggioranza nella Cgil, ma, invece, sostanzialmente analoga a quella sostenuta in segreteria da Passoni, Ghezzi, oltre che Giuseppe Casadio e Marigia Maulucci e Morena Piccinini.

                Se Cofferati sceglierà il "non sì" i vantaggi saranno reciproci, per lui e per il sindacato. Il (vero) leader del correntone ds, dimostrerà di non essere il segretario ombra della confederazione ma anche che la Cgil in versione massimalista non è un’appendice del suo disegno politico; la Cgil di Guglielmo Epifani proseguirà nel suo sforzo di distaccarsi politicamente dall’ex segretario generale per cominciare una nuova stagione, fatta di continuità (e di qualche forma di continuismo) ma anche di piccoli, faticosi, strappi. Meno di venti giorni fa, Epifani ha detto che il problema della Cgil è ora quello «di fare più il sindacato». Affermazione solo qualche tempo fa inimmaginabile. Ma intanto, lo stesso Epifani, è riuscito a definire con la Cisl e la Uil una posizione comune per contrastare la legge delega del governo in materia previdenziale e partecipa – senza pregiudizi – al tavolo di confronto con la Confindustria sulla crisi industriale. Certo, dovrà subire lo smacco dell’intesa separata per il contratto dei metalmeccanici, ma questa è in qualche modo un’eredità del passato.

                La scelta per il sì mette, tuttavia, la Cgil di Epifani di fronte ad un rischio elevatissimo: «Questo è un classico caso – commenta un autorevole dirigente di Corso d’Italia – nel quale si privatizzano gli utili e si pubblicizzano le perdite». Dove gli utili sarebbero quelli che incasserebbe Fausto Bertinotti nel caso di vittoria nel referendum, e le perdite (vittoria del no o mancato quorum) le conseguenze negative, quasi tutte sul fardello della Cgil schierata in una battaglia (quella referendaria) promosso e pensata nel campo politico proprio in competizione con il sindacato (sulla falsariga della vicenda delle 35 ore) che a difesa dei diritti ha prodotto la più grande mobilitazione del dopoguerra. In questa prospettiva, davvero un paradosso, per la Cgil.

                E’ chiaro che la riunione del Comitato direttivo del 6 e 7 maggio, preceduta da quella della segreteria, porterà in superficie tutte le differenze che convivono nella confederazione e che in questi anni si erano praticamente azzerate per effetto di una fortissima leadership. Il cambiamento è in corso e, tra l’altro, si dovranno guardare con attenzione le mosse del segretario Paolo Nerozzi, cofferatiano dell’ultima ora, e che da sempre ha svolto un ruolo di "pontiere" con la sinistra. Nerozzi – pare – sia stato spiazzato dalla posizione assunta da Passoni, Ghezzi e compagnia.

                In vista del prossimo Direttivo il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi, esponente di spicco della sinistra, uomo da sempre vicino a Bertinotti, arriva a parlare di un «mini congresso» per la Cgil, «un momento di verifica, una sorta di mid-term, della linea politica». E non è, su questo aspetto, molto diverso il ragionamento che fa Antonio Panzeri, segretario della Camera del lavoro di Milano, che, intanto, giudica «poco comprensibile» l’orientamento a maggioranza della segreteria della Cgil a favore del sì. «Siamo – dice – in una fase di passaggio, si apre una fase diversa.
                La discussione si è già aperta anche se, mi pare, con scarso rispetto del Direttivo dove si doveva avviare tale dibattito». Panzeri è tra coloro che si schiererà per il "non sì". «Il referendum – spiega – divide la Cgil e rischia di aprire contrasti con la Cisl e la Uil. Credo che per tenere unita la confederazione la posizione più saggia sia quella di lasciare libertà di voto agli iscritti. E poi la Cgil non ha promosso questo referendum, lo ha subìto. Il referendum non è coerente con la linea che si è data la Cgil: una grande mobilitazione a difesa dell’articolo 18 e la presentazione di due leggi sull’estensione dei diritti e sulla riforma degli ammortizzatori sociali. Il referendum non è oggettivamente coerente con questa impostazione strategica».