Cofferati a Berlusconi: è Aznar l’esempio giusto

05/06/2001





    Il leader della Cgil si prepara al confronto con il nuovo Esecutivo

    Cofferati a Berlusconi: è Aznar l’esempio giusto
    Su scuola, pensioni, contratti molti «altolà» e qualche apertura
    Orioli
    ROMA – Se Berlusconi seguirà l’approccio di Aznar potrà ottenere qualche risultato sui temi delicati del welfare, del lavoro e della politica dei redditi. Lo dice Sergio Cofferati, segretario generale della Cgil, impegnato a studiare mosse e contromosse del nuovo Esecutivo. «Credo che Berlusconi guardi ad Aznar, ma temo — aggiunge — che troppi dei suoi consiglieri cerchino di portarlo su una strada diversa, di azzeramento del sindacato e di vendetta verso la Cgil». Il leader della Cgil tiene le carte coperte, ma si intuisce che farà le barricate se il Governo annullerà la riforma della scuola (ma non se si prenderà un anno di pausa di riflessione); Cofferati apprezza alcune convergenze in tema di riforma di incentivi per superare le pensioni di anzianità, ma non approva l’idea di fissare già nel Dpef l’entità dei risparmi dovuti alla riforma previdenziale, anche se vede un negoziato che affronti congiuntamente i temi del welfare e del Fisco («anche perché non possono essere i pensionati e i lavoratori dipendenti a pagare gli sgravi che Berlusconi ha promesso alle imprese»). «Se il Governo — dice ancora il leader Cgil — pensa di puntare a una strategia di intese separate, faccia pure. Ma bisogna seperle gestire facendole fruttare (non come è accaduto per il Patto di Milano). Berlusconi sappia cosa significa, da subito, un accordo separato dei metalmeccanici con tutto ciò che comporta». Quanto ai contratti, poi, il leader della Cgil avverte: il tasso di inflazione programmato per il 2002 deve essere più alto dell’attuale 1,2 per cento.
    Martedí 05 Giugno 2001
    a pagina 9
Concertazione – Cofferati si prepara alla nuova stagione di confronto con il Centro-destra e si aspetta che il premier segua il modello Aznar«Berlusconi tratti con il sindacato»
Su Welfare e mercato del lavoro convergenze possibili mentre per la direttiva sui contratti a termine la Cgil propone un rinvio
Alberto Orioli
ROMA – Visto che di questi tempi miracoli e politiche economiche sembrano andare insieme, ce n’è uno che Silvio Berlusconi vorrebbe veder realizzato. Che al grido di «Sergio, alzati e firma» Cofferati finalmente concedesse, dopo tanta astinenza, la sua sigla in calce a un accordo. Una grande intesa su politica dei redditi, mercato del lavoro, Welfare state; uno di quei protocolli che garantiscono la pace sociale per una legislatura, una specie di nuovo contratto con gli italiani questa volta però mediato da imprese e sindacati. Il regalo più bello per la luna di miele del nuovo Governo. L’oggetto del prodigio ci ride sopra. Lo ha fatto anche ai giardini del Quirinale quando, durante il ricevimento per la Festa della Repubblica, ha chiacchierato, tra gli altri, anche con il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato. Colloqui rapidi, fatti più di battute che di altro. Che si possa pensare all’inizio di una qualche svolta? Magari propiziata dallo stesso Presidente della Repubblica, primo artefice della politica dei redditi e ora custode appassionato della cultura della concertazione? «Cordiali convenevoli» liquida lui. Che di svolte non ne vede. Però, Cofferati, ha un’idea di come Governo, imprese e sindacati potrebbero ricostruire quella rete sociale ormai da tempo bucata. «Il Cavaliere dovrebbe comportarsi come Aznar. E credo che questo sia il suo effettivo orizzonte. Ma temo che, per realizzare il sogno, debba scontentare troppi tra quanti finora lo hanno sostenuto. E credo anche che in tanti oggi lo vorrebbero portare lontano da quell’esempio spagnolo. Se nel Governo e in chi lo consiglia prevale l’idea della vedetta contro la Cgil allora non si farà nulla, è evidente». Vendetta? «Ci sono persone di senso comune che spingono per una pace sociale credibile — come quella costruita da Aznar, con il consenso sindacale e con prezzi pagati da tutti anche dalle imprese — ma ce ne sono molte che puntano a cancellarci e guardano alla Thatcher. L’idea è quella di trasferire al mondo sindacale la propaganda della "guerra ai comunisti" che ha pagato in politica. Ma è una traslazione molto pericolosa». Più delle battute su Aznar, Sergio Cofferati non si lascia scappare. Leader di un sindacato che conta quasi sei milioni di iscritti e da tre anni chiude in positivo anche il saldo dei lavoratori attivi (e non vive più di soli pensionati), è a un crocevia sensibilissimo di attenzioni del mondo della rappresentanza sociale e politica. Attenzioni ai limiti del conflitto di interessi per chi teorizza da tempo «a ciascuno il suo mestiere». Però con quel pacchetto di mischia, fatto di gente in carne e ossa che lo segue e lo rispetta, Cofferati rappresenta una risorsa considerata "naturalmente di casa" dai Ds — e in questi giorni di redde rationem si è visto — e resta un interlocutore ricercato da ogni Esecutivo che abbia a cuore relazioni durature e affidabili con l’arcipelago del lavoro. Lo sa e attende, il segretario generale della Cgil. Tiene le sue carte ancora tutte coperte. «Si deve insediare un Governo di cui ancora non si vede il profilo. C’è un Dpef da predisporre su cui il sindacato istituzionalmente, e non solo, deve dire la sua. Ci sono i contratti da chiudere al meglio. Ci sono alcuni temi già sollevati in campagna elettorale che non mi trovano d’accordo e mi preoccupano: la scuola ad esempio o la sanità. Se Berlusconi vuole distruggere la riforma dei cicli ci troverà fermamente contrari, così come se vorrà abolire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello sul reintegro per i licenziamenti senza giusta causa». Alza la prima barricata, Cofferati. La scuola è un tema sensibile, anche per la politica. E potrebbe fornire alla sfilacciata squadra dell’opposizione un’occasione per "uscire" e dare battaglia. E non è da escludere che il leader della Cgil pensi anche a questo tipo di saldatura strategica in caso di una controriforma radicale rispetto al percorso indicato da Berlinguer-De Mauro. È pur vero, però, che già qualche consigliere del prossimo presidente del Consiglio gli ha suggerito di congelare, magari per un altro anno, la vecchia riforma per dare tempo alla macchina di adeguarsi, magari aumentando i finanziamenti per quella privata. E questo potrebbe rivelarsi un percorso assai meno drammatico, magari anche per la bellicosa Cgil. Sulla riforma del Welfare dice poco. «Da tempo avevo suggerito una via di incentivazioni per trattenere le persone al lavoro e per evitare le fughe nelle pensioni di anzianità. Oggi vedo che aumenta il consenso su questa proposta, bene. Però l’idea di fissare in anticipo già nel Dpef l’entità dei risparmi da realizzare con la revisione della riforma mi pare azzardato e significa, alla fine, solo tagli, che è un approccio sbagliato». Certo è che, rispetto al passato, l’ansia sul tema della previdenza sembra calare: si percepisce che servono correzioni ormai largamente condivise e su cui i cittadini sono già preparati. Sembra non inverosimile rimettere in gioco il tema del Welfare, dell’uso del Tfr e dei fondi pensione, degli ammortizzatori sociali e degli strumenti di regolazione del mercato del lavoro (che significa, ancora una volta, flessibilità). «Temo solo un Governo che ha fatto promesse mirabolanti per il fisco e rischia di doverle mantenere a prezzo di tagliare le uscite per lo Stato sociale. Se Berlusconi deve fare regali alle imprese non può farli pagare ai pensionati e ai lavoratori dipendenti. Per me fisco e Welfare vanno insieme». Una trattativa che rischia di caratterizzare da subito i primi passi del nuovo Esecutivo. Passi difficili, cadenzati in un calendario già fitto di appuntamenti internazionali a cominciare dal G8 di metà luglio, già sufficientemente "caldo" da evitare di essere sovraccaricato da un’eventuale eco di negoziati impopolari sullo Stato sociale. Ma stavolta il Governo si può permettere una strategia forte di accordi separati, può scegliere di isolare la Cgil e di mantenere questa linea anche a lungo. «Non mi sfugge, ma credo che accendere un conflitto sociale aspro non convenga a nessuno, e meno che mai alle imprese. Firmare accordi separati significa poi saperli gestire e farli fruttare: non mi pare che il patto di Milano abbia prodotto risultati tangibili. In ogni caso, fuor di metafora, una strategia di questo tipo significherebbe innanzitutto un accordo separato per i metalmeccanici, con tutto ciò che questo potrebbe comportare». A proposito di contratti dice: «Il Governo che oggi denuncia la scarsa tenuta dei conti per gli aumenti dati dal Centro-sinistra al pubblico impiego dovrà cimentarsi quanto prima con le nuove piattaforme di 3,6 milioni di addetti pubblici». Sarà un bel banco di prova, soprattutto se — come dicono — sarà Gianfranco Fini ad avere la delega per il pubblico impiego. La Confindustria ha chiesto al nuovo Governo di resistere su un tasso di inflazione programmato per il 2002-3 dell’1,2%: «Non ho pretese. Chiederò subito che quell’1,2% venga alzato; semplicemente perché non è più credibile». Cofferati non risponde se gli si chiede se per caso l’idea di scegliere un dialogo privilegiato con la Margherita — annunciato durante l’ultimo direttivo — sia un modo per svuotare la forza di eventuali intese separate: finora interlocutore di area è stata la Cisl di D’Antoni e ora di Pezzotta. È evidente come sia in atto una "sfida di consensi" tra le due sigle che finora si sono fronteggiate con visioni strategiche divergenti. Una sfida che potrebbe trovare un qualche riverbero anche nell’imminente congresso della confederazioen di Via Po, il primo dopo la débâcle del D’Antoni politico e dopo la guerra di posizione anti-Cgil. Un conflitto aperto, cominciato con l’accordo separato sulla direttiva per i contratti a termine. Un’altra delle prime grane in agenda per il nuovo Governo. «Per quanto mi riguarda le posizioni in campo sono chiare. Per noi l’avviso comune si firma se nel testo si introduce una clausola di rinvio alla contrattazione per definire le causali. Altrimenti, resto dell’idea che sarebbe meglio un accordo per rinviare di un anno il tema, dato che in Italia una normativa già esiste e non è in contrasto con la Ue. Si può cominciare a discutere da molte altre cose in questo avvio di lunga legislatura». E intanto, per non farsi trovare impreparati, gli ambasciatori di Corso d’Italia tentano di capire se ci sono i presupposti per un’eventuale intesa separata con la Confcommercio e preparano un ricorso alla Corte di giustizia Ue da presentare in caso di recepimento dell’avviso comune siglato dalla Confindustria e dagli altri sindacati.

Martedí 05 Giugno 2001

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