Co.co.co., ora sono precari ma «a progetto»

26/10/2004

              martedì 26 ottobre 2004

              Cambia la definizione, ma i collaboratori restano collaboratori. Anche quando si nasconde un rapporto di lavoro subordinato
              Co.co.co., ora sono precari ma «a progetto»
              Maroni non ha fatto il miracolo: un anno dopo, niente assunzioni. Volano le partite Iva

              Bruno Ugolini

              ROMA Sembrerebbe il giorno del giudizio universale. Molti giornali titolano a caratteri cubitali: "Tramonta l’era dei Co.Co.Co”. Poi vai a vedere i dati, ascolti i dirigenti sindacali, ti fai raccontare le storie dei diretti interessati e ti accorgi che è una balla colossale.

              E’ lo stesso titolo che era stato fatto quando, esattamente un anno fa, era stata varata la legge cara al centrodestra per dar vita ad un nuovissimo mercato del lavoro. Anche allora era stata decretata la fine dei Collaboratori coordinati e continuativi. E’ un alba ancora tutta da vedere.


              Eppure stiamo assistendo in questi giorni a straordinari dibattiti celebrativi. La verità sta nei numeri snocciolati dal segretario generale del Nidil-Cgil, Emiliano Viafora. Non li riferiamo perchè saranno presentati oggi in un convegno dal titolo significativo "Cosa ne è stato dei lavoratori parasubordinati?". Quella riforma (in realtà controriforma), doveva porre fine all’uso dei contratti di collaborazione che nascondevano rapporti di lavoro normale.


              I padroni – proclamavano ai quattro venti Roberto Maroni e Maurizio Sacconi, e i loro corifei – avrebbero dovuto assumere tutta quella marea di gente con rapporti di lavoro intermittenti. Sarebbero diventati posti fissi, una specie di moltiplicazione dei pani e dei pesci. Oppure avrebbero dovuto diventare "lavoratori a progetto”.


              Il miracolo non c’è stato. Maroni non è Gesù. La fatal scadenza di ieri, è rimasta sulla carta. Perchè? Perchè quella trasformazione ha visto dilagare una quantità di deroghe, in settori non dappoco. Come la Pubblica Amministrazione, dove il ricorso ai Co.Co.Co. è massiccio. Altre deroghe sono state destinate a scavalcare, rinviare la fatidica scadenza. E quindi restano assai pochi quelli che hanno cambiato nome e da collaboratori coordinati e continuativi sono diventati collaboratori a progetto.

              Molti altri sono stati costretti a munirsi di partita Iva con la sorpresa di vedere così la propria paga decurtata perchè aumentano i contributi da pagare e le spese da sostenere. La favolosa nuova veste del “progetto” poi non contempla alcuna tutela o diritto se non quelli ottenuti non tramite la legge 30, bensì attraverso la contrattazione sindacale (quando c’è).

              Ma come hanno vissuto questa giornata d’epocale passaggio i diretti interessati? Proviamo a chiederlo a Franco C. (il nome per intero è sempre bene non farlo perchè trattasi di lavoratori esposti ai ricatti dell’imprenditore di turno). E lui ci spiega, piatto piatto, che continua a fare quel che faceva prima. Solo che potrebbe farsi un biglietto da visita con su scritto "Lavoratore a Progetto". Non è così? Chiediamo. Non c’è il progetto? Guarda, risponde, qui nella mia azienda siamo tutti lavoratori a progetto. Anche quelli a posto fisso devono sottostare da sempre, infatti, come recita il nostro nuovo contratto, "ad un programma di lavoro o ad una parte di esso". Siete eguali dunque? “Solo che io per ora non ho le sue ferie, il suo trattamento di malattia, la sua quattordicesima. Anche se spero nelle trattative aziendali promosse da Nidil Alai e Cpo”.


              Ma andiamo a sentire una voce speriamo più soddisfatta, quella di Anna C. che ha dovuto sobbarcarsi la partita Iva. E’ infuriata. Lo sai, chiede, quanto costa un commercialista? Io dovrò prendermi un commercialista perchè di queste cose non me ne intendo. Nello stesso tempo prenderò meno soldi perchè dovrò versare per i miei contributi molto di più di quel che pagavo prima. Una truffa. Stefano che lavora in un Ente locale toscano commenta "Vogliono farci credere che siamo tutti imprenditori e padroni di noi stessi e che flessibilità e autonomia siano sinonimo di felicità e realizzazione professionale. La verità è che per noi aprire una partita Iva ha significato aggiungere un problema in più alle nostre tasche e ai nostri nervi. Per fortuna il Nidil ha stipulato una convenzione con uno studio di commercialisti locali che per un prezzo basso si sono occupati di noi".


              Anche Maria è una partita IVA. Sostiene che la considerano come un manager ."La differenza tra me e un manager, tanto per cominciare, è l’impossibilità d’evasione fiscale. Questa non è una mia ambizione, ma questa differenza è un dato di fatto. Vorrei che chi decide la normativa fiscale si rendesse conto che chi ha un fatturato di 30-33 milioni deve pagare in tasse la metà di quanto guadagna"
              Tutti coloro che cantano il gloria a favore della legge 30 dovrebbero in ogni caso dare ascolto se non a questi che sono semplici lavoratori, almeno a noti studiosi della materia. Come Pietro Ichino che sul “Corriere della sera” ha osato denunciare un bilancio assai carente di quelle 87 norme e si è beccato le rampogne dure del ministro Maroni. Lui non ha negato qualche innovazione positiva, ma si è limitato a denunciare il fatto che non c’è stata "la fluidificazione del mercato del lavoro che prometteva".


              Un altro studioso, Armando Tursi, sul sito di Tino Boeri (www.lavoce.info), ha raccontato il gustoso episodio della ex baby sitter occasionale dei figli, che ha chiesto spiegazioni sul lavoro a chiamata. Per poi osservare che forse anche lei poteva chiamarsi tale. La verità, è scrive Tursi, che “la riforma del 2003 ha utilizzato in maniera un po’ confusa strumenti con diversa finalità…Il risultato, è che dopo il varo di un decreto legislativo composto di ben ottantasei lunghi articoli, e di un decreto correttivo d’altri ventuno articoli, resta da scrivere lo Statuto dei lavori di cui si parla ormai da un decennio. Resta, per esempio, da allestire la rete di sicurezza sociale resa necessaria proprio dal proliferare di rapporti di lavoro instabili e discontinui, guardando, modernamente, al problema della sotto-occupazione più che a quello della disoccupazione".


              Un bilancio elegante ma inflessibile. Qualcuno potrebbe rispondere osservando che però Maroni e Sacconi hanno fatto felici gli imprenditori. Nemmeno. La Confindustria oggi non si lascia certo andare ai peana nei confronti di quella specie di passaggio di civiltà contenuto nella legge 30. Anzi, a proposito di quella miccia che aveva acceso il fuoco, il famoso articolo diciotto, quello che doveva rendere mobile anche la facoltà di licenziare, sogghignano e parlano d’altro.