Co.co.co o co.co.pro: sempre precario è

25/10/2005
    martedì 25 ottobre 2005

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    Co.co.co o co.co.pro
    sempre precario è

      Addio ai co.co.co., da oggi sono «collaboratori a progetto». La sostanza però non cambia, se non in peggio

        di Felicia Masocco / Roma

          Morta una sigla se ne fa un’altra. Da oggi l’acronimo co.co.co., collaborazione coordinata e continuativa, viene archiviato, inizia ufficialmente l’era della co.co.pro. che sta per collaborazione a progetto. Ma per chi lavora cambia nulla o poco e quel poco è in peggio.

          ALLA MEZZANOTTE di ieri, a tre anni dal varo della riforma del lavoro (legge 30) a due dall’entrata in vigore del decreto per la sua applicazione, è scaduta l’ultima proroga concessa alle «vecchie» collaborazioni. Non se ne faranno più. Che cosa diventano? Come cambiano le condizioni di lavoro dell’esercito dei collaboratori? L’obiettivo che si poneva la legge dell’emersione del falso lavoro dipendente è stato raggiunto? E quello di creare nuova occupazione?

            Gli imprenditori hanno da tempo allertato ragionieri, fiscalisti e capi delle risorse umane per centrare le soluzioni – le nuove forme di contratto – che assicurino il massimo profitto con il minor costo. I precari si sentono offrire di tutto, dal lavoro intermittente a quello a progetto, dalla «somministrazione» a tempo, all’associazione in partecipazione, fino alle partite Iva quando proprio non si riesce a trovare nulla che calzi meglio.

            Una giungla era e una giungla è rimasta. Né aiuta l’assenza totale di dati certi e organici, possibilmente ufficiali. Il governo si era impegnato a fare un primo bilancio della sua riforma dopo un anno e mezzo dall’entrata in vigore, ma non lo ha fatto. L’Istat ha reso noto un solo focus sul mondo dei parasubordinati, alla fine dell’anno scorso, peraltro contestato dai sindacati. Basti pensare che nell’ultimo trimestre 2004 l’Istat contava 407mila co.co.co, Nidil-Cgil oltre 1 milione e 100mila (2 milioni e mezzo invece il popolo degli atipici). Insomma, i problemi nascono già alla fonte. E si va avanti con il fai-da-te. Con indagini a volte necessariamente parziali, come quella della Confapi su un campione di 420 piccole e medie imprese che traccia una parabola in salita, ad esempio, del lavoro a somministrazione temporanea (il vecchio interinale): oggi sono il 18% delle imprese a ricorrervi, presto si arriverà al 51%. La somministrazione a tempo indeterminato invece è una specie di chimera. Questo per dire come l’agognata stabilizzazione è assai di là da venire. Ed è quanto emerge anche da un’altra ricerca, quella della Cgil che nel giugno scorso ha intervistato 640 lavoratori che un anno prima avevano un contratto flessibile.

              È emerso che solo il 6,5% degli ex collaboratori ha oggi un contratto a tempo indeterminato; il 7,3% oggi non lavora più o lavora senza contratto. E solo il 6% dei collaboratori si aspetta di essere assunto stabilmente. Scarsa stabilizzazione, e scarsa emersione visto che la stragrande maggioranza dei «falsi» collaboratori resta tale. Né sono stati creati nuovi posti di lavoro. La ricerca è stata realizzata da Nidil (il sindacato degli atipici della Cgil) insieme all’Ires, il centro studi di Corso d’Italia. La prima considerazione è che «l’effetto della legge 30 sul mondo dei collaboratori è stato più formale che sostanziale, si passa da una forma di collaborazione ad un’altra». Procedendo: il 46% del campione dei co.co.co oggi è un lavoratore a progetto; del rimanente 54% il 23% è rimasto co.co.co nel pubblico impiego; il 5,8% è stato «convinto» dal datore di lavoro ad aprire una partita Iva così oltre alla beffa, il danno di vedersi aumentate le tasse visto che – non essendo un lavoratore autonomo – non ha nulla da «scaricare». Infatti, a prescindere dalla tipologia di contratto, gli uomini e le donne cui si applica la legge non sono lavoratori autonomi: circa il 76% lavora per un solo committente, va al lavoro ad orari stabiliti che è tenuto a rispettare, va al lavoro in sede. Insomma, contratti «atipici», e lavoro tanto «tipico» da sembrare lavoro dipendente se non fosse per un paio di dettagli: la retribuzione, che il 46% degli intervistati dichiara essere inferiore a 1000 euro al mese, e i contributi previdenziali di gran lunga inferiori. «Alla domanda se fosse disponibile a versare più contributi per la pensione, il 50% ha risposto che non se lo poteva permettere – spiega il segretario confederale della cgil Fulvio Fammoni -. È un dato molto preoccupante». Il sindacalista non ha dubbi sul fallimento della legge. «Lo staff leasing non decolla, l’occupazione femminile per la prima volta dopo anni cresce meno di quella maschile, aumenta il divario occupazionale nel Mezzogiorno, cresce il sommerso. Soprattutto aumenta il precariato. L’emersione annunciata non c’è dunque stata, anzi il clima di competizione al ribasso e di sostanziale impunità che deriva dalla legge provoca questi effetti».