Co.Co.Co. che fine fanno

21/10/2004
            N.43 del 21 ottobre 2004

            LAVORATORI ATIPICI: DI FRONTE ALLA RIFORMA
            Co.Co.Co. che fine fanno
            di  Antonio Galdo 13/10/2004 
            La legge li cancella ma per loro non cambia nulla. Luci e ombre nel futuro dei collaboratori continuativi raccontata in diretta dal maggiore call center d’Italia.

            l ciclope del lavoro flessibile ha le sembianze delle piazze metafisiche di Giorgio de Chirico. Dieci piani di alluminio anodizzato con i vetri di cristallo infrangibile, circondati dal cupo silenzio dei cortili in cemento: il palazzo dell’Atesia nel quartiere romano di Cinecittà 2, il più grande call center d’Italia, ingoia 4.350 co.co.co., acronimo di collaboratori coordinati e continuativi, la postclasse operaia che sbanda tra l’inferno della precarietà e il paradiso del tempo disponibile. Migliaia di donne (la maggioranza) e uomini che non timbrano cartellini, non hanno turni, ma entrano ed escono quando vogliono nel corso delle ventiquattr’ore, e più che uno stipendio portano a casa la somma algebrica delle telefonate fatte e ricevute, 0,62 centesimi a squillo, meno le trattenute. Con un totale variabile, come le aspettative nascoste dietro la busta paga.

            Morena è una ventenne, occhi azzurri, figlia di emigrati in Svizzera, che piazza schede oppure risponde al 119 e riesce così a guadagnare anche più di mille euro al mese per l’affitto di una casa da single, il parrucchiere e la discoteca con le amiche. Felice della sua indipendenza. Anita invece a quarant’anni è stata travolta dalla liquidazione della società dove aveva un posto e uno stipendio e si è ritrovata a rispondere alle telefonate dei clienti della Barilla o degli abbonati della Sky. Avvilita dall’incertezza e da quella mancia, 6,80 euro, che le è stata consegnata sotto la voce «compenso di agosto»: un mese nero per il cottimo telefonico.

            L’esercito dei co.co.co. non ha sintesi né identità. Inseguito dalle leggi che tentano di regolarlo, adesso si avvia nella nebbia di una metamorfosi lessicale. La recluta diventerà così apprendista o collaboratore a progetto, ma nessuno è pronto a scommettere un euro su un vero cambio di prospettiva professionale.

            D’altra parte, nell’universo della flessibilità conta il presente, non il futuro, anche quando non mancano i sogni. Emanuela si alza la mattina alle 5, prende l’autobus e la metropolitana per raggiungere Cinecittà2 e con i soldi dell’Atesia arrotonda i conti del bilancio familiare e lo stipendio del marito, autista della Cotral. Nel pomeriggio scrive, coltiva l’ambizione della narrativa e ha già vinto un premio letterario con il suo racconto La giostra dei ricordi. Ha fatto qualche calcolo e ha capito che ha bisogno di sette anni di versamenti all’Inps per pareggiare un anno di contributi del marito: ma non si spaventa, perché per lei il call center è solo un parcheggio necessario nella scalata al successo come scrittrice.

            Roberto ha la passione per i viaggi e il papà era riuscito a infilarlo in una selezione per assistenti di volo all’Alitalia.
            Lui non si è mai presentato, ha preferito il turno di mattina per le ricerche di mercato realizzate attraverso il centralino dell’Atesia. La merendina ha troppo zucchero? Quante ne mangiano i suoi bambini a colazione? Cinque, sei, sette ore di domande, e ogni due mesi Roberto infila i panni nello zaino e gira il mondo. Quando mi stuferò, pensa, troverò qualcuno che mi offrirà un lavoro vero come lo immagina mio padre.

            La linea di confine tra chi arretra nella precarietà e chi avanza alla ricerca di uno status è sottilissima. Impercettibile attraverso la sequenza di facce tanto diverse rispetto all’omogeneità dei Cipputi all’uscita del turno in fabbrica. Netta appena scavi la storia di un volto. Il call center dell’Atesia è affollato di uomini e donne che hanno fatto inutilmente la domanda per un posto al comune o che sono diventati un numero in qualche fantomatica graduatoria per le supplenze scolastiche; ma è anche un mondo popolato di aspiranti attori, grafici, musicisti, fotografi.

            Tutti protagonisti di un grande gioco di dissimulazione, che investe la vera identità e persino il linguaggio: qui non si parla di «straordinario», ma solo di «estensione dell’orario».

            Valentina è una studentessa al Dams e al centralino non resiste più di tre ore, dopo le manca l’aria. Però si paga gli studi e progetta la vita anche aiutando il cugino in un pub, consegnando un giornale gratuito nelle case di Grottaferrata, assistendo un fotografo durante la sua attività in studio. Più mestieri, anche se nessuno è ancora quello giusto.

            Valerio è iscritto al secondo anno di lettere, suona la chitarra e con due amici, basso e batteria, ha formato il gruppo Magnitudo. Ha deciso di fare la domanda all’Atesia perché, oltre agli strumenti, c’è da pagare l’affitto dello scantinato della zia Carla, 30 euro al mese, dove i tre ragazzi preparano i loro concerti.

            Claudio la mattina è al call center per garantire l’assistenza alla rete di agenti di una compagnia di assicurazione, il pomeriggio si trasferisce in un altro call center per i servizi outbound dei sondaggi d’opinione, la sera prova allo specchio le battute del suo show di attore comico: qualche giorno fa ha offerto una bottiglia di spumantino perché è stato chiamato dagli autori di Zelig per un provino.

            Perfino il conflitto sociale nell’agorà dei co.co.co. sfuma, diventa impalpabile. Loro non hanno capi, non sono mai convocati da un dirigente per un rimprovero o una promozione, al massimo incrociano lo sguardo di un controllore di sala che, come la maschera al cinema quando stacca i biglietti, verifica i conteggi del computer programmato per memorizzare il numero delle telefonate.

            Ciò che resta delle classi, dell’operaio separato dall’impiegato, è soltanto un abito, un look. I pochi dipendenti dell’Atesia a tempo indeterminato li vedi durante le pause, per i minuti della sigaretta all’aria aperta, in giacca e cravatta, stipati nel grigio e nel blu.

            La moltitudine dei co.co.co. in libera uscita è una sequenza di piccoli gruppi in maglietta, blue jeans, scarpe da ginnastica, orecchini e pancia scoperta, con i colori delle comitive da discoteca. Sul sindacato il coro è unanime, cambiano le sfumature di un giudizio troppo sommario per essere del tutto attendibile: non serve, non aiuta i tanti ma protegge i pochi, non attira con i suoi slogan laddove le regole sono dubbie.

            Marco e Pompeo, rappresentanti della Cgil, girano tra le panchine in cemento a caccia di una firma per le elezioni dei delegati nel comitato di sorveglianza dell’Inps. Parlano di tutele e di stato sociale, di assistenza medica e dei mutui che il co.co.co. non può fare perché non è in grado di offrire garanzie alla banca.

            In quattro anni di lavoro sindacale sono riusciti a raccogliere all’Atesia appena 200 iscrizioni, anche se la tessera qui è proposta in saldo, costa 1 euro al mese. In compenso, durante una manifestazione Pompeo, che fa parte del servizio d’ordine della Cgil, è riuscito a parlare per qualche minuto con il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani e giura che «il segretario è informato della situazione all’Atesia».
            Chissà però se Epifani ha mai incrociato gli occhi azzurri di Morena, che di nuove leggi non vuole neanche sentire parlare. Perché ha paura di un contratto con l’orario fisso e il minimo garantito: rischia di guadagnare meno e di rinunciare all’appuntamento con il parrucchiere quando vuole.

            SURFISTI E NAUFRAGHI, SOSPESI E NOVIZI

            I risultati di un’indagine Censis-Iref su una categoria costretta a reinventarsi


            Dal 2005 gli oltre 2 milioni di collaboratori coordinati e continuativi (co.co.co.) diventeranno tutti dei «lavoratori a progetto», secondo le regole di un decreto legislativo (numero 276 del 2003) che attua le modifiche del mercato del lavoro previste dalla riforma Biagi. In pratica, il rapporto tra il lavoratore e l’azienda è fondato su una collaborazione a tempo, collegata alla realizzazione di un progetto. Alla scadenza del contratto, che deve essere indicata e sottoscritta, il progetto dell’azienda può essere considerato realizzato. E a quel punto l’ex co.co.co. deve diventare un dipendente a tempo indeterminato, oppure essere impegnato in un altro progetto temporaneo. La terza possibilità è che l’azienda rinunci alla sua collaborazione.

            Ma chi sono i co.co.co? Un’approfondita indagine sul lavoro atipico, svolta in collaborazione tra il Censis e l’Iref (l’istituto di ricerche che fa capo alle Acli), individua quattro categorie. I surfisti, che hanno un’idea positiva della flessibilità e la vivono come un percorso professionale. I sospesi, tra un lavoro che oggi c’è e domani potrebbe non esserci. I novizi, che trovano nelle forme contrattuali dei co.co.co. una prima porta d’ingresso nel mondo del lavoro e si aspettano, per il futuro, impegni più solidi e consistenti. E infine i naufraghi, i più fragili, che percepiscono il lavoro di co.co.co. come l’unica zattera alla quale aggrapparsi nell’oceano di un mondo del lavoro che non riserva loro né opportunità né formazione.