“Cnel” Marzano: «Abbiamo le mani legate»

22/01/2007
    domenica 21 gennaio 2007

    Pagina 26 – Economia & Finanza

    Intervista a Antonio Marzano

      Riforma Cnel
      “Abbiamo le mani legate”

      RAPHAEL ZANOTTI

        ROMA

          A Villa Lubin c’è un detto: «L’unica poltrona che vacilla è quella di David Lubin», il vulcanico mercante che nel 1908 costruì questo edificio a Villa Borghese per farne la sede dell’Istituto internazionale di agraria e ha una poltrona senza seduta nella sala del consiglio dove da 50 anni si riunisce il Cnel. Vuol dire che al Consiglio dell’economia e del lavoro nulla cambia? «Non direi questo. Su molte cose, però, l’assemblea ha le mani legate. Ma chi non le ha? È il bilanciamento dei poteri». Il presidente del Cnel, Antonio Marzano, difende un’istituzione che oggi qualcuno come il senatore Ds Cesare Salvi, vorrebbe abolire: «è uno spreco di cui non si capisce più l’utilità».

            Allora, presidente, è proprio così? Il Cnel ha terminato il suo compito?

              «Ognuno ha il suo punto di vista. Io penso il contrario. Il Cnel è utile, e per tre motivi: trasparenza, concertazione, consiglio».

                Si risparmierebbero 16 milioni.

                  «Non dico che l’Italia non possa sopravvivere senza Cnel, ma il consiglio fornisce garanzie. Di trasparenza, perché permette un confronto alla luce del sole tra sindacati, professioni e volontariato. Di concertazione perché al Cnel le parti sociali possono discutere. Infine, garanzie di consiglio: a differenza degli organi decisionali che devono sempre offrire un rimedio, il Cnel può anche lavorare su ipotesi».

                    Anche un consigliere storico come Raffaele Vanni (l’unico al Cnel fin dal suo insediamento nel 1958) dice che oggi il consiglio non deve più avere il ruolo di luogo della concertazione.

                      «Deve rinnovarsi, diventare sempre più il luogo in cui si prevede, sempre meno quello in cui si fotografa la società. Il politico è portato a guardare al breve termine, il Cnel rappresenta la continuità tra le legislature. Offre alla politica lo strumento di analisi dei tempi che cambiano».

                        Infatti al Cnel si resta, come è successo a Sergio Billé, sostituito dopo mesi di arresti domiciliari in cui non poteva partecipare ai lavori del consiglio.

                          «I consiglieri sono nominati dal presidente del consiglio, su indicazione delle associazioni. Noi la segnalazione su Billé l’abbiamo fatta».

                            La composizione del consiglio: qualcuno, come le professioni, rivendica un ruolo più importante.

                              «Sono questioni delicate che non affiderei al presidente del Cnel quanto all’accordo tra le parti. Abbiamo fatto passi avanti: non è molto che è rappresentato il volontariato. Si era pensato anche ai consumatori, ma i sindacati li rappresentano già».

                                Come si affronta il nodo assenteismo? Al Cnel hanno una poltrona di prestigio i presidenti di Confindustria, Confcommercio, Cgil Cisl e Uil. Non sarebbe meglio avere profili più bassi ma consiglieri più presenti ai lavori?

                                  «Non ci sono consiglieri a tempo pieno e non possiamo pretendere che personaggi impegnatissimi siano sempre al Cnel. Tuttavia, avere un rapporto diretto con loro è utile».

                                    Insomma, sempre le mani legate. Ma allora per cosa passa il rilancio?

                                      «Abbiamo convocato i capi uffici studi delle associazioni di categoria, sono emerse cose molto interessanti. Nel 2007 affronteremo due temi importanti: la Finanziaria e il lavoro che cambia».

                                        Pare che l’arrivo dei capi ufficio studi dei sindacati e delle associazioni dei datori di lavoro abbia gettato un po’ di scompiglio tra i consiglieri che hanno timore di perdere una poltrona e anche nella struttura dei dipendenti.

                                          «Non mi risulta».

                                            Passiamo alle riforme: come si rivoluziona un organismo come il Cnel?

                                              «Non voglio rivoluzionare ma rendere più efficace. Stiamo cercando di valorizzare gli esperti interni. Abbiamo stabilito un nuovo percorso per le consulenze: prima passavano attraverso i presidenti di commissione, oggi è l’ufficio di presidenza che ne valuta la congruità rispetto al programma annuale. Introdurremo una contabilità per obiettivi, affiancata a quella ufficiale. E stiamo modificando il regolamento: i tempi di Parlamento e Cnel non coincidono, meglio riallinearli e stabilire una volte per tutte che non è obbligatorio che il consiglio si esprima all’unanimità. Se il Paese è diviso direi che è più che normale che si divida anche il Cnel».

                                                Il bilancio: solo il 7% è impegnato nella ricerca.

                                                  «Solo se si parla di consulenze esterne. Ma bisogna considerare che molto lavoro viene fatto all’interno. Sono i nostri dipendenti a fare questo lavoro. Dai miei calcoli, solo il 25% del budget serve a far girare la macchina».

                                                    Una macchina costosa. La Corte dei conti ha eletto i dirigenti del Cnel i più retribuiti della pubblica amministrazione. E hanno un’età ormai non più verde.

                                                      «È vero, ma c’è il blocco del turn over. Siamo sotto organico del 25%. E ci hanno tagliato i fondi».

                                                        A quando la svolta?

                                                          «Come ministro ho fatto la legge sulla ristrutturazione delle grandi imprese in crisi, ho introdotto la Borsa elettrica, ho aperto il mercato dell’energia: non sono uno che galleggia».