Città della scienza, un caso di «miopia» della sinistra

06/03/2014

Città della Scienza, Napoli, un anno dopo. Questa volta vanno in fumo le speranze, a dodici mesi esatti da quel 4marzo 2013 in cui in fumo era andato il più grande science centre d’Italia e uno dei più grandi (e apprezzati) d’Europa. La scena – qualcuno dice la sceneggiata – avviene sotto gli occhi prima allibiti, poi costernati,
infine indignati di Stefania Giannini. Il nuovo ministro dell’Istruzione doveva firmare insieme alla FondazioneIdis, alla Regione Campania e al Comune di Napoli, l’Accordo di Programma per la ricostruzione della Città della Scienza.
Quella firma, a un anno esatto dall’incendio doloso le cui incredibili immagini avevano fatto il giro del mondo, voleva (poteva) essere un messaggio. Alla criminalità, organizzata e non: di qui non passerete. Alla città e al paese: abbiamo le idee, la forza e la volontà per ripartire. Ebbene, quando giunge l’ora della firma – con un colpo di scena degno non di una commedia di Eduardo ma, appunto, di una sceneggiata. Quella sceneggiata napoletana che ha avuto in Eugenio Fumo (mai cognome fu indicato) uno dei suoi grandi protagonisti – il rappresentante di Stefano Caldoro, presidente della Regione Campania, e il rappresentante di Luigi De Magistris, Sindaco del Comune di Napoli, non si presentano. In compenso i due – nella scontata trama di una sceneggiata – si scambiano messaggi di fuoco e reciproche accuse di boicottaggio: isso è o malamente. I fatti hanno una loro forza intrinseca. La Regione sostiene che l’altro ieri sera, 4 marzo 2014, andava firmato l’Accordo di Programma relativo alla sola ricostruzione di Città della Scienza (per una spesa di circa 56 milioni di euro). Il Comune sostiene che andava invece firmato un Accordo di Programma più ampio, che comprendesse anche il risanamento della spiaggia e del mare di Coroglio, lì dove affaccia la Città della Scienza. E l’accordo – le cui bozze circolavano da settimane senza che nessuno avesse battuto ciglio – salta. Sotto lo sguardo prima allibito, poi costernato, poi indignato non solo del Ministro venuto da Roma e del Presidente della Fondazione Idis, pronti a fare la loro parte e a firmarlo, ma anche di centinaia di cittadini venuti per salutare la ripartenza. E così la festa – come vuole la tradizione del teatro popolare napoletano – si è trasformato in un dramma farsesco. «Vergogna! Vergogna!», gridava la gente. Quel «giovane leone» (la definizione riguarda i fisici che con Giorgio Salvini e Bruno Touschek hanno inaugurato la via italiana alle alte energie) che corrisponde al nome di Vittorio Silvestrini, il fondatore di Città della Scienza, ha detto che nulla è perduto. E che ha fiducia di riprendere il cammino così inopinatamente interrotto. Domani, questa volta a Roma si troverà una soluzione, speriamo non di ripiego. Mail colpo è duro. Non solo e – osiamo dire – non tanto per la Città della Scienza e per la cultura scientifica nel Mezzogiorno. Ma anche e soprattutto per Napoli e per il paese intero. La Città della Scienza è certamente ferita,macontinuerà a vivere. Unico fiore nel deserto industriale di Bagnoli. Malgrado le banche tignose e lo Stato, nelle sue diverse articolazioni, inadempiente. Ma sarà dura per la città di Napoli e per la regione Campania riacquistare un minimo di credibilità a livello locale, nazionale e internazionale se, dopo aver acceso a fatica l’ennesimo fuoco della speranza, le istituzioni lo spengono, lasciando ancora una volta una nuvola di fumo nero. E tutto questo mentre Pompei si sbriciola e l’Europa rimprovera la nostra ignavia. Come non rendersi conto che convocare solennemente tutti – ministri, cittadini, media nazionali e internazionali – e davanti a tutti fuggire, si sarebbe trasformato in un clamoroso boomerang per l’immagine di una città e di una regione? Cosa rispondere a chi, di fronte a questo ennesimo scempio, richiama Edoardo De Filippo e ai giovani napoletani dà un unico consiglio: «Se volete fare qualcosa di buono, fuitevenne ‘a Napole!»? E tuttavia sarebbe un errore pensare che il problema dello spregio della cultura scientifica – se il problema della cultura tout court – sia un problema solo di Napoli e della Campania. Nella città partenopea e nella più popolosa regione del Mezzogiorno il problema assume tratti acuti, drammatici e a volte farseschi. Ma il problema esiste, ormai, in tutto il Paese. Un Paese che non ha ancora capito che con la cultura (in particolare scientifica) – ormai solo con la cultura (in particolare scientifica) – si mangia. Che non ha ancora capito che luoghi come la Città della Scienza sono non solo presidi contro l’illegalità e per la coesione sociale. Ma sono anche i volani dell’economia. E, infatti, molti – troppi – di questi fiori nel deserto stanno iniziando ad appassire. In silenzio. In un silenzio assordante. E ahinoi, non solo in quei comuni, in quelle province, in quelle regioni governate da una classe politica di destra convinta che «con la cultura non si mangia». Ma anche in molti (troppi) comuni, province e regioni governate dalla sinistra. Portiamo solo due esempi, neanche tra i più eclatanti. A Roma ha chiuso in questi giorni il Planetario. Uno dei pochi luoghi di diffusione della conoscenza scientifica attivi nella capitale d’Italia. Pare abbia chiuso per motivi tecnici. Ma, probabilmente, si tratta solo di motivi burocratici. Sindaco Ignazio Marino, conoscendo la sua sensibilità: in attesa di una Città della Scienza capitolina, non lasci cheRomaresti a lungo priva di questo motore di conoscenza. A Pisa ha chiuso nelle scorse settimane «La Limonaia», un centro di diffusione scientifica alimentato dalla generosità dei migliori scienziati presenti nella città dove 450 anni fa è nato Galileo Galilei, che ospita l’università dove il più grande fisico italiano di ogni tempo ha studiato e insegnato, e, ancora, due scuole superiori di eccellenza, la Normale e il Sant’Anna, e l’area di ricerca del Cnr. «La Limonaia» costava poche migliaia di euro l’anno. Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, anche di lei conosciamo la sensibilità per la cultura e per la cultura scientifica. Perché la Limonaia ha chiuso? Perché non riaprirla? Luigi De Magistris, Ignazio Marino, Enrico Rossi: conosciamo le difficoltà economiche di comuni e regioni. Sappiamo che l’Italia sta diventando un deserto industriale. Ma non è tagliando i pochi fiori superstiti o lasciando che i fiori appassiscano che il deserto può ridiventare verde.