“Cit” Chiusa per crack

22/06/2006
    N.24 anno LII – 22 giugno 2006

      Pagina 157/158 – ECONOMIA

      MALAFINANZA

      Cit chiusa per crack

        Finito sul lastrico, uno dei marchi storici del turismo italiano va all’asta. Tra conflitti d’interessi, strane coincidenze e giostre d’affari

          di Vittorio Malagutti

            La Cit va all’asta. Quel che resta di uno dei marchi storici del turismo nazionale verr� messo in vendita al miglior offerente. Il bando pubblico � gi� pronto e sar� diffuso nei prossimi giorni. Due le vie d’uscita per l’azienda dichiarata insolvente e finita in amministrazione straordinaria: cessione in blocco a un unico acquirente oppure spartizione delle singole attivit� tra diversi soggetti. Sar� questo l’atto finale di una storia di malafinanza che nel giro di soli tre anni dalla quotazione in Borsa ha messo sul lastrico un gruppo turistico partito con grandi ambizioni e l’appoggio di un gigante del credito come Banca Intesa.

            I possibili acquirenti puntano ai mattoni. Quelli del cospicuo patrimonio immobiliare targato Cit, a cominciare dalle strutture alberghiere, in panne da anni, sull’isola veneziana di Sacca Sessola. Una perizia del 2004 valutava queste sole attivit� circa 100 milioni di euro, a cui andavano detratti mutui per una cinquantina di milioni. Principale candidato all’acquisto, secondo le indicazioni unanimi degli addetti ai lavori, sarebbe il gruppo Pirelli Real Estate. Sar� un caso, ma proprio pochi mesi fa, la societ� milanese � entrata nel capitale della holding Italia Turismo, affiancando, tra gli altri, Banca Intesa, cio� il maggiore creditore di Cit, e Sviluppo Italia, l’azienda di Stato che tra il 2004 e il 2005 cerc� senza successo di gestire il salvataggio del gruppo turistico in difficolt�. Non � questa l’unica coincidenza in una storia lunga e complicata, dove gli attori appaiono e scompaiono dalla scena tra conflitti d’interessi e affari spesso ben poco trasparenti. Adesso il timone della Cit � nelle mani del commissario Ignazio Abrignani, nominato a marzo dall’allora ministro delle Attivit� produttive Claudio Scajola, di cui era stretto collaboratore. Abrignani, un avvocato romano di stretta osservanza berlusconiana (� stato tra i probiviri di Forza Italia), fa parte del consiglio di amministrazione di Sviluppo Italia, partner, come detto, di Intesa e di Pirelli real estate in campo turistico. Un’altra coincidenza casuale. O no?

            Ora tocca al commissario salvare il salvabile di un’azienda, che conta su circa 800 dipendenti, tra stagionali e non. Ma la legge gli impone di accertare anche le cause del dissesto, con tutti i possibili risvolti penali del caso. Su questo fronte si � gi� mossa la procura di Varese. Nella citt� lombarda, infatti, il gruppo insolvente aveva la sua principale base operativa. I magistrati indagano sulla gestione dei fondi pubblici accordati dal governo alla Cit tra il 2001 e il 2005. In totale circa 260 milioni di euro, di cui per� solo 35 milioni effettivamente erogati. Nei giorni scorsi la Guardia di Finanza ha perquisito ufficio e abitazione di Gianvittorio Gandolfi, il piccolo imprenditore varesino che nel 1998 si gioc� tutto (e anche di pi�) per comprare la Cit, messa in vendita dalle Ferrovie dello Stato. Chi pag� il conto? Mediocredito Lombardo (gruppo Intesa) prest� a Gandolfi i tre quarti del prezzo d’acquisto: 23 milioni di euro su circa 30 milioni, che di l� a pochi mesi, con un marchingegno finanziario, andarono a gravare sul bilancio della societ� acquisita. Presidente del Mediocredito a quell’epoca era Giuseppe Vimercati, anche lui varesino. Nel 2001, una volta uscito dal gruppo Intesa, Vimercati affianc� Gandolfi nella finanziaria personale dell’imprenditore con una quota del 12 per cento.

            Nel frattempo la Cit navigava gi� verso il disastro. Colpa anche dell’11 settembre, che assest� un colpo durissimo al settore turistico in tutto il mondo. Proprio pochi mesi prima, in aprile, Banca Intesa aveva chiesto e ottenuto la restituzione dei 20 milioni di euro prestati nel 1998. All’orizzonte spunt� anche un socio di prestigio come il gruppo francese Accor, che compr� una quota del 10 per cento del gruppo guidato da Gandolfi. I soldi per� glieli forn� la stessa Cit, che acquist� per 16,5 milioni di euro una societ� (Framtour) messa in vendita da Accor. Cos� nel 2002, quando inizia l’operazione Borsa per la quotazione al mercato Expandi (ex Ristretto), l’aspirante matricola ha gi� l’acqua alla gola. I conti chiudono in utile grazie a operazioni straordinarie e attorno all’ex polo turistico di Stato incominciano ad aggirarsi i personaggi pi� diversi. Nel 2003 sbarca in consiglio un terzetto molto vicino a Berlusconi: Ubaldo Livolsi (presidente), Salvatore Sciascia e Tarak ben Ammar, che non ha mai partecipato a una riunione. Su pressione delle banche creditrici Gandolfi viene esautorato, salvo tornare in scena per pochi mesi nell’ultimo semestre del 2004. In quel periodo Livolsi lascia la presidenza per rientrare in gioco a poche settimane di distanza, questa volta come consulente. Intanto era gi� partita la giostra degli affari. Alla fine del 2003 Cit vende a Gandolfi una parte del proprio patrimonio immobiliare, che per� torna al mittente carico di debiti di l� a pochi mesi. Sette societ� progetto, cio� quelle a cui erano destinati buona parte dei contributi pubblici, vengono girate a una finanziaria controllata dalla famiglia pugliese Degennaro, che a quell’epoca (inizio 2004) contava su ben due parlamentari della Casa delle Libert�: Carmine (Udc) e il fratello Giuseppe (Forza Italia). Quei contratti di vendita, a quanto pare, non sono mai diventati effettivi. Anche perch� i piani turistici targati Cit, tra cui un centro alberghiero per i pellegrini a Pietrelcina, il paese natale di Padre Pio, sono rimasti al palo. Nel 2005, nonostante l’intervento della presidenza del Consiglio che garantisce nuovo sostegno finanziario, il destino di Cit sembrava segnato. L’agonia si prolung� per molti mesi, con tanto di apparizioni di veri o presunti cavalieri bianchi. Tra questi l’imprenditore lombardo Benito Benedini, cliente di Livolsi e consigliere di Banca Intesa. La trattativa sfum�, ma l’aspirante salvatore poteva gi� contare su un uomo di fiducia ai vertici dell’azienda in crisi. Giulio Macr�, presidente di Cit dall’inizio del 2005, proprio in quei mesi stava seguendo anche il salvataggio del gruppo napoletano Italgrani. Il suo cliente era Benedini.