“Cisl” Epifani accenna a una timida apertura

08/07/2005
    venerdì 8 luglio 2005

      MANOVRE 1. AL PALACONGRESSI È IL GIORNO DELLA TRIPLICE

        Epifani accenna a una timida apertura Angeletti lo attacca e si schiera con l’orso

        Continua la partita a scacchi sui contratti al congresso di Pezzotta, Maroni fa autocritica

          La possibile mediazione unitaria sulla riforma della contrattazione è diventata una sorta di partita a scacchi. Pezzotta, l’altro giorno, nella relazione d’apertura ha fatto la classica “mossa del cavallo”: non ha attaccato a muso duro la Cgil ma ha usato toni concilianti e chiesto la mediazione unitaria, sì ma tempi certi (settembre-ottobre), con tanto di consultazione tra i lavoratori, «altrimenti ce la facciamo da soli, con i nostri iscritti, ma aperta a tutti». In Cgil quasi non ci volevano credere, all’orso che evita di ruggire, poi hanno capito che la manovra era a tenaglia e ieri temevano solo che dalla giunta di Confindustria uscisse fuori la ventilata proposta di riforma a firma Bombassei, proposta che Cisl e Uil potrebbero voler “andare a vedere”, se non accettare, e che Epifani si premura, in via preventiva, di bocciare, dal congresso della Cisl. Ma se Confindustria per ora prende ancora tempo, il segretario della Uil, Luigi Angeletti, parlando ieri mattina dal palco, s’incarica di farla lui, la parte del duro: «Il rischio – spiega crudo – è che il sindacato si rinchiuda in una sorta di riserva indiana che si rimpicciolirà sempre più consegnando il sindacato a un ruolo marginale». «Pezzotta è più paziente di me», dice ironico, «ma è un anno che aspettiamo, cosa dobbiamo aspettare ancora, il prossimo congresso Cgil? O che cambi il governo? Siamo matti?! Il mondo sta cambiando e io voglio partecipare allo sviluppo». Angeletti spalleggia la Cisl anche su un altro punto delicato, il no secco alla richiesta di una regolamentazione per legge della rappresentanza sindacale, come vuole da sempre la Cgil (che ne ha fatto esplicita richiesta a Prodi a Serravalle), un’idea che la Cisl rifiuta «in via ontologica». Ma non è solo il giudizio (negativo) sulla politica economica del governo e sulla fase a tenere uniti Cgil, Cisl e Uil, dietro c’è anche la consapevolezza che l’attuale fase politica è agli sgoccioli e che i conti si faranno sul serio solo dopo le elezioni e col prossimo governo. Cisl e Uil, però, e forse anche Confindustria, non vogliono finire “schiacciati” da un governo “troppo amico” della Cgil. La Cgil da loro e Confindustria. Epifani, scortato da segretari confederali chiave (Cantone, Maulucci, Rocchi, Passoni) nei rapporti con la Cisl, sale sul palco. Comincia con un «caro Savino», che ripete più volte, parla di un accordo «alto e leale» che è ancora tutto da trovare, chiede di far ripartire «anche subito» le commissioni su contratti e democrazia («entrambe, però»), anche con il coinvolgimento dei tre segretari, ipotesi apprezzata dai cislini. Poi scandisce: «Se ci sarà un’intesa unitaria non ci sottrarremo, ma andrà sottoposta alla consultazione di tutti i lavoratori. Non vogliamo perdere tempo ma non dobbiamo smarrire la pazienza reciproca. Stiamo parlando dell’architrave della nostra costituzione sulle relazioni industriali. O è unitaria e condivisa o non è», spiega. Poi dice (più alla Cgil, forse, che alla Cisl) che l’accordo del luglio ’93, «un accordo che abbiamo firmato scontando un’opposizione al nostro interno» va «risistemato, non snaturato»: il messaggio è per chi (Fiom e non solo) pensa invece sia meglio nessun patto e “libera contrattazione”.

          Infine, mette di fatto in soffitta l’unità sindacale ribadendo sì che «per la Cgil l’obiettivo resta sempre valido» ma accettando di fatto il “pluralismo convergente” caro a Pezzotta. Le «differenze tra noi ci sono», dice, ma sono «fisiologiche», e gli anni dello scontro «sono alle nostre spalle». Insomma, sparge melassa, con tanto di «partecipazione e affetto» con cui ha seguito la relazione di Pezzotta, che ha indicato «un quadro e obiettivi giusti». Chiude con il «cuore grande della Cisl, che pensa a sé e agli altri come noi».

            Seguono applausi (un po’ tiepidi), un minuto di silenzio per la strage di Londra, che mette i brividi a tutti, poi tocca al ministro del Welfare Maroni. Ha l’ingrato compito di incassare le dure critiche ricevute. Lo fa con aplomb british, cenni di autocritica (fondo per la non autosufficienza e ammortizzatori sociali) e speranza di (residue) intese per il tempo che resta (poco). Soprattutto assicura che «senza l’assenso del sindacato la riforma della previdenza complementare non si farà». Lo scetticismo in Cisl regna sovrano, sulle sue parole (il segretario della Funzione Pubblica Rino Tarelli ne liquida l’intervento con un durissimo «parole inaccettabili sul Tfr») ma il segretario confederale Baretta, che ha la delega su fisco e pensioni, preferisce aspettarlo, calmo e paziente, il 12 al ministero.