Cisl e Uil protestano, il «Patto per l’Italia» rischia di sparire

03/12/2002

            3 dicembre 2002

            Le contestazioni alla manovra
            Cisl e Uil protestano
            Il «Patto per l’Italia»
            rischia di sparire

            Angelo Faccinetto

            MILANO «Insufficiente, inadeguata, contraddittoria». Il giudizio è
            della Uil. Rieccheggia quell’«immorale» lanciato da Antonio D’Amato, a inizio ottobre, al convegno di Capri dei giovani di Confindustria, anche perché l’oggetto è il medesimo, la Finanziaria 2003. E ripropone l’interrogativo: che fine ha fatto il Patto per l’Italia?
            Gli strali lanciati contro il governo dalla confederazione di Luigi Angeletti non sono cosa da poco e non sono isolati. Danno la misura di un’intesa che continua a perdere pezzi e, soprattutto, sono conseguenti ai fatti. I presupposti di quel Patto, firmato il 5 luglio senza e, anzi, «contro» la Cgil, si sono andati in questi mesi sgretolando uno ad uno. La manovra 2003, anziché dare, toglie risorse per lo sviluppo del Sud. L’inflazione, anziché scendere, continua a salire. Ora è al 2,8 per cento contro il 2,2 della media
            europea, lontanissimo da quell’1,7 previsto dal governo. I contratti
            del pubblico impiego, nonostante gli impegni solenni, non si faranno. In Finanziaria non c’è una lira e il 13 dicembre lo sciopero – unitario – già proclamato si allargherà a tutti i comparti. È vero. I vertici della Uil, come
            quelli della Cisl o di Confindustria, insistono nel dire che i contenuti del Patto «sono rispettati».
            Ma poi, nel merito, sostengono il contrario. Dice ad esempio Adrinao Musi, numero due di via Lucullo: «All’interno del Patto sono stati inseriti numerosi elementi di contraddizione che rendono difficile capire quale sia
            il vero disegno strategico del governo». Tanto difficile da richiedere
            la formale riapertura del confronto con le parti sociali prima che il Senato cominci votare sulla Finanziaria. Il cahiers des doleances dei sindacati firmatari del Patto è lunghissimo. Va dalla riforma fiscale che, nel suo primo modulo, esclude i più deboli, alla «scarsa attenzione» alle famiglie. Dalla politica sbagliata nei confronti dell’Inps, e quindi delle pensioni
            dei lavoratori, alle scelte per il Sud. Che con il divieto di cumulo
            tra credito d’imposta per investimenti e Tremonti-bis non favorisce
            certo il decollo. E arriva alla denuncia esplicita, condivisa con la Cgil: per i più poveri va sempre peggio. Visto che si sono anche visti togliere il bonus fiscale, introdotto dall’Ulivo, di 150 euro.
            Anche la Cisl usa slogan concilianti. «Negoziare sempre» è la parola d’ordine della confederazione di Pezzotta. Ma intanto convoca per dopodomani, a Roma, una manifestazione nazionale alla quale parteciperanno almeno 5mila delegati provenienti da tutta Italia. Obiettivo? Modificare la legge Finanziaria. Quella legge, cioè, che avrebbe dovuto dare sostanza alle scelte operate a luglio col Patto. E insieme lanciare le proprie proposte in tema di contratti, Mezzogiorno, federalismo e stato sociale. Che, a rigore, una risposta con quel Patto avrebbero già dovuto avere.
            Segni di nervosismo e malessere. Che forse potrebbero affrontati meglio ammettendo che in fondo, a luglio, la Cgil non avevo poi sbagliato.