Circo Massimo, il trionfo di un leader

25/03/2002





Circo Massimo, il trionfo di un leader

di Bruno Ugolini


È sera ormai. Il Circo Massimo è deserto. Gli uomini della Cgil stanno ancora smontando l’enorme apparato. Sergio Cofferati è a casa, con moglie e figlio, a ripensare a questa sua giornata. Magari riguarda le immagini televisive di quell’incontro colorato e tumultuoso, davvero immenso. Magari ripassa il suo amato Giuseppe Verdi, dopo aver visto l’arrivo della Milano-San Remo, per trovare un attimo di rilassamento, dopo tante diverse emozioni.
Sono svaniti i dubbi, le incognite. Molti amici e altri poco amici, aspettavano al varco lui e il sindacato. Bastava un incidente, una parola di troppo, un passo falso, per suscitare un pandemonio. E invece è andato tutto liscio. E’ cambiato tutto, nel mondo del lavoro, nell’epoca postfordista, eppure qui c’è stata la prova vivente che esiste ancora una forza radicata nella società che sa anche autodisciplinarsi, che è fatta di anziani ma anche di nuove leve. E’ stato il modo migliore per commemorare Marco Biagi, contro il nuovo terrorismo.
Tutto comincia all’alba, per il segretario della Cgil. Alle otto è già in Corso d’Italia. Gli ultimi ritocchi al discorso e poi va incontro ai cortei. Entra in quello proveniente da Piazza San Giovanni, a Porta Metronia. Arrivano le prime grida dalla folla che avanza: «Sergio! Sergio!». Lo circonda l’affetto di gente che in lui riconosce le proprie ansie, le proprie volontà. E’ sempre stato così per i segretari della Cgil. Lo è stato per Luciano Lama, per Bruno Trentin, ma oggi c’è qualcosa di più. C’è la coscienza di essere dentro uno scontro decisivo, di cui nessuno vede bene gli sbocchi. Come se si fosse alla resa dei conti finale, una specie di Ok Corall. Lui, Sergio, diventa, così, come l’amato eroe dei fumetti, Tex Willer. C’è però, fra i tanti, un saluto particolare. E’ quello di un sacerdote, don Pietro. E’ solo l’inizio di una sequela d’incontri, la dimostrazione che non ci sono solo tute blu o ragazzi della new economy. Ci sono anche semplici cittadini che vogliono far sentire la loro adesione a quella che considerano una battaglia di civiltà. Non sono stati, del resto, i vescovi della Cei ad esprimersi contro la manomissione all’articolo diciotto?
Cofferati continua la sua marcia, dentro quel fiume di gente, tra tante bandiere abbrunate. Non è tempo di sorrisi, per questa che doveva essere una festa dei diritti, rattristata dai colpi di pistola omicidi. «Guarda com’è teso», dice un collega amico del Tg2. E’ vero, ma non potrebbe essere altrimenti. Forse ripensa agli epiteti delle ultime ore. A quanti lo hanno accusato d’aver tirato fuori, tempo fa, i legami professionali intercorsi tra lo studioso, il tecnico Marco Biagi, collaboratore di governi di centrosinistra e poi di centrodestra, e anche della Confindustria. Era una cosa risaputa, una verità. L’hanno invece tradotta in una tremenda insinuazione. L’hanno accusato, in sostanza, d’aver quasi indicato ai terroristi la vittima da colpire. Hanno cucito addosso al segretario della Cgil i panni del mestatore, del promotore di campagne d’odio. Lui, abituato a misurare sempre le parole, come se facesse fatica a pronunciarle, con un fraseggiare mai altisonante, mai dedito alle facili demagogie, semmai alle volte pedagogico, ripetitivo. Un riformista padano non accomodante, certo.
E’ come trasportato a braccia nello spazio sotto il palco. Sono scene da delirio. Il servizio d’ordine fa quadrato e si muove a testuggine, con alle calcagna una folla di telecamere, di fotoreporter, di cronisti ansiosi di rubare la battuta decisiva. C’è perfino Sabrina Ferilli, ad attirare l’attenzione. E’ un andare e venire senza posa. Arriva Pietro Fassino che gli porge la mano, tra un muro di folla. C’è Massimo D’Alema che lo avvicina e parlotta. C’è il sindaco Walter Veltroni. E poi tutti gli altri: Giovanni Berlinguer, Livia Turco, Barbara Pollastrini, Giovanna Melandri, Pietro Folena, Fabio Mussi, Cesare Salvi, Gloria Buffo. C’è Cossutta che lo bacia. C’è Fausto Bertinotti entusiasta. Ci sono Oliviero Diliberto, Rosi Bindi, Ermete Realacci, Antonio Di Pietro. C’è il nostro direttore, Furio Colombo, che Cofferati vuole ringraziare personalmente. E’ un pezzo grande di centrosinistra, insomma, che per un giorno respira aria nuova, coltiva speranze, tira per un attimo un sospiro di sollievo.
Giornata memorabile per il paese e anche per il «cinese» uscito dalla Bicocca di Milano tanti anni fa, sotto le cure di un apprezzato sindacalista, Carlo Gerli. Ha raccontato di voler tornare nella sua Milano, in quella sua Pirelli, a giugno, quando scadrà il mandato da segretario generale. L’aspettativa è finita. Eppure molti vedono in lui il «cavallo di razza» che domani potrebbe portare nuova linfa ad una scommessa politica difficile. Impossibile leggere la verità nei suoi occhi. C’è però chi scorge molta amarezza e inquietudine, per aver constatato nel mondo politico, anche quello più vicino, accoglienze diffidenti, spesso astiose. Un trattamento, forse riservato per tradizione a molti dirigenti sindacali di valore. Il cronista non può non ricordare le difficoltà e le incomprensioni riservate ad un uomo come Luciano Lama, per non parlare d’ex dirigenti sindacali ancora viventi come Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto. Ora la folla, di colpo, ammutolisce. E’ un minuto di silenzio per Marco Biagi. Una manciata d’istanti che mettono i brividi, mentre sopra volteggia il solito elicottero. Tutto si ripete. Un elicottero volteggiava oltre trenta anni fa, in una piazza del Popolo ricolma di metalmeccanici, per ascoltare Bruno Trentin.

C’è, un anziano signore che sale sul palco e abbraccia a sua volta Cofferati. E’ Pietro Ingrao: «Io ne ho viste tante di manifestazioni» racconta «ma una così, mai, mai».
Il comizio sta per iniziare. Vauro, il disegnatore, crea «un papa cinese». Non è, però, il giubileo del sindacato o della sinistra. Più semplicemente: l’inizio di una possibile ripresa.