Cinepresa sugli schiavi del telefono

28/07/2003

      domenica 27 luglio 2003

      Raffaele Siniscalchi ha ripreso nei Call Center dove si mescolano ragazzini col piercing laureati, quarantenni Con un unico obiettivo: sopravvivere
      Se un giorno ti senti male e l’ambulanza ti porta via al ritorno il tuo posto non esiste più. Sette-ottocento euro al mese, a cottimo Il padrone esiste ma non si vede...
      Cinepresa sugli schiavi del telefono
      Il documentario «Vita da Cococo» è girato tra i giovani dipendenti della Atesia

      Bruno Ugolini

      Il regista, Raffaele Siniscalchi lo avevamo incontrato, molti anni or sono, dentro la gloriosa Alfa Romeo del Portello a Milano. Girava quello che sarebbe diventato un bel documentario col gruppo «Cronaca» della Rai. Ora lo ritroviamo, sempre con la macchina da presa, col suo braccio destro Leandro Testa, intento a registrare facce
      e parole di quelle che i sociologi chiamano «le nuove identità lavorative», i lavoratori atipici, assai flessibili. La pellicola ha come titolo Vita da Cococo ed è stata girata tra donne e uomini dell’Atesia, una delle piu grandi imprese europee di Call center, molto legata alla Telecom.
      Sono quelli del 119 e del 187, schiavi del telefono, sempre lì con l’orecchio teso, impazienti di sentirlo squillare. Molti visi di giovani e di ragazzi con l’orecchino alla bocca o all’occhio destro, ma anche signore quaranta-cinquenni. Studenti universitari che così
      pagano gli studi, ma anche trentenni che vorrebbero accasarsi. C’è un giornalista
      pubblicista che per campare ha provato il call center ma mai si sarebbe immaginato di dover fare i conti con il lavoro a cottimo. E c’è un signore che faceva il portiere di notte e con le mance guadagnava bene, ma poi, a 45 anni, licenziato, non ha più trovato il modo
      per reinserirsi nel mondo del lavoro.
      Stanno manifestando per le vie di Milano e di Roma, per una trattativa assai difficile. Il padrone ha tagliato le tariffe delle loro telefonate, 48 centesimi lordi alla chiamata, pari a 700-800 Euro al mese. È un padrone che non si vede perché spesso in queste scatole cinesi che chiamano «outsourcing», il padrone sembra non esistere e ciascuno
      scarica le proprie responsabilità sull’altro.
      Hanno avuto e hanno un rapporto difficile con il sindacato, visto spesso come qualcosa di estraneo, ma ora prevale l’ira, vorrebbero avere dei rappresentanti, vorrebbero ottenere una paga con qualcosa di fisso e qualcosa di mobile. Il loro cottimo assomiglia a quello degli operai di una volta, i metalmeccanici prima dell’autunno caldo. Un tanto
      al pezzo loro, un tanto alla telefonata questi. E se ti senti male e svieni, come è capitato ad una ragazza, l’ambulanza ti porta via, ma non torni piu perché intanto il tuo contratto è svanito.
      Quello che emerge dalle testimonianze è l’inquietudine, l’incertezza. «Stai al computer e compare all’improvviso la notifica: non ti rinnovano il contratto. Così ti viene da piangere perché non fai nemmeno in tempo a trovare un altro lavoro, un posto da baby sitter. Almeno ci informassero quindici giorni prima». Stanno molto peggio di una qualsiasi «collaboratrice domestica». Uno guarda e gli sembra di assistere a certi film americani, con la nascita del le «Unions».
      No, non è una vita allegra quella del Co.Co.Co. dei call center ed è una vita poco conosciuta. Lo spunto, racconta Siniscalchi, è venuto dall’inchiesta «sul lavoro che cambia» promossa dai Ds.L’idea è quella di portare ora il filmato nelle Feste dell’Unità in corso in tutto il Paese e specialmente alla Festa dedicata proprio ai temi del lavoro che si terrà a Genova dal 25 agosto al 15 settembre.
      Le storie del popolo atipico sono brevemente commentate, alla fine, da Bruno Trentin, capo della commissione «progetto» e da Cesare Damiano, responsabile dell’area lavoro. L’ambizione, spiegano, è quella di ricostruire un nnuovo mercato del lavoro, devastato
      anche dalle ultime norme governative.
      L’Ulivo ha proposto, per questo, una sua carta dei diritti. C’è stato un referendum molto discusso, quello sull’articolo diciotto, dove tutti (i «sì», i «no» e gli astenuti), avevano dichiarato un impegno proprio a favore di questo popolo crescente di senza diritti. Sarebbe il caso di mantenerlo.