CIG unica, proposta CGIL per allargare i tutelati

05/10/2010

Semplificare e, soprattutto, includere. Sono le due coordinate della riforma degli ammortizzatori sociali proposta dalla Cgil. L’obiettivo è allargare la platea di lavoratori da tutelare quando perdono il posto per un periodo, o perché licenziati. Una riforma da fare gradualmente, da qui al 2018, e a quella data garantire un sostegno al reddito a 500mila lavoratori in più degli attuali. Una premessa: le regole di oggi escludono da ogni tutela 1 milione e 900mila lavoratori. Sono inoltre caotiche, con un’infinità di aliquote contributive, diversità di trattamento, requisiti di accesso che cambiano per tipologia di contratti, di settori. Va fatto ordine.
PUBBLICO E UNIVERSALE Il nuovo sistema è pubblico e universale. Scontato? Per nulla visto che tutti i provvedimenti di questo governo vanno verso un Welfare sempre meno pubblico, sempre più privato o, nelle migliori delle ipotesi, affidato alla bilateralità, ovvero alla gestione congiunta di enti formati da imprese e sindacati. La riforma Cgil prevede che il ruolo della bilateralità possa essere integrativo, mai sostitutivo. Il nuovo Welfare si fonda su due soli istituti: la cassa integrazione e la disoccupazione, da erogare senza distinzione di qualifica, appartenenza settoriale, dimensione di impresa e tipologia di contratti di lavoro (apprendisti esclusi). Via quindi la distinzione tra cassa integrazione ordinaria e straordinaria. Vengono anche unificati i trattamenti di disoccupazione e mobilità come del resto previsto nel protocollo sul Welfare firmato nel 2007 dal governo Prodi, da sindacati e imprese. Per avere l’indennità di disoccupazione occorre aver lavorato (e versato i contributi) per non meno di 78 giorni, eliminando quel vincolo biennale che di fatto esclude dall’accesso all’indennità il 74,5 per cento dei lavoratori a tempo indeterminato. Per avere la cassa integrazione i giorni passano a 90mentre oggi ci vogliono due anni. L’importo della cig è l’80% dello stipendio (per un massimo di 1.800 euro netti). Per la disoccupazione, invece, la copertura sarà dell’80 per cento (fino a un tetto di 1.800 euro netti),ma poi si procede a scalare. Il lavoratore però dopo sei mesi di disoccupazione è tenuto ad accettare i lavori «congrui» che gli vengono offerti. La giungla delle aliquote verrebbe disboscata, passerebbero dalle attuali 24 a 6. Le piccole imprese, con meno di 15 dipendenti pagheranno aliquote più basse; per industria e edilizia le aliquote sono maggiorate. Questa la riforma per grandi linee: in realtà è dettagliatissimo il documento che la Cgil invierà ai gruppi parlamentari agli altri sindacati e alle imprese per avviare una discussione. E non trascura lo scoglio dei costi, su cui si sono arenati tutti i (deboli) tentativi di riformare gli ammortizzatori. Il costo è quantificato in 13,8 miliardi di euro: 4,2 in più di quanto si spende ora. «Sono costi prevedibili e sostenibili», spiega Guglielmo Epifani che ieri ha presentato la proposta insieme al segretario confederale Fulvio Fammoni. In pratica l’allargamento della base contributiva per cig e disoccupazione a tutti i settori eviterebbe maggiori esborsi per la casse pubbliche. Per Epifani, la riforma «ci farebbe sentire più europei visto che ora spendiamo per i disoccupati lo 0,7% del Pil e siamo al secondo posto in Europa per rischio povertà ». Penalizzati dal Welfare odierno sono soprattutto i precari, le donne i migranti «e gli addetti alle basse qualifiche – aggiunge Fammoni -. La riforma guarda anche a loro. Sono misure necessarie e organiche, tanto più urgenti perché gli effetti della crisi sono lontani dal cessare ».