Cig, seicentomila a zero ore. Per loro 7500 euro in meno

13/12/2010

C’è una crisi che dura da molto più tempo di quella di governo. È una crisi di cui governo e maggioranza non si sono occupati e ora dà un po’ la nausea vedere quante energie vengono invece impiegate da falchi e colombe nel mercimonio di voti e poltrone. E se nei Palazzi si contano le ore i giorni per capire chi avrà ancora uno scranno e chi no, 1 milione e 630 mila lavoratori italiani contano le ore non lavorate, le relative paghe che non entrano, i giorni che mancano alla fine di un mese da sbarcare in austerity. Sono uomini e donne che tra gennaio e novembre 2010 sono stati messi – chi più a lungo, chi meno – in cassa integrazione. Tra loro ci sono 600mila lavoratori che negli undici mesi non hanno mai messo piede nella fabbrica, nell’ufficio, nel cantiere nel negozio: sono i cassintegrati “a zero ore”. Un’assenza coatta dal lavoro che tradotta in soldi fa 4 miliardi circa, 7.500 euro per famiglia, 683 euro in meno al mese. È la Cgil, elaborando dati Inps, a mettere tutte le cifre insieme, il quadro è deprimente. Il dato di partenza sono le ore di cassa integrazione autorizzate tra gennaio a novembre: sono oltre 1 miliardo e 100 mila. Buste paga decurtate, soldi sottratti ai risparmi (per chi poteva permettersi di risparmiare) ma soprattutto ai consumi, la sindrome della quarta settimana è talmente scontata che non se ne parla più. E ricadute sull’economia: meno reddito, meno consumi, meno produzione, meno ricchezza nazionale, più cassa integrazione, licenziamenti, fallimenti di imprese.
FALLIMENTI A proposito di fallimenti: tra le causali usate dalle aziende per chiedere la cassa integrazione straordinaria (in totale sono state 8.551), quelle per fallimento sono aumentate dell’84% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. È un pezzo d’Italia che se ne va:nona produrre a Detroit o in Polonia, sparisce proprio. Quanto ci vorrà perché queste imprese rinascano? Le cifre Cgil si riferiscono ai tre tipi di “cassa”: la cassa integrazione ordinaria (cigo, in sigla), la cassa integrazione straordinaria (cigs), la cassa integrazione in deroga (cigd). Hanno avuto andamenti diversi nei mesi. Complessivamente la “cassa” a novembre è calata del 10% rispetto a ottobre e subito sono piovuti commenti entusiastici da governo e addentellati. Confrontato con lo stesso periodo 2009, c’è stato però un aumento del 37,8%. La “straordinaria” invece cala rispetto a ottobre (-8,6%) ma se si prendono gli undici mesi di quest’anno e si raffrontano con i primi undici del 2009 l’aumento è stato del 140,6%: in pratica – spiega la Cgil – moltissime aziende passano dalla cassa ordinaria alla straordinaria che è molto più insidiosa: «Molte aziende in cigs tendono infatti a stabilizzarsi su una minore occupazione. Anche perché i consumi non riprendono». Prospettive incerte, dunque. Lo sono ancor di più per chi si trova in cassa in deroga. Questo tipo di ammortizzatore è in genere utilizzato dalle piccole imprese e da alcuni settori non coperti dagli altri due strumenti. Cala a novembre (-9,7% su ottobre), ma in 11 mesi segna un balzo del 249%. Sulla cassa in deroga c’è un bel problema di risorse: «Nell’anno in corso – spiega Vincenzo Scudiere, segretario confederale Cgil – sono molti i lavoratori che non ricevono l’assegno per la cigd nei tempi previsti e lo stanziamento previsto per il 2011 potrebbe essere insufficiente, perché mentre il ricorso alla cigd è aumentato del 249%, il governo ha stanziato risorse pari al 2010». Si consideri che tra i lavoratori in cigd, 179mila sono a zero ore: se non corre ai ripari resteranno senza stipendio e senza “cassa”. I settori più colpiti sono quello metalmeccanico, il commercio, l’edilizia. Quanto alla ripartizione geografica, è il nord con le sue industrie a pagare il pezzo più alto, Lombardia e Piemonte in testa. Al Sud la Regione più colpita è la Puglia, al centro è il Lazio. «Quest’anno lavoratori e imprese hanno raschiato il fondo del barile – commenta Scudiere – le prospettive, senza scelte di politica industriale, non sono positive . Il governo continua a non scegliere e a subire decisioni come quelle della Fiat senza individuare politiche di intervento ».