Ciampi, il tenace regista della trattativa (F.Galimberti)

23/07/2003



        Mercoledí 23 Luglio 2003

        COMMENTI E INCHIESTE

        Protagonisti: la ricostruzione dell’accordo

        Ciampi, il tenace regista della trattativa


        di FABRIZIO GALIMBERTI

        «Un’astuzia della storia…», è la famosa definizione che Luigi Spaventa diede della crisi del Sistema monetario europeo nel settembre 1992, con conseguente defenestrazione di lira e sterlina dallo Sme e massiccio deprezzamento della moneta italiana. Col senno di allora, c’era da aspettarsi un’esplosione inflazionistica e un altro triste inanellarsi della spirale prezzi-salari. Ma la storia aveva in serbo una sorpresa: così come è più buio prima dell’alba, quell’oscuro momento fece da esca per il risanamento: «non passa l’inflazione», il Piave mormorò, il tracollo del cambio si tradusse al 100% in guadagno di competitività, forti misure di correzione del deficit pubblico furono prese, il Paese si strinse la cinghia, e imboccò la strada del risanamento. Ma quale fu il deus ex machina che «fece contro il nemico una barriera»?
        Il successo. Carlo Azeglio Ciampi non ha dubbi: il 17 febbraio 1994, nel corso di un incontro con giornalisti ed economisti del Club dell’Economia, dirà che la «giornata più felice» del suo premierato fu il 3 luglio 1993, con l’accordo sul costo del lavoro, poi formalizzato il 23. Insomma, il deus ex machina fu la politica dei redditi, quell’accordo che oggi compie dieci anni e che, sulla spinta della rinuncia alla scala mobile promossa un anno prima – il 31 luglio 1992 – dal Governo Amato, scolpì nella pietra quel primo risultato e lo eresse a metodo di governo in un Paese difficile. Ascoltiamo il Ciampi di allora, neo-presidente del Consiglio, in un incontro con le parti sociali del 25 maggio 1993: «Voi tutti in prima persona avete vissuto i risultati dell’accordo del 31 luglio 1992: fu un risultato positivo per tutti; chi firmò quell’accordo può dire con orgoglio di aver concorso in modo decisivo a che il peggio sia stato evitato per il nostro Paese. Bisogna proseguire lungo la strada segnata da quell’accordo».
        E qualche settimana dopo, nel corso della conferenza stampa tenuta il 22 giugno 1993 al termine del Consiglio europeo, alla domanda – vi sarà l’accordo sul costo del lavoro – risponde: «Se non altro per un minimo di scaramanzia non parliamo di domani. Come sempre quando si è vicini a qualche momento finale, le speranze si alternano ai dubbi anche se io sono convinto che quello che stiamo cercando di fare in Italia è di interesse comune di tutte le parti sociali e del Paese… Oggi c’è una maggiore vicinanza e sulle cose fondamentali c’è accordo: non si parla più del se andare a pranzo o a digiunare, ma si discute del menù…. Volesse il cielo che noi fossimo tra i primi a presentare un tipo di modello e di relazioni sociali che possano servire di indicazione per altri Paesi». E nei giorni cruciali prima della sospirata sigla (che ebbe luogo il 3 luglio, anche se la firma ufficiale slittò poi al 23 luglio) Ciampi si presenta al XII congresso della Cisl: «Perché la fiducia si rafforzi, si diffonda, occorre in primo luogo concludere l’accordo sul costo del lavoro… Il Governo ha svolto una tenace azione di spola tra le parti sociali. Sulla maggior parte dei punti l’intesa è sostanzialmente raggiunta. Esistono ancora alcuni nodi importanti; ritengo non siano insolubili… L’impegno del Governo, il mio impegno personale, è pieno perché l’accordo venga raggiunto. Non tengo alla sua conclusione perché il Governo "duri"; credo che lo sappiate, lo sentiate. È questo un Governo che non ambisce a costruirsi né record di durata né capitali elettorali».
        Segnali. Prima dell’intervento al congresso cislino, i segnali non erano buoni. Come Ciampi ricorderà tre anni dopo, in una conferenza del 18 maggio 1996, «Consentitemi un ricordo. Partecipai all’apertura del Congresso nazionale della Cisl il 29 giugno 1993. Era il momento più difficile, quasi drammatico, delle trattative tra Governo e parti sociali che sarebbero poi sfociate nel cosiddetto accordo di luglio. In quell’occasione, nella mia veste di Presidente del Consiglio, lanciai un appello per contrastare la sensazione che l’accordo fosse impossibile da raggiungere. Qualcuno aveva proposto di aggiornare a settembre la trattativa. La trattativa si era di fatto arenata: avevo distribuito la bozza di un possibile accordo, le due parti avevano reagito chiedendomi modifiche completamente contrastanti. La rottura era imminente. Reagii, "non getto la spugna" dissi, rispondendo alla domanda di un giornalista. Convocai di nuovo le due parti, mi opposi a un rinvio, feci presente che l’accordo firmato in quel momento valeva cento; firmato a ottobre, ammesso che vi fossimo riusciti, sarebbe valso al massimo cinquanta. Presentai un nuovo testo con alcune modifiche: nel consegnarlo agli interessati, aggiunsi che attendevo una risposta netta, l’accettazione o il rifiuto. Prevalse il senso di responsabilità, l’interesse comune. Il 3 luglio l’accordo fu siglato».
        E i cerchi concentrici di quell’evento si allargavano anche a livello internazionale. In un’audizione al Senato del 20 luglio 1993 Ciampi riferisce sulla riunione del Gruppo dei Sette: «Ho avuto il vantaggio di presentarmi con la sigla (la firma spero avvenga fra due giorni) dell’accordo sul costo del lavoro. Questa intesa, partendo dall’accordo del 31 luglio 1992 (un accordo specifico, parziale e limitato nel tempo), crea una cornice per la politica dei redditi intesa non solo nel senso di una politica delle retribuzioni e di tutti i redditi, anche di quelli non da lavoro dipendente, ma anche nel tempo di una maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Non è solamente una politica di bassi salari quella che viene perseguita. Assolutamente. Si tratta della scelta, anche da parte degli stessi lavoratori dipendenti, di abbandonare completamente politiche che hanno avuto in passato (come si ricorderà) delle punte estreme, quando il salario era presentato come variabile indipendente, in favore di politiche nelle quali si riconosce che la manovra salariale ha effetti importanti sullo sviluppo e quindi sull’occupazione».
        Gli ostacoli. Il primo test inizia subito, e proprio nel campo più difficile, quello del lavoro non dipendente. Gli autotrasportatori minacciavano di sconvolgere l’intero sistema di trasporti (le tariffe erano ferme da tre anni e veniva richiesto l’adeguamento all’inflazione pregressa), ma Ciampi tenne duro e la vertenza si risolse entro i paletti del tasso d’inflazione programmato. Come Ciampi dirà l’11 settembre 1993, all’inaugurazione della Fiera del Levante, «Una applicazione dell’accordo la si ebbe in occasione di una vertenza delicatissima, quale fu quella dell’autotrasporto, conclusa il 27 luglio proprio su una posizione ferma del Governo di attuare anche in campo tariffario i principi della politica dei redditi. Politica dei redditi che non riguarda solo i salari, ma che si applica anche alle altre componenti della vita economica nazionale». Il test vero doveva ancora venire: una seconda crisi valutaria, all’inizio del 1995, investiva la lira. Ma a Francoforte, il 22 novembre 1996, Ciampi (da ministro del Tesoro nel Governo Prodi), poteva dire: «Questo accordo è in vita da tre anni. È da tutti considerato il pilastro della nostra economia. Ha retto a una dura prova: la svalutazione che nel marzo del ’95 la lira ha subito per motivi non economici. A fronte di una svalutazione della lira di oltre il 25%, i prezzi alla produzione salirono fino al 9%, quelli al consumo al 6 per cento. Il sistema tenne: quella svalutazione è stata riassorbita nel giro di pochi mesi».
        E nello stesso anno Ciampi, con accenti singolarmente attuali, richiamava, presentando il Dpef 1997-99, i pilastri dell’accordo: «Questo richiamo ad alcuni degli aspetti che costituiscono il contenuto dell’accordo del luglio 1993 mi conferma nel convincimento dell’importanza, direi, della necessità di un rilancio di quell’accordo. Rilancio che, fondandosi sugli esiti fortemente positivi di questi primi tre anni di applicazione, deve consistere soprattutto nell’impegno ad attuarlo nelle parti di esso – e non sono poche – che sono state trascurate. Mi riferisco a temi che vanno dal sostegno dell’occupazione giovanile alla impostazione di nuove strutture di formazione professionale (intesa – come ci impone la realtà economica in cui viviamo – come processo che investe l’intero arco di vita del lavoratore); dalla innovazione nei tempi e nei modi delle prestazioni lavorative al riassetto istituzionale degli uffici del Lavoro, dal sostegno alla ricerca alla diffusione dell’innovazione tecnologica nelle imprese minori». Un modello. Cosa direbbe oggi Ciampi, a fronte delle relazioni industriali del 2003? Ancora sei anni dopo l’accordo, nel 1999, il Presidente lo considerava faro e modello. In un discorso all’Aquila, il 19 marzo 1999, poco prima di ascendere al Quirinale, disse: «Oggi l’Italia vive in uno scenario completamente diverso da quello degli inizi degli anni ’90. Il punto di svolta è stato proprio quel Patto del Luglio ’93, che ebbi l’onore di sottoscrivere quand’ero Presidente del Consiglio, che ha modificato sostanzialmente il modo di essere, il modo di comportarsi di tutti gli attori, di tutti i protagonisti della politica economica italiana. Quel Patto ha significato raggiungere la stabilità economica che ci ha consentito l’ingresso nell’euro. Come prima veniva accennato da un rappresentante del settore del credito, questo, tra le altre cose, significa pagare tassi d’interesse europei. Ricordo ancora qual era il sentimento ricorrente tra gli imprenditori fino a pochi anni fa: "Ma per chi lavoriamo?! Lavoriamo per le banche" poiché i tassi d’interesse erano così elevati che di fatto larga parte dei profitti industriali andavano alle banche. Oggi la situazione è sostanzialmente cambiata: l’inflazione è stata sradicata, si aggira fra l’1 e il 2% come nel resto dell’Europa. Inoltre, entrando nell’euro abbiamo acquistato quella credibilità che prima non avevamo che ci consente di pagare tassi d’interesse europei».