«Ci sono i servizi nel sindacato del futuro»

12/06/2002





Il sottosegretario al Welfare Sacconi spiega il nuovo modello di relazioni industriali degli «enti bilaterali»
«Ci sono i servizi nel sindacato del futuro»
ROMA – Dal sindacato della concertazione a quello dei servizi. Perchè si difendono meglio gli interessi del lavoro se domanda e offerta si incontrano con successo, se il territorio distribuisce equamente ricchezza, se le parti sociali dialogano con pari dignità, essendo meno "istituzioni" e, soprattutto, meno centraliste. Così Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare, impegnato in questi giorni nel negoziato con imprese e sindacati, spiega l’idea della «bilateralità», che ricorre nei tavoli negoziali e appare condivisa dalla gran parte dei sindacati, nuova pagina nella storia – punteggiata da sempre di formule e simboli – delle relazioni industriali. Il Governo ha minacciato di ridurre il ruolo del sindacato dei patronati e dei Caaf e poi lancia il tema della bilateralità per creare il sindacato dei servizi. Non c’è contraddizione? Neanche un po’. Quella dell’assistenza fiscale o previdenziale è un’attività a basso valore aggiunto e di ben poco contenuto "politico". È originata da scelte legislative e non impegna la responsabilità delle parti. L’idea di bilateralità si fonda sull’adesione volontaria, sulla libera scelta di libere parti di collaborare per il conseguimento di obiettivi politici alti e condivisi come l’innalzamento del tasso di occupazione. Nulla a che vedere con il sindacato "parastatale" di cui parlano alcuni. È il cuore della politica di oggi: aumentare il numero di persone che lavorano, che è uno degli indicatori dell’inclusione sociale. Nell’epoca dell’economia della conoscenza le ragioni del lavoro e quelle della competitività convergono e, quindi, necessitano di relazioni industriali più collaborative. Sprecare capitale umano è il danno maggiore per un Paese moderno. Per questo parlo di nuova sfida politica per la competitività e l’equità sociale. Ma quali sono i contenuti su cui dovranno esercitarsi questi nuovi organismi bilatarali? Innanzitutto concorrere al più efficiente incontro tra domanda e offerta di lavoro nei tanti mercati regionali. Tra l’altro questi soggetti potranno contare sulle nuove regole del collocamento ordinario, sulla presenza di operatori privati e sul nuovo sistema informativo del lavoro. Poi l’ente bilaterale dovrebbe gestire ammortizzatori sociali integrativi a quelli generali e coordinare l’incrocio tra ammortizzatori sociali e formazione professionale. Il Governo potrebbe anche partecipare incentivando queste iniziative. L’ente bilaterale dovrebbe certificare la libera volontà delle parti soprattutto con riferimento alle tipologie contrattuali delle forme di lavoro più border line, attività utile a prevenire conflitti. Infine dovrebbe coordinare le politiche di sicurezza che, come è noto, in un tessuto diffuso di piccola e media impresa, si gestiscono meglio sul territorio, come insegna l’edilizia. Ultima missione: concorrere all’individuazione e all’isolamento delle attività sommerse. Come si fa a evitare nuovi carrozzoni, magari enti dove "far atterrare" sindacalisti a fine mandato, come è accaduto nel passato? Non dimentichiamo mai che si tratta di enti di origine contrattuale e sono dunque libera espressione del libero gioco negoziale tra le parti. Confidiamo sul fatto che i liberi contribuenti per primi non accetteranno servizi scadenti e costi fissi inutili. Per il resto, i nuovi enti bilaterali dovranno svolgere una intelligente funzione di brokeraggio, operare a livello locale in modo leggero, rimettendo a terzi, soggetti professionali, profili di gestione specifica, com’è – ad esempio – la formazione. Come si intreccia il ruolo di azione locale degli enti bilaterali con le competenze regionali del federalismo? Si tratta di strumenti delle parti che si realizzano proprio dove agiscono le politiche attive del lavoro che sono di competenza regionale. A fronte di queste competenze è necessaria sempre più una robusta interlocuzione con le parti sociali del territorio. È qui che agisce l’ente bilaterale. Così si costruisce il mercato del lavoro che unisca flessibilità e sicurezza sociale. La Cgil parla di mutazione genetica del sindacato e vi accusa di far rientrare in gioco il modello corporativo per spegnere ogni conflitto. Sono nominalismi ideologici. Nell’esperienza italiana queste attività bilaterali appartengono a tutto il sindacato e le troviamo anche nei principali Paesi europei. Ultima traccia: il precedente degli enti bilaterali per la gestione dei fondi destinati alla formazione e alimentati con le trattenute dello 0,30 per cento. Anche la Cgil ha avuto un ruolo in queste iniziative: non dimentichiamo, tra l’altro, la sua funzione di leadership per molti anni nell’edilizia, dove gli enti bilaterali sono consolidati da tempo, o nell’esperienza emiliana dell’artigianato dove la Cgil non è certo seconda a nessuno. Quanto al conflitto, l’idea della bilateralità crea le condizioni di contesto per prevenirlo o per farlo confluire in soluzioni esterne all’impresa. Del resto il conflitto non è mai una ginnastica piacevole per nessuno. E ciò che aiuta a prevenirlo non è mai considerato, nella tradizione sindacale, di per sè negativo. Non crede però che, di pari passo con la cornice istituzionale "bilaterale" dovrebbero crescere formule partecipative anche a livello di azienda? Ciò che stiamo proponendo in questi giorni può solo favorire libere scelte tra le parti in sede aziendale. Finora abbiamo avuto pochi casi limitati che hanno sofferto per essere isole nel deserto. Proprio oggi (ieri ndr) la Cgil ha proclamato il secondo sciopero generale. Nel futuro del sindacato bilaterale ciò diventerà preistoria? No. Il conflitto resterà comunque l’ultima ratio delle relazioni. Ma se oggi un sindacato muove – sempre e comunque – da una impostazione antagonista e in questa fase storica annuncia che non bisogna avere compromissioni con i "padroni" e con il "Governo dei padroni" allora non si va lontano. E si mette in discussione la storia moderna delle relazioni industriali italiane. Invece è importante che il sindacato consideri un altro aspetto: il grande vantaggio politico di poter contribuire alla costruzione di un mercato del lavoro finalmente efficiente, sfida storica. Ma soprattutto la possibilità di raggiungere i lavoratori fuori dalle aziende, potendo diventare davvero il sindacato dei cittadini quando hanno più bisogno di servizi e protezione e non solo il sindacato degli occupati. È un salto di rappresentanza sociale enorme. Nel decennio passato il sindacato della concertazione ha consentito di governare la politica dei redditi risanando la finanza pubblica e facendo recuperare terreno ai profitti (bistrattati per anni) calmierando, tra l’altro i salari. Chi avversa questo modello oggi dice: abbiamo scherzato, adesso chiediamo il conto. Chiariamo una cosa: per questo Governo si è fatta un’equazione sciocca pensando che, volendo rivedere la concertazione e il modello contrattuale centralizzato, avesse annullato la politica dei redditi. Questo Governo conferma più che mai la politica dei redditi che è tanto più necessaria quanto più appare difficile da gestire in modo centralistico. Spero che nessuno voglia, a dispetto, violare la politica dei redditi. Se poi invece vogliamo discutere davvero di redistribuzione efficiente della ricchezza occorre pensare a un nuovo modello contrattuale il cui baricentro sia l’azienda o il territorio. Ormai è diffusissima nel Nord la fuga dalla mediazione sindacale, con forme sempre più estese di negoziazione individuali, neppure tutte trasparenti, e al Sud non parliamo del sommerso. La realtà insomma si sta vendicando di forme troppo rigide e centralizzate di modello contrattuale. È un tema che abbiamo ben presente come Governo, ma possiamo solo proporlo all’attenzione delle parti. Tocca a loro porvi rimedio. Noi possiamo solo garantire che agiremo con gli incentivi per facilitare la diffusione di componenti flessibili della retribuzione.

Alberto Orioli

Mercoledí 12 Giugno 2002