Ci preparano una stangata da 30 miliardi

13/07/2004




martedì 13 luglio 2004

IL DISSESTO dei conti pubblici
Ci preparano una stangata da 30 miliardi
Al tavolo economico della verifica si fanno i primi conti della Finanziaria 2005

Laura Matteucci

MILANO Quella presentata all’Ecofin da Berlusconi era solo una pezza. Adesso invece si preannuncia una stangata: perché anche il governo del “miracolo” sembra aver realizzato che per riequilibrare i conti italiani serve un intervento più drastico. E infatti, ieri sera, al tavolo economico di Palazzo Chigi è emersa l’ipotesi di una manovra finanziaria da 30 miliardi di euro (oltre 60.000 miliardi di lire), che dovrebbe comprendere la correzione necessaria per riportare il rapporto deficit/pil, che tende al 4,5-4,7%, di nuovo al di sotto del tetto di Maastricht, cioè il 3%, oltre alle risorse necessarie a finanziare il cosiddetto secondo modulo della riforma fiscale (9-10 miliardi di euro). In realtà, nei corridoi di Palazzo Chigi, c’è chi – come Ivo Tarolli dell’Udc – parla di un’operazione che potrebbe scendere a 21,6 miliardi, se rimanda al 2006 parte dei tagli delle tasse. Per il 2004 la manovra finanziaria dello stesso governo si era fermata a 16 miliardi.

Sul fronte fiscale, poi, il governo sembra orientarsi verso la soluzione con “tre aliquote più una”. È questa, almeno, l’ipotesi contenuta nella bozza di documento approdato ieri pomeriggio a Palazzo Chigi e sul quale litigano alla ricerca di un’intesa i partiti della Casa della libertà. In pratica, la riforma dell’Irpef prevede tre aliquote: il 23% fino a 33.000 euro di reddito annuo, il 33% fino a 80 o 100.000 euro, 39% oltre gli 80 o i 100.000 euro annui. A queste tre si affiancherà un’aliquota del 43% per i redditi superiori all’ultima fascia definita e fino a 500.000 euro. Aliquota quest’ultima che si prevede duri sino al 2005. Il tutto per un valore complessivo di 8 miliardi di euro. Una cifra nettamente più bassa rispetto a quella ipotizzata dal premier, che per la riduzione immediata a due aliquote (23 e 33%) aveva calcolato un costo di circa 12 miliardi di euro. In ogni caso, nella bozza si prevede che «la riforma dovrà procedere dai redditi medio bassi per poi completarsi, entro la legislatura, sui redditi più elevati». Per quanto riguarda l’Irap, invece, sul tavolo ci sono la proposta della Lega (una franchigia di 200.000 euro in favore delle piccole e medie imprese che costerebbe 2,4 miliardi) e le ipotesi presentate da An e Udc (sgravi generalizzati equivalenti a circa 800.000 lire per 15 milioni di famiglie italiane, oppure più consistenti ma limitate ai «più bisognosi»).

Ma la maggioranza che si danna per far quadrare i conti e ancora discute sul nuovo ministro dell’economia (Martino sta bene Lega e An, mentre l’Udc preferirebbe Fini, Draghi o addirittura Fazio) è sempre più isolata nel paese. Pesanti critiche alle scelte in politica economiche arrivano ancora da ogni parte, a partire dagli industriali. «Meno sviluppo e meno tasse non ci va bene. Meno investimenti in ricerca e meno tasse è miope e in certi momenti per un Paese è masochistico». Questa volta la sua non è una critica velata. Questa volta, all’assemblea di Federchimica, il presidente di Confindustria ci va pesante. Luca Cordero di Montezemolo stronca la manovra Berlusconi, conferma che i fondi per lo sviluppo non si possono tagliare e che piuttosto bisogna investire in ricerca: «L’obiettivo realistico è destinarle un punto in più del prodotto interno lordo: ora è all’1%, quindi deve arrivare al 2%».

Montezemolo, dunque, dichiara che «meno sviluppo e meno tasse è miope e masochistico». I Comuni chiamano alla «disobbedienza civile» contro il taglio del 10% nei bilanci di quest’anno (così come prevede il decreto), giudicandolo «totalmente inapplicabile». I sindacati si mobilitano e parlano di sciopero generale, anche se lo rimandano a settembre. Le forze di opposizione sono pronte all’alternativa di governo. Banche, Poste, Fs, Assicurazioni, consumatori: tutti in rivolta. E intanto Cer, Prometeia e Ref – i tre principali centri studi indipendenti – giudicano la manovra unanimemente e bocciano il promesso calo del carico fiscale. Anche senza taglio delle tasse i centri vedono il deficit 2005 balzare sopra il 4%. Con il taglio e un conseguente innalzamento del deficit – avvertono – si rischiano effetti pericolosi sul piano internazionale: molto probabilmente si riproporrebbero ipotesi di
early warning e di downgrading (declassamento).