Chiusa una stagione si torni all´unità – di M.Giannini

18/10/2002


 
VENERDÌ, 18 OTTOBRE 2002
 
Prima Pagina Pagina 16 – Commenti
 
CHIUSA UNA STAGIONE SI TORNI ALL´UNITÀ
 
 
 
 
MASSIMO GIANNINI

LA SINISTRA sindacale in piazza: Cofferati a Milano, Epifani a Torino. La sinistra politica in corteo: quella convinta, da Diliberto a Bertinotti, e anche quella perplessa, da Fassino a D´Alema. Lo sciopero generale è un rito identitario e consolatorio. Ma se vuole andare oltre la ritualità, e soprattutto evitare l´inutilità, la protesta di oggi deve essere «conclusiva». Serve se è l´epilogo di una fase che si chiude: la Cgil arroccata in splendida solitudine, a combattere contro il governo del Polo, contro una metà dell´Ulivo e contro un pezzo della sua storia. Serve se è il prologo di un ciclo nuovo che si apre: il ricongiungimento con Cisl e Uil, in nome di una politica economica rigorosamente alternativa ma compiutamente riformista.
Uno sciopero separato non si vedeva in Italia da 34 anni. È l´ultimo tributo che la Cgil paga al suo ex segretario generale. Lo ha voluto e deciso a maggio Sergio Cofferati, con ostinata coerenza, al culmine di un braccio di ferro contro Berlusconi iniziato per difendere l´istituto della giusta causa nei licenziamenti e poi esteso al Dpef. Lo hanno rifiutato Savino Pezzotta e Luigi Angeletti, con lieve incoerenza, al termine di una trattativa tortuosa che prima li aveva portati a scioperare il 16 aprile insieme con l´alleato maggiore, poi li ha spinti a fare pace con il Cavaliere e a firmare con lui il Patto per l´Italia. Ora procedono tutti in ordine sparso. Ognuno con la segreta coscienza della propria debolezza.
C´è qualcosa di innaturale, in quello che sta capitando. È stata innaturale la scelta fatta dal governo, che espugnata l´opposizione politica ha scientemente «investito» sulla diaspora sindacale per conquistare il consenso degli industriali e mettere all´angolo il suo più insidioso oppositore sociale. È stata innaturale la risposta massimalista di un «moderato» come Cofferati, che ha contrastato una manovra ideologica del premier armando il suo sindacato con uno strumento altrettanto ideologico. È stata innaturale la soggezione culturale e il trasporto fideistico col quale Cisl e Uil hanno appoggiato l´azione del centrodestra, confusa, inefficace e palesemente velleitaria.
Guglielmo Epifani ha «ereditato» la protesta, e la difende come sa e come può. Il merito sta dando ragione a Cofferati: Berlusconi ha sbagliato e continua a sbagliare tutto. Il metodo gli dà torto: lo sciopero separato divide, e non riesce ad unire. Per cerchi concentrici, trasferisce la spaccatura dentro il centrosinistra. E scivola da giorni su un piano inclinato che nessuno sembra in grado di fermare. Tutti i protagonisti della vicenda la «subiscono», con un misto di ineluttabilità e di rassegnazione. Prigionieri di un ruolo predefinito, imbozzolati in un contesto cristallizzato a cinque mesi fa, che ora è stato dolorosamente spazzato via dall´enormità degli eventi. Questo, forse, è l´aspetto più surreale sul quale i dirigenti sindacali devono riflettere. Oggi l´agenda del Paese non vive sui dubbi di Epifani, sugli umori di Pezzotta e sugli scarti di Angeletti. Oggi ci sono due fatti nuovi e clamorosi, che impongono immediatamente l´abbandono degli ideologismi e la pragmatica riscrittura delle priorità e delle responsabilità: la spaventosa crisi della Fiat e la recessione economica. Di fronte a questi fatti nuovi è politicamente impensabile e sindacalmente suicida che Cgil, Cisl e Uil continuino a marciare da sole.
Da domani, l´impegno del sindacato deve diventare uno solo: riaprire una fase unitaria. Sarebbe troppo semplicistico arrivarci attraverso un´abiura unilaterale di Epifani, che nessuno può e deve chiedergli. Serve piuttosto un reciproco riavvicinamento delle singole posizioni e un mutuo riconoscimento dei rispettivi errori. Il primo nasce dalla ritrovata consapevolezza dell´orizzonte comune, che vede ammassate sulla stessa barca le migliaia di lavoratori di Termini Imerese a un passo dalla mobilità e di impiegati in esubero nelle banche, ma anche le migliaia di operai licenziati in tronco nelle piccole imprese, di «collaboratori coordinati e continuativi» assoldati senza statuti né contributi dai padroncini del Nord e di «sommersi» privi di tutela nelle micro-aziende del Mezzogiorno. Il secondo nasce dalla drammatica asprezza di questo autunno, che dovrebbe costringere i leader sindacali a un esame di coscienza.
La Cgil dovrebbe riconoscere di aver sbagliato a impostare in chiave difensiva e quasi resistenziale una campagna di opposizione sociale, strenua e solitaria, di cui si fa ormai qualche fatica a cogliere il contenuto preciso. È partita dall´articolo 18, si è allargata alle deleghe sul fisco e sulla previdenza, poi ha convogliato le proteste sulla sanità e sul pubblico impiego, contro la Finanziaria e contro il piano Moratti per la scuola. Uno sciopero generale, per definizione, contesta la generalità di una politica. Quella del centrodestra si sta rivelando per quello che è: un totale fallimento. Ma non per le ragioni invocate a suo tempo da Cofferati, e cioè la thatcheriana «macelleria sociale» che comporta. Semmai per i motivi opposti, cioè il doroteistico nulla che contiene. Il misto di pauperismo demagogico e di corporativismo populista che la ispira, e che produce solo galleggiamento politico e declino economico. Di fronte a tanta pochezza – che i riformisti dell´opposizione hanno denunciato per tempo e che solo i ciechi e i complici hanno voluto ignorare – un radicalismo antagonista imperniato sugli scioperi a oltranza sa davvero troppo di vecchio. E condanna la Cgil al ruolo di una «Solidarnosc» italiana, testimoniale ma sterile. Epifani lo riconosca, e passi dalla fase della lotta sistematica alla fase della proposta programmatica. Questo è riformismo.
La Cisl e la Uil dovrebbero riconoscere di aver commesso un errore madornale, a fidarsi di un falso premier operaio, di un superministro prestigiatore e di un leader industriale furbo e un po´ opportunista. Dovrebbero avere il coraggio di un outing coraggioso, ma doveroso. Dovrebbero dire che, loro malgrado, il Patto per l´Italia enfaticamente firmato a luglio con Berlusconi, Tremonti e D´Amato è stato solo un bluff propagandistico. Oggi, un po´ come il famoso «contratto con gli italiani» della vigilia elettorale del maggio 2001, è carta straccia. Nessuno si ricorda più a cosa serviva, né cosa c´era scritto. Dovrebbero aggiungere che non è valsa la pena sacrificare il bene attuale dell´unità del sindacato, in nome di un bene futuro che quell´accordicchio (modesto nei contenuti e strumentale negli obiettivi) non poteva e non può garantire. La concertazione è un metodo, un sistema di governo dell´economia che si sceglie e che implica regole condivise. Cisl e Uil non hanno capito (o hanno finto di non capire) che questa maggioranza non vuole concertare politiche dei redditi o strategie anti-inflattive con le parti sociali, ma ha puntato esclusivamente a isolarne una, per lasciarla fuori dal tavolo e impartirgli una lezione definitiva. Pezzotta e Angeletti lo confessino. Rinuncino al modello di sindacato gregario e para-statale e ritornino alla «via alta della rappresentanza», autonoma e collettiva, che è iscritta nella migliore tradizione del sindacalismo confederale. Questo è riformismo.
L´unità sindacale, come non si è fatta in trent´anni, non si recupera in tre giorni. Ma in questa stagione di emergenze un sindacato responsabile ha il dovere etico-morale di ricercare un fronte comune. Di superare quelle che Amato chiama le «verità incomponibili» di ciascuno, di sintetizzarle e rimetterle in fase con la minacciosa involuzione dei tempi. Non servono irrealistici proclami strategici, né finte aperture tattiche. Ma c´è un vasto e concreto terreno negoziale, che va dalla legge sulla rappresentanza ai rinnovi contrattuali, sul quale è possibile riannodare i fili del dialogo. Ne ha bisogno il sindacato. Ne ha bisogno anche l´Ulivo, che chiede alle confederazioni non certo di essere «cinghia di trasmissione», ma leva di un processo di riaggregazione sociale che facilita la ricomposizione politica del centrosinistra.
L´impulso può partire dal basso. Ieri i metalmeccanici delle tre sigle hanno annunciato uno sciopero unitario, entro il 10 novembre, contro le chiusure degli stabilimenti Fiat. È un primo segnale, da raccogliere e da valorizzare. Negli anni ´80, nelle fasi più dure della vertenza a Mirafiori, con i 61 licenziati in odore di terrorismo, la crisi dei 35 giorni e poi la marcia dei 40 mila, la mitica Flm diventò l´emblema di una sconfitta ma anche il luogo fisico che consentì al sindacato «buono» di rinascere dalle sue ceneri, e di proporsi come laboratorio dell´unità confederale. Oggi Fiom, Fim e Uilm possono ritentare quell´esperienza, fino a imporre quello sforzo a tutti i gruppi dirigenti. Uno sciopero separato è una iattura, uguale e contraria a un accordo separato. Da domani, i tre leader dovranno dimostrarsi capaci di rinchiuderli entrambi, una volta per tutte, nell´armadio degli errori e degli orrori di questo decennio.