Chiudono più negozi, il timore di investire

22/12/2009

Trentacinquemila saracinesche abbassate, il nodo tutele
MILANO — In un anno in cui la crisi economica internazionale e la contrazione dei consumi hanno trascinato nella bufera professionisti, lavoratori autonomi e sistema industriale, potevano rimanere al sicuro quelle micro-imprese rappresentate dai negozi di vendita al dettaglio? Naturalmente no, come conferma anche un’indagine condotta dal centro studi di Confcommercio.
Il primo dato che balza all’occhio è che sia nel 2008 che nel 2009 le chiusure hanno ampiamente superato le nuove aperture (alla fine di quest’anno i negozi chiusi dovrebbero superare i 100 mila, le aperture sono state 65 mila con un saldo negativo di 35 mila). Malgrado il sistema di rotazione in Italia sia stato sempre molto alto, è evidente che in questo biennio abbia subito una forte accelerazione. Il malessere colpisce l’industria italiana nel suo complesso, al punto che le imprese in perdita, che nel nel 2007 erano pari al 20%, nel 2008 sono raddoppiate toccando quota 41,2%. Però, considerando il fatturato medio per settore di attività economica, si nota come la crisi abbia colpito nel 2008 maggiormente il commercio all’ingrosso (-9,1%) che include anche una quota di attività di import-export, mentre il commercio al dettaglio ha avuto un impatto meno negativo (addirittura un più 0,3% di fatturato medio rispetto all’anno precedente). Attenzione però, l’anno prossimo il commercio all’ingrosso, che finora è stato più penalizzato dalla crisi, dovrebbe ripartire trascinato dall’export e dalla crescita dei grandi mercati internazionali, mentre assisteremo a una penalizzazione del commercio al dettaglio che per risalire avrà bisogno di una ripresa dei consumi interni. La radiografia effettuata da Confcommercio ci dice che da due anni centri storici e prime periferie vedono moltiplicarsi le vetrine vuote con la scritta affittasi. Per un negozio che apre ce ne sono due che chiudono. Chi resta stringe i denti senza neanche poter attuare una politica dei prezzi riducendo i margini come fa la grande distribuzione sfruttando l’economia di scala. Ai piccoli serve un clima di fiducia e una maggiore disponibilità economica delle famiglie. Un’occasione per aumentare il potere di spesa degli italiani poteva essere la detassazione della tredicesima, adesso invece i commercianti chiedono di pensare a una manovra strutturale per ridurre la pressione fiscale sul lavoro. Un intervento mirato a rimettere in moto i consumi interni ridando fiato e speranza a quelle micro-imprese commerciali che vivono la crisi con ammortizzatori sociali molto marginali e con un debole sistema di previdenza.
Ma la posta in gioco l’anno prossimo èmolto alta e la partita dovranno giocarsela anche i commercianti. Dall’indagine infatti appare evidente che le imprese con un fatturato fino a 100 mila euro annui (quelle più a rischio chiusura) non hanno chiesto finanziamenti, probabilmente perché non potevano permetterseli o magari perché le richieste di garanzia delle banche erano troppo alte. Però la mancanza di investimenti crea un ritardo nell’ammodernamento.
Altro nodo emerso dalla ricerca è quello legato agli studi di settore: il timore dei commercianti è che questo strumento, costruito con riferimento a periodi di normalità, venga poi applicato, senza modifiche significative, in un momento di crisi in cui i volumi di vendite, i margini commerciali presentano valori completamente alterati. Su un punto però tutti sembrano d’accordo: gli studi di settore vanno rimodellati e ripensati, ma non aboliti. Come dire, nessuno torni a parlare di redditometro.