Chip a prova di privacy sugli scaffali

16/10/2003



      Giovedí 16 Ottobre 2003

      TECNOLOGIA & SCIENZA

              Grande Distribuzione
              Chip a prova di privacy sugli scaffali

              Avanza la ricerca sulle etichette a radiofrequenza che possono trasmettere la loro posizione

              MICAELA CAPPELLINI


              «Una lattina di aranciata o una confezione di pasta parleranno di noi: sapranno dove stiamo di casa, che abitudini abbiamo, cos’altro mangiamo a cena. Una lattina di aranciata sarà il nuovo volto nascosto del Grande Fratello». Parola di Katherine Albrecht, la Pasionaria che negli Stati Uniti guida le schiere di consumatori preoccupati per la loro privacy ogni volta che sentono nominare i chip Rfid. Radio frequency identification, più prosaicamente le targhette adesive che vengono applicate ai prodotti e che trasmettono via radio la propria posizione – nonchè tutta una serie di informazioni uniche che identificano proprio quella lattina, e non una generica lattina – lungo la catena di montaggio o all’interno di un supermercato.
              E le preoccupazioni aumentano al progredire della ricerca in questo campo, vicina a rilasciare chip sempre più piccoli, sempre più intelligenti e fabbricati con materiali innovativi: non più silicio per i circuiti, ma plastica, inchiostro e perfino la carta a fare da conduttori. Con i suoi discorsi Katherine Albrecht, intervenuta in qualità di presidente dell’associazione Casper per il boicottaggio dei chip Rfid all’ultimo convegno Ist organizzato dalla Commissione europea, ha sollevato qualche preoccupazione anche nel commissario per la Società dell’informazione, Erkki Liikanen: «Gli unici oggetti – ha detto – su cui vorrei avere una targhetta Rfid sono il mio portafoglio, il mio passaporto e la mia valigia, in caso di furto. Per fortuna, la legislazione europea sulla protezione dei dati dà al consumatore la possibilità di chiederne la cancellazione, che in questo caso equivale allo spegnere il mini-trasmettitore una volta usciti dal negozio». Nel recente rapporto del Joint reserach center della Commissione Ue, dedicato ai temi della sicurezza e della privacy, a proposito di chip Rfid si legge che «questi sistemi possono indirettamente contribuire all’identificazione di un individuo basandosi sul tracciamento degli spostamenti compiuti da una targhetta Rfid: è praticamente impossibile individuare dove sia stata nascosta nell’oggetto e quindi disattivarla, così come è difficile essere informati su quali siano tutte le sue funzioni». Per tutta risposta, la Banca centrale europea sta studiando la possibilità di incorporare una microtarghetta Rfid nelle fibre delle banconote, in modo che ogni euro possa raccontare la storia dei propri passaggi.
              Ma è così rischioso portarsi a casa un oggetto in cui è stata incorporata una mini ricetrasmittente? No, secondo Kevin Ashton, alla guida delll’AutoId center, il laboratorio del Mit che, grazie al finanziamento di diverse multinazionali interessate ai chip, studia l’elaborazione di uno standard comune di trasmissione su cui sono già stati fatti diversi test pilota (si veda Il Sole-24 Ore del 14 marzo). In pratica, una sequenza numerica – Epc, Electronic product code – simile a quella dei codici a barre, che sia comune a tutti i produttori e che identifichi il nome del produttore, il tipo di prodotto e l’esatta storia della confezione in questione. «È tutta una questione economica – spiega – perchè i chip Rfid diventino così diffusi e pervasivi, devono essere a buon mercato, e per esserlo non possono incorporare una batteria al loro interno. Questo riduce drasticamente a meno di cinque metri la distanza da cui un oggetto può essere tracciato». Difficile dunque che il supermercato continui a monitorarci una volta portata a casa la spesa. «Anche perchè – aggiunge Lorenzo Castelli di X-ident technology, azienda tedesca che realizza etichette "intelligenti" – se tutti i produttori di beni di consumo fossero intenzionate a fare un monitoraggio di massa, dovrebbe essere possibile attivare un sistema di telesorveglianza globale così intenso e capillare che implicherebbe milioni di transazioni al minuto, cosa che nessun sistema di alcun tipo e tanto meno se basato su un database centrale potrà ragionevolmente gestire, almeno nei prossimi venti anni». Un po’ come Echelon, insomma: troppe informazioni, nessuna notizia. E proprio nei laboratori di X-ident – dove l’etichetta più piccola misura 16 per 36 millimetri – si sta lavorando alla carta intelligente: «Produciamo già – continua Castelli – antenne stampate con inchiostro conduttivo. Ora guardiamo appunto alla carta, che dovrà diventare sempre più intelligente fino ad essere essa stessa l’etichetta trasmittente, o per meglio dire il complesso supporto-antenna pronto a ricevere il chip». I tag (cioè le etichette ricetrasmittenti) prodotti attualmente dalla Infineon sono ancora più piccoli: «Un millimetroquadrato-spiega Alexander Gauby – con una capacità di memoria di 10kbit e un buon livello di protezione dei dati. Naturalmente, potrebbero essere più piccoli se si diminuiscono le loro funzioni, ma rimpicciolirli di un terzo non equivale a un’altrettanta diminuzione di prezzo». Che per il momento, in media, si aggira attorno a un dollaro per unità, e che rimane una delle questioni più care ai ricercatori: «Una riduzione dei costi – aggiunge Gauby – potrebbe essere ottenuta utilizzando ad esempio i polimeri (come la plastica) al posto del silicio per i chip, i quali potrebbero essere direttamente stampati sui prodotti. Noi lavoriamo anche per aumentare le capacità sensoriali dei chip: sarebbero utili, ad esempio, per misurare la temperatura di un cibo che deve stare in frigorifero». Anche Sandra Theilig, del centro ricerche Sap, indica i polimeri fra le nuove frontiere dei chip Rfid, insieme a una serie di altri ambiti: «La sicurezza dei dati contenuti nelle etichette – dice – la resistenza all’acqua o la rapidità di rilevamento: a che velocità può passare un prodotto etichettato sotto il ricevitore in modo tale che questo lo riconosca e non lo confonda con tutti gli altri presenti nello stesso raggio d’azione? E poi c’è la questione della distanza di lettura: attualmente, su una frequenza di 13.56 MHz (la più usata in Europa), per tracciare un oggetto sulla lunga distanza ci vorrebbe un’etichetta Rfid talmente grande (più di una carta di credito) che al consumatore non passerebbe inosservata. E non può esistere nemmeno una targhetta invisibile che contenga un’unità Gps: per questo sistema, infatti, servirebbe un etichetta con una batteria molto grande, altrimenti il Gps ne esaurirebbe la potenza in pochissimo tempo».
              Che poi le informazioni dei tag siano conservate in database accessibili da Internet – in modo tale da renderne più semplice il reperimento in ogni momento e in ogni luogo – non significa certo che i consumatori passono essere spiati attraverso una rete globale di scanner connessi al Web, come sostiene la signora Albrecht: «Questo succede solo a Hollywood – commenta secco Kevin Ashton – è l’azienda che accede ai dati via Internet, non Internet che accede al consumatore attraverso quei dati». Fantascienza o no, molti consumatori continuano ad essere preoccupati: i paletti legislativi possono anche essere scritti, ma un cattivo uso della tecnologie è sempre dietro le porte.
              Nei supermercati: L’applicazione futura
              Offerte personalizzate con l’informatica

              MI. CA.


      Il tracciamento della produzione è già in uso in
      diversi stabilimenti e permette una discreta economia
      di scala: secondo i dati Accenture, ogni
      capannone dell’americana Paxko — produttore di
      beni in plastica, carta e alluminio — ha aumentato il
      fatturato dello 0,5% e diminuito i costi di magazzino
      del 5% grazie a un investimento una tantum di circa
      1,7 milioni di dollari, più altri 600mila per acquistare
      le targhette "intelligenti" di ricambio.
      Ma dove sono i vantaggi dell’Rfid per un negozio
      o un supermercato che vende al pubblico? «Nel
      rifornimento automatico dei prodotti sugli scaffali
      —risponde Gaetano Sodo di Ibm, società nel consor-
      zio che supporta l’AutoId Center del Mit — nella
      prevenzione dei furti e soprattutto nell’intercettamento
      dei comportamenti dei consumatori». Un Custome
      relationship management di seconda generazione,
      altamente personalizzato. Basti l’esempio: «Non
      è ancora stato sperimentato — racconta Sodo — ma
      si potrebbe immaginare che il cliente prenda un
      hamburger etichettato Rfid, lo metta nel carrello e
      poi passi vicino a un grande schermo: questo "legge"
      il tipo di prodotto e, in tempo reale, gli mostra
      un prodotto affine, come il ketchup, che è anche in
      offerta, indicandogli lo scaffale dove si trova».