Chinatown lancia la deregulation

17/09/2003



      Mercoledí 17 Settembre 2003

      Lavoro interinale fatto «in casa»


      In via Sarpi a Milano orari «elastici» per il commercio
      Chinatown lancia la deregulation
      Nei negozi allìingrosso molti i dettaglianti italiani


      MILANO – L’orario d’apertura è dalle 9 alle 19:30, ma trovare il titolare del negozio Elettrodomestico all’angolo tra piazza Gramsci e via Prina, a Milano, è un’impresa quasi impossibile. Nel cuore della Chinatown lombarda le regole del commercio italiano rimangono fuori dalla porta e persino i vigili ormai tirano dritto: una vera deregulation fatta in casa. I clienti conoscono bene il bigliettino con su scritto «torno subito», dove subito può voler dire oggi chiuso, domani non si sà, oppure arrivo nel pomeriggio quando posso. Così, i clienti sanno che prima di andare da Elettrodomestico – il negozio «dove tutto costa meno» – per comprare condizionatori, aspirapolvere, friggitrici e persino robot rigorosamente made in China, è meglio fare una telefonata per assicurarsi quali saranno giorni e orari d’apertura. Per esempio domani il titolare non apre, perchè – dice al telefono nel suo italiano stentato – «in questo periodo sono solo e non riesco ad aprire ogni giorno». Piccola anomalia di un quartiere dove con un foglietto di carta appiccicato sulla vetrina si copre l’adesivo che consente ai clienti di pagare con carte di credito, lasciando scoperto quello del Bancomat.
      Il titolare di un supermercato all’angolo tra via Canonica e via Morazzone dice che danno problemi. Di che tipo? «Con le carte di credito – risponde – la commissione bancaria costa troppo. Ma anche il Bancomat va bene». I contanti sono molto graditi nella comunità cinese e sulle vetrine delle diverse agenzie immobiliari della zona si legge costantemente «si cercano appartamenti di varia metratura per la nostra selezionata clientela. Pagamento in contanti».
      Ma sono tante le anomalie di questo quartiere dove sulle licenze commerciali si aggiunge a penna «vendita all’ingrosso», nello stesso locale non si distingue tra commercio al dettaglio e all’ingrosso come vorrebbero le norme, i limiti di orario per carico e scarico delle merci non sono rispettati. E se anche il Comune ha emesso un’ordinanza con cui stabilisce che nella zona dalle 7,30 alle 10 e dalle 14 alle 19 i veicoli commerciali non possono fermarsi, poco importa. O si passa ugualmente sperando di evitare sanzioni amministrative o si parcheggia il più vicino possibile al negozio dove si deve andare e poi si usano i "cavalli": giovani cinesi che trasportano la merce a piedi con dei carrelli, proprio come fanno a Pechino. Guadagnano mezzo euro a pacco trasportato, senza limiti per la distanza da percorrere, e non fanno caso ai sensi di marcia. Nella Chinatown milanese è facile trovare contromano una fila di scatoloni che cammina: a spingerla è uno dei ragazzi che trascorrono le giornate passeggiando avanti e indietro in via Rosmini in attesa che arrivi lavoro da qualche connazionale. Una sorta di lavoro interinale.
      La memoria storica di questo quartiere si chiama Costantino ed è stato il primo cinese sbarcato in via Paolo Sarpi. É arrivato a Milano 50 anni fa dallo Zhejiang, la regione da cui provengono la maggior parte dei cinesi che lavorano qui, e ha un negozio di oggettistica varia. «Per molti miei connazionali ormai questa è diventata una zona di servizio – racconta – dove si viene perchè si trova il parrucchiere cinese che per taglio e piega chiede 14 euro e sa quali sono i gusti del cliente, oppure perchè c’è il negozio di alimentari con prodotti che non sono venduti in altre zone della città o l’edicola dove ci sono quotidiani e periodici cinesi».
      La sola legge di questa piccola Cina si capisce sbirciando dentro i negozi: i cinesi con i cinesi, gli italiani con gli italiani. Del resto le insegne e i cartelli appesi sulle vetrine dei negozi parlano chiaro: sono quasi tutti in cinese, senza traduzione. Se però ci sono di mezzo forti interessi economici ci si può anche mescolare, come fanno i numerosi commercianti italiani che si riforniscono dai cinesi di via Paolo Sarpi e dintorni e spesso vengono da lontano.
      Come quell’ambulante veneto, che in via Rosmini due giorni fa ha caricato sul suo furgone 20 grossi pacchi contenenti ombrelli, sciarpe e borse fatti rigorosamente a Shangai. Li venderà nelle piazze, urlando magari: «Ecco l’ultimo grido di Parigi…».

      CRISTINA CASADEI