Chinatown, e l’ipermercato diventa bonsai

13/09/2006
    mercoled� 13 settembre 2006

    Pagina 11 – Interni

    IL CASO MILANO: NEGOZI TRADIZIONALI SOPPIANTATI DA UN COMMERCIO IMPETUOSO, AGGRESSIVO E SPESSO MENO ATTENTO ALLE REGOLE

      Chinatown, e l’ipermercato diventa bonsai

        Marco Belpoliti

          MILANO
          �La Cina � vicina�, s’intitolava il film di Marco Bellocchio. Era il 1967 e la Cina una bandiera politica che rosseggiava al vento; oggi � diventata una luminosa ed estesa insegna commerciale verso cui si dirige anche l’Italia prodiana. Tuttavia, come aveva visto il regista piacentino, la Cina � gi� qui. Non solo con le sue merci, bens� con il suo irruente stile commerciale.

            Nelle citt� italiane si sono insediate, o si stanno insediando, tante piccole Chinatown, in miniatura nelle piccole citt�, in grande formato a Roma e a Milano. Ogni settimana nella capitale del Nord produttivo e tecnologico, dentro il triangolo disegnato da via Bramante, via Sarpi e via Canonica, s’aprono nuovi negozi di import cinese scalzando i tradizionali esercizi italiani cos� da conquistare, contanti alla mano, un intero quartiere che tuttavia resta in gran parte abitato da italiani. Qui arrivano ogni giorno dentro migliaia di scatoloni, su cui sono stampigliati gli ideogrammi del Celeste impero, filati, oggetti di bigiotteria, scarpe, pellami, ma anche biciclette, e qualche volta persino orologi falsi, come quelli sequestrati la scorsa settimana su segnalazione degli abitanti del quartiere. Chinatown � infatti un problema. Il commercio cinese, impetuoso e aggressivo, sommerge con i suoi prodotti una zona importante della gi� congestionata citt� lombarda, creando un fenomeno solo italiano: le periferie in centro, quartieri degradati nel centro storico.

              I negozi di Chinatown sotto la Madonnina non sono infatti esotici esercizi commerciali al minuto, bens� magazzini all’ingrosso insediati dentro il tessuto viario del centro, un vero e proprio suk orientale con le sue piccole e grandi illegalit�. Nel quartiere si riforniscono infatti ogni giorno i dettaglianti del Nord, in particolare gli ambulanti che, dopo la scomparsa dei piccoli esercizi nei paesi e nelle citt�, soffocati dalla presenza della grande distribuzione – ipermercati e centri commerciali sempre pi� enormi -, hanno rilanciato l’usanza del mercato settimanale, che da Vercelli a Varese, da Treviso a Modena, passando per i piccolissimi centri, � divenuto uno dei modi con cui in molti provano a risparmiare su vestiti e alimentari dopo l’aumento dei prezzi del commercio al dettaglio.
              Il triangolo cantonese di Milano, poi, stando ai dati raccolti da una associazione locale, Vivisarpi, farebbe da base per il commercio nell’Europa meridionale per quanto riguarda tessuti, vestiti e bigiotteria: un megamagazzino cinese all’aperto. L’effetto � l’esplosione del traffico: le piccole e strette vie sono assediate da camion che caricano e scaricano le merci, mentre camioncini, station wagon, e persino suv, ricaricano e portano via. Per non parlare poi dei carrellini con cui gli alacri cinesi di Milano trasportano le loro merci avanti e indietro per la zona aggirando i divieti; ma poich� � proibito anche procedere sui marciapiedi con gli hand truck, come li chiamano in America, le strade sono invase da risci� umani fra tram che passano, macchine che sostano, clacson che suonano ossessivamente. Gran parte delle merci sono stipate in piccoli locali, seguendo una regola che la cultura cinese contempla da secoli: miniaturizzare.

                I negozi di via Sarpi a Milano sono degli ipermercati in formato bonsai, per risparmiare spazio, e dunque denaro, ma anche perch� alla comunit� cinese – come a ogni comunit� linguistica e culturale insediata in partibus infidelium – piace vivere a stretto contatto coi propri corregionali: l’unione fa la forza (a Milano sono almeno due o tre le etnie insediate, di quel Paese immenso e complesso che � la Cina), anche se poi gran parte degli addetti al formicaio vivono fuori Milano, in periferia o nell’hinterland.

                  Durante la campagna elettorale entrambi i candidati dei due schieramenti avevano promesso di risolvere il problema del degrado di Chinatown che, rispetto a San Salvario di Torino, non riguarda un povero Paese africano, bens� il colosso nascente del commercio mondiale. Alle prese con l’arduo ma quanto mai decisivo problema dell’inquinamento di Milano, riuscir� la Lady di ferro di Palazzo Marino a governare la caotica Chinatown di casa sua?