Chi viene licenziato avrà un’indennità più ricca

17/06/2002


17 giugno 2002



TRATTATIVE / Maggiore flessibilità in cambio della riforma degli ammortizzatori

Chi viene licenziato avrà un’indennità più ricca


Esecutivo e sindacati mettono a punto il riassetto ma lo scoglio restano le risorse. Tra le ipotesi la creazione della cassa integrazione anche per piccole imprese

      ROMA – La riforma degli «ammortizzatori sociali» è quasi pronta. È stata abbozzata nell’incontro di giovedì sera al ministero del Lavoro tra il governo, i sindacati e le associazioni imprenditoriali. Si tratta di un pezzo fondamentale dell’«accordone» al quale punta il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Più forti sostegni al reddito per i lavoratori che perdono il posto sono infatti una delle monete di scambio che Cisl e Uil pretendono per fare concessioni alle imprese sul terreno della flessibilità (articolo 18 compreso). Definito l’impianto, bisogna affrontare il nodo dei costi. Se ne parlerà domani, quando Berlusconi riceverà le parti a Palazzo Chigi per fare il punto sui tavoli tecnici (lavoro, sommerso, Mezzogiorno e fisco). Per i nuovi ammortizzatori potrebbero bastare 700 milioni di euro, dice il governo. Ce ne vuole il doppio, ribatte il sindacato. Il problema potrebbe comunque essere rinviato a settembre, al momento della stesura della Finanziaria mentre in questa fase sarebbe sufficiente l’impegno scritto nel Dpef di stanziare le risorse necessarie. La riforma degli ammortizzatori sociali prevede che al posto della modesta indennità di disoccupazione attuale (40% della retribuzione per sei mesi) e della cassa integrazione limitata alla sola media e grande industria ci sia un sistema articolato su due livelli.

      IL PRIMO LIVELLO – È formato da una indennità più ricca e di maggior durata: 60% per i primi sei mesi, 40% per i tre mesi successivi e 30% per gli ultimi tre. Questo dovrebbe essere il risultato finale della riforma. Anche se sarà un riassetto graduale, il cui primo passo dovrebbe essere quello di portare l’attuale indennità del 40% al 60% per i primi sei mesi. Il meccanismo di decalage serve a spingere il disoccupato a trovare una nuova occupazione. L’indennità andrebbe, come ora, a tutti i dipendenti licenziati (nel 2000 ne hanno beneficiato circa un milione e 200 mila lavoratori) e sarebbe finanziata dallo Stato e dalle imprese attraverso i contributi obbligatori (1,31%). Nel 2001 per l’indennità di disoccupazione si sono spesi circa 4 miliardi e 300 milioni di euro. Per cercare di contenere i costi, evitando sprechi e abusi, l’indennità sarà legata a programmi di formazione «obbligatori». Perderanno il sussidio i disoccupati che non vi parteciperanno o che rifiuteranno offerte d’impiego o che verranno sorpresi a lavorare in nero. Un’ulteriore richiesta sindacale è di estendere, o meglio di allungare nel tempo, per i dipendenti del Mezzogiorno l’indennità per quei lavoratori che rimangono senza impiego.
      IL SECONDO LIVELLO – Il secondo livello è integrativo del precedente. Si tratta, in pratica, di istituire, con la contrattazione tra aziende e sindacati, una sorta di cassa integrazione per i settori che ne sono sprovvisti: piccole imprese, artigianato, commercio, turismo. Gli accordi tra le parti dovrebbero definire sia le modalità di gestione del sussidio – anche qui legate alla formazione – sia quelle di finanziamento, che non sarebbero a carico dello Stato, ma delle aziende e dei lavoratori. Lo Stato interverrebbe assicurando l’esenzione fiscale su questi contributi al fondo per gli ammortizzatori. Il fondo verrebbe gestito da enti bilaterali costituiti da accordi tra le parti. Questo secondo livello sarebbe integrativo del primo nel senso che, in prima battuta, nei settori dove oggi non c’è la cassa integrazione, si dovrebbe poter usare l’indennità di disoccupazione anche nei casi di sospensione temporanea dell’attività lavorativa. Ciò consentirebbe di sfruttare eventuali avanzi della gestione obbligatoria (primo livello), risparmiando risorse nella gestione integrativa. Governo e parti sociali hanno anche discusso della possibilità di creare un ammortizzatore di terzo livello, una sorta di ultimo «paracadute», finanziato dalla fiscalità generale, per i disoccupati in età avanzata e di difficile collocazione. In questa ultima area potrebbero anche rientrare gli attuali dipendenti impegnati nei cosiddetti «lavori socialmente utili» (lsu). Ma anche qui il problema sono i soldi. Ed è per questo che il risultato finale del riassetto potrebbe essere non completamente aderente alle richieste sindacali.

Enrico Marro


Economia