Chi si prende i lavoratori: duello a sinistra

02/05/2007
    martedì 1 maggio 2007

      Pagina 7 – CAPITALE & LAVORO

      Chi si prende i lavoratori
      Il duello a sinistra

        Un primo scontro tra i ministri Damiano e Ferrero mette in evidenza la competizione tra il Partito democratico e il futuro soggetto unitario. Idee diverse su contratti, precarietà, pensioni. La Cgil resta il «bottino» più goloso
        Possiamo detassare gli straordinari, le tutele vanno modulate a gradi verso gli atipici Damiano

        Confindustria e il ministro Damiano sbagliano: così differenziano gli stipendi tra i lavoratori Ferrero

          Antonio Sciotto

            La competizione nel centro-sinistra è appena iniziata: il «bottino» – goloso – è rappresentato dai lavoratori italiani, garantiti e precari. Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, da un’intervista su Repubblica sabato scorso ha lanciato la sfida: starebbe creando una corrente labour nel Partito democratico – ha annunciato – e non vuole «lasciare la rappresentanza del lavoro alla sola sinistra radicale», quella che va dai transfughi «mussiani» a Rifondazione. Devono aver bruciato le reiterate critiche del segretario Cgil Guglielmo Epifani, che dall’ufficialità del palco del Congresso (di scioglimento) dei Ds – e non in una fugace dichiarazione o in un’intervista – ha ribadito un concetto già ripetuto diverse volte: «Un partito che si voglia dire del lavoro non può essere equidistante tra lavoro e impresa». E subito dopo: «Il manifesto del Pd su questo tema è molto debole». Detto dal segretario del primo sindacato italiano, storica roccaforte della sinistra, è un vero smacco, senza contare che la gran parte dei «buoi» Cgil – 5 segretari confederali su 9, e i leader delle categorie più grosse – sono già in fuga: stanno dall’altra parte, guardano con interesse alla nuova formazione della sinistra, e snobbano il neonato Partito democratico. D’altra parte, un osservatore smaliziato del mondo sindacale come Giuliano Cazzola, ieri notava che «il Pd avrà alle sue spalle Cisl e Uil, e la Cgil avrà come azionista di riferimento la "Cosa rossa"». Chissà.

            Il ministro del Lavoro propone di rilanciare la competitività, insieme ai salari dei lavoratori, «detassando gli straordinari e rivalutando il salario aziendale di produttività», e a questo fine vorrebbe stanziare parte del «tesoretto». E’ un’idea che piace alla Confindustria, ma anche a tanta parte del centro e della destra: è da anni il tormentone di Maurizio Sacconi, di Forza Italia, che vorrebbe non solo detassare ma anche decontribuire tutti i salari accessori (limite a cui Damiano pare non voler arrivare). Sono, tra l’altro, ricette che ritroviamo variamente nel centro-destra francese, da Bayrou a Sarkozy.

            Subito, dunque, nel pomeriggio dello stesso sabato, a Damiano ha replicato il ministro Paolo Ferrero, esponente di spicco della sinistra, con un comunicato diramato dalla sua segreteria (dunque con una certa ufficialità): «La proposta avanzata da Confindustria, e vista favorevolmente dal ministro Damiano, di detassare gli straordinari è sbagliata – spiega Ferrero – Non serve ad affrontare la vera questione con cui ci dobbiamo misurare: gli aumenti degli stipendi e delle pensioni più basse. La proposta contribuirebbe soltanto a differenziare gli stipendi tra i lavoratori. Si tratta invece di restituire il fiscal drag sugli stipendi e sulle pensioni, in modo da poter aumentare stipendi e pensioni più basse. E di introdurre la fiscalità negativa per gli incapienti e per i più poveri». Come dire: attenzione, qui stanno riproponendo le «gabbie salariali».

            Partendo dallo «scontro» tra ministri, ci è parso utile – con il Primo maggio – scorrere le proposte del Pd e della sinistra per capire come vogliano conquistare i lavoratori.

            Pd: diritti e anelli di Saturno
            Ecco dunque le ricette di Damiano (e del suo sodale margheritino Tiziano Treu), spiegate in parte nella stessa intervista di sabato: estendere le tutele del lavoro garantito a tutti, ma «modulandole» in differenti cerchi concentrici, «come per gli anelli di Saturno». Insomma, il precariato non si abbatte riaffermando la centralità del lavoro dipendente e distinguendolo nettamente dall’autonomo, ma conservando un nucleo di «garantiti» (in primis dall’articolo 18) e via via indebolendo, diluendole, le tutele a chi si allontana dal fortino dei dipendenti classici. Damiano fa un esempio: «Si pensi all’estensione di malattia e maternità ai parasubordinati». Dunque: non abolire i contratti cococoprò, ma dotarli di qualche tutela in più, se possibile (ma chissà se si realizzerà) portandoli a costare poco più degli stabili.

            A sostegno di tutto ciò, i «mitici» ammortizzatori sociali: ma per quanto «tesoretto» si potrà stanziare, arriveranno mai ai livelli di copertura dei paesi scandinavi? La flexicurity potrebbe, insomma, partire già povera. In più, il Pd promette, come già detto, la via della detassazione di alcune voci del salario, dagli straordinari all’integrativo aziendale. Accelerare su questo pedale, su cui di recente ha aperto anche la Cgil pur di firmare il documento unitario con Cisl e Uil, ha però un grosso rischio: indebolisce il contratto nazionale, che si allontana dall’obiettivo di tutelare in pieno e solidalmente tutti i lavoratori di una categoria, relegandosi al ruolo di mero recupero inflattivo, mentre si apre di fatto al caos (e dunque al dumping) delle gabbie salariali. Pensioni: il Pd propone di sostituire la rigidità dello «scalone» con scalini graduali, mentre sul ritocco dei coefficienti Damiano ha più volte rimandato alla «concertazione». Così come sui contratti a termine, che Confindustria non vorrebbe toccare, ma invece la Cgil sì: e nella stessa intervista Damiano si propone come un «equilibrista». Il Pd «darà voce ai cittadini che rivendicano la centralità del lavoro, senza per questo contrapporla alle ragioni dell’impresa». In bocca al lupo.

            C’è unità a sinistra?
            A sinistra una convergenza su molti temi, in realtà, ci sarebbe già: davvero il lavoro potrebbe essere la base programmatica da cui partire, superando il rischio di fredde «alchimie» tra sigle e comitati organizzativi. Si può ricordare a proposito la riuscita manifestazione del 4 novembre 2006, «Stop precarietà ora», offuscata purtroppo da volantini e dimissioni dal movimento. L’anima di quel corteo è contenuta in tante proposte di legge firmate oggi dall’arcobaleno di sigle che cerca l’unità a sinistra: a partire da quella di Alleva, firmata da oltre cento parlamentari, fino a «Precariare stanca» della sinistra Ds e alle proposte di legge Cgil sancite dal voto dell’ultimo congresso.

            In tutte queste proposte, non si chiede – da «talebani» del lavoro – il rapporto a tempo indeterminato per tutti e subito: si propone di distinguere nettamente tra lavoro autonomo e dipendente, riservando però a quest’ultimo le piene tutele, e cancellando i rapporti cococò e cocoprò che a causa della loro ambiguità tanti abusi creano ancora oggi. E si chiede di limitare i rapporti a termine, di legarli a precise causali e di non permetterne la ripetibilità all’infinito: un lavoratore che continuativamente, in 3-5-8 anni di lavoro, crea valore per un’impresa e per la società, non ha forse diritto a programmarsi il futuro, ad avere un salario dignitoso, una casa, potersi curare e far studiare i propri figli, la serenità di una vecchiaia coperta dalla pensione?

            Sul contratto nazionale, non c’è stato ancora un confronto, ma è già chiaro che il Prc punta a tutelare quello nazionale, come sulle pensioni vorrebbe rafforzare il pilastro pubblico, dicendo no a «scalini» e al ritocco coefficienti; un punto caro anche al Pdci. Più difficile sembra dare risposta ai fautori del «reddito sociale», che vede impegnati Verdi e movimenti, ma raffredda aree più «lavoriste» della sinistra. Infine, la rappresentanza sindacale: come dare voce ai Cobas o alle Rdb, vicini magari al Prc, al Pdci, a Salvi, ma distanti dai «mussiani», legati invece alla Cgil?