Chi sgobba di più? I braccianti

30/03/2004



30 Marzo 200


analisi
Raffaello Masci


I DATI ISTAT SUI CONTRATTI METTONO IN EVIDENZA GRANDI DIFFERENZE
Chi sgobba di più? I braccianti
La «maglia nera» ai professori
Ma i tecnici spiegano: il peso del lavoro non si limita all’orario
I docenti, ad esempio, sono spesso impegnati anche a casa

    ROMA
    ANCHE se è difficile contabilizzare l’impegno orario di molte professioni, l’onere del lavoro pesa in maniera assai differente sulle spalle degli italiani. Tra la categoria più sgobbona (i dipendenti del trasporto marittimo, con 1800 ore di lavoro l’anno) e quella più «comoda» (i professori universitari, con 1214 ore l’anno) c’è la differenza di quasi 600 ore, cioè circa 12 ore a settimana.
    Tra i lavoratori più indefessi ci sono i braccianti agricoli (1793 ore l’anno), gli addetti all’edilizia (1775), i ferrovieri (1750), i dipendenti delle cartiere (1746), i minatori (1745) e così via. I metalmeccanici invece – per dire di una categoria che incarna l’icona dell’operaio per antonomasia – sono a quota 1724.
    In fondo a questa classifica, al penultimo posto dopo i professori universitari di cui si è detto, ci sono quelli della scuola secondaria (1234 ore l’anno), quindi i giornalisti (1480 ore), i bancari con 1598 ore, i dipendenti delle Poste (1581), i magistrati (1571).
    I numeri sono tratti dalla tabella A del bollettino Istat relativo ai «numeri indice delle retribuzioni contrattuali». Nella loro fredda oggettività, però, i numeri non dicono nulla nella fattispecie, non danno cioè ragione della portata di un lavoro sull’economia complessiva del Paese.
    «Noi in realtà non siamo in grado di dire quante ore annue vengano lavorate – spiegano i tecnici dell’Istat – e per questo stiamo mettendo a punto una ricerca i cui risultati non saranno disponibili però prima della fine dell’anno. La rilevazione riportata riguarda infatti solo le ore “lavorabili”, quelle cioè sancite settimanalmente dal contratto, moltiplicate per tutte le settimane dell’anno e decurtate delle ferie, delle festività, delle ore di assemblea (in genere 10 l’anno), di quelle destinate al “diritto allo studio” e di quelle di permesso retribuito». I dati, insomma, costituiscono solo una tabella oraria, la cui diversificazione dipende dalla molteplicità degli inquadramenti contrattuali: l’Istat ne ha censiti 80, di cui 31 solo del comparto «Industria», 28 in quello dei «Servizi destinabili alla vendita», 12 nei «Trasporti e comunicazioni», e così via.
    «Come è possibile – argomentano sempre all’Istat – sostenere che un docente o un magistrato lavorano meno di un siderurgico? Il tempo di lavoro di questi professionisti, così come quello degli alti dirigenti pubblici senza cartellino da timbrare (la tabella Istat segnala per questi ultimi appena 1066 ore l’anno – ndr) o dei magistrati, è difficile da quantificare. Si tratta di persone che lavorano anche a casa, quando leggono un libro, o consultano una ricerca su Internet».
    Senza dire degli elementi normativi che intaccano l’orario: molti contratti, per esempio, prevedono la «banca del tempo», per cui si lavora molto in certi periodi e si recupera poi con un incremento di vacanze, oppure con straordinari retribuiti (che però vanno a incidere sui costi di produzione).
    «Il fattore tempo – aggiunge il preside della facoltà di Economia della Seconda università di Roma, Luigi Paganetto – vuol dire pochissimo ai fini del Pil. Il problema molte volte, non è tanto produrre, tant’è che in certi casi può essere perfino conveniente interrompere la produzione, quanto – semmai – vendere, e quindi sposterei l’interesse sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Ma tutte queste sono cose note e già dibattute. Credo invece che oggi la questione più importante sia la capacità delle nostre aziende di rinnovare se stesse. Spesso la nostra competitività è messa in discussione dal fatto che ci ostiniamo a mantenere in vita industrie che non hanno più ragione di esistere. Capisco l’esigenza di salvaguardare l’occupazione, ma allora dobbiamo coordinare meglio gli ammortizzatori sociali per fare sì che si possa passare facilmente da un lavoro a un altro, senza traumi ma anche senza inibire la capacità del “parco aziende” di rispondere rapidamente al mercato. In questa logica si capisce bene che lavorare un giorno in più o in meno, è del tutto irrilevante».